domenica 1 febbraio 2026

"Questo film non servirà a convertirsi, però almeno è bello e persino ben recitato (La Repubblica)"

 

Ed ora veniamo alla recensione integrale sul film Silence pubblicata dal più venduto quotidiano del paese, La Repubblica. (Sigh! Povero Platone)


 
    Ci sono film che solo certi registi si possono permettere. Uno è senz’altro Martin Scorsese, che una carriera costellata di capolavori autorizza a fare un po' quel che vuole. Così Martin ha potuto utilizzare un grande cast, un pluripremiato professionista come Dante Ferretti e un ricco budget per creare un film grave e intransigente, che non accarezza mai il pubblico nel senso del pelo. E comunque anche lui ha dovuto attendere molti anni, perché il progetto di adattare il romanzo dello scrittore cattolico giapponese Shusako Endo lo coltivava già dai tempi de L'ultima tentazione di Cristo. Se con quel film, da alcuni giudicato provocatorio, il regista indagava il dissidio tra fede e tentazioni della carne, con questo si piega invece su un argomento che da sempre ossessiona l'ex-seminarista Scorsese: il silenzio di Dio. Nel XVII secolo due giovani missionari portoghesi, padre Rodrigues e padre Garupe, vanno in Giappone alla ricerca del loro mentore padre Ferreira, di cui non si hanno più notizie. Nella terra del Sol Levante è in corso una persecuzione dei cristiani, che sono costretti a rinnegare la fede o a subire il martirio. Anche per i missionari è l’inizio di una Via Crucis. Chi ritenesse il soggetto lontano dalla nostra epoca de-sacralizzata, pensi alle barriere che ancor oggi dividono il mondo. Allora le autorità giapponesi espellevano tutti gli stranieri e, in particolare, perseguitavano i missionari cristiani come rappresentanti di una religione estranea alla cultura nipponica, quindi pericolosa. La dinamica del dramma s'incentra (non senza ricordare la leggenda di Cristo e il Grande Inquisitore narrata da Dostoevskij nei Fratelli Karamazov) nel confronto tra padre Rodrigues e l'inquisitore Inoue, il quale tortura e uccide i cristiani giapponesi per indurlo all'apostasia. Con l'integralismo della fede Rodrigues gli resiste, ma intanto è tormentato dal mutismo di Dio.

Perché non ascolta le preghiere? È indifferente alla sorte degli umani? Non risponde perché non esiste? Le certezze del giovane padre, che si sente un po’ Cristo (in una scena si specchia in un laghetto e vede il volto del Salvatore), cominciano a vacillare: soprattutto quando gli fanno incontrare padre Ferreira, che ha abiurato calpestando un'immagine sacra. Silence è un film di una bellezza inquieta e insieme sommessa. Spesso le immagini sono avvolte nella nebbia; però acquistano una grande potenza drammatica nelle sequenze di martirio (con l'acqua, il fuoco, per dissanguamento) e, talvolta, sfumano nell'onirico, come nella scena del villaggio distrutto popolato solo di gatti. Certo non è un film per tutti i gusti, nella sua severità che sarebbe piaciuta a un maestro come Carl Theodor Dreyer. E alcuni momenti (soprattutto all'inizio della seconda parte) si dilungano troppo, tra discussioni teologiche ed episodi ripetuti, come quello del sosia giapponese di Giuda. Ma se chi predilige un cinema più dinamico non si convertirà, probabilmente, grazie a Scorsese, potrà almeno apprezzare l'ottima  interpretazione di Andrew Garfield e della sua "spalla" Adam Driver. O il cameo di Liam Neeson che, col codino e il kimono, sembra tornato a quando faceva il maestro jedi Qui-Gon Jinn in Star Wars.

   Fine dell'articolo pubblicato sul quotidiano nazionale, La Repubblica. 

Commento (tutto mio) all'articolo de La Repubblica.

                                                           Ah! Ah! Ah! 

   E questo mio profondo disimpegno critico basterebbe già da solo a capire con  chi, stavolta, ci ritroviamo ad aver a che fare. Qui la mano del giornalista non è incerta ed esile: qui si tratta di mano da fabbro, mano esperta e ben strutturata per picchiare duro sulla malleabilità di certe, povere teste di bronzo. Ma andiamo con ordine. Gli immancabili riferimenti  culturali e le citazioni di maniera, come nella miglior tradizione di questa testata, non fanno difetto;  tanto per ricordare al povero lettore che determinate perle di giornalismo, non sono roba da illetterati. Per cominciare si pennella immediatamente un frettoloso ritratto dell'autore, così da far capire  subito di che pasta sia fatto. Definendolo prioritariamente 'ex-seminarista', difatti, non si altera una realtà documentata (e mai messa in dubbio da nessuno), tuttavia, su certe limitate forme mentali abituate al preconcetto, questo dato biografico potrebbe suonare come un'ammissione di colpa; un po' come dire : in fondo anche lui è cattolico fino al midollo, lo è fin dalla pubertà; e per tanti questa    (ipotetica, si badi bene) semplice nota biografica suona come: '...fa parte del suo corredo genetico' , che da ignorantoni quali sono, e in spregio all'epigenetica, considerano una struttura inalterabile. Ciò perché, ancora tante persone ritengono il corredo genetico una caratteristica non modificabile dell'individuo, una sorta di  bio-programmazione infallibile rispetto a cosa farà nella vita  e perfino a come ragionerà in futuro. Insomma, per tanti e colti fruitori di prodotti editoriali,  i geni rappresentano un' acquisizione congenita inalterabile e assoluta (Cioè non soggetta a condizionamenti migliorativi). Dopo questo ace servito a fil di 'corridoio' (Il gergo tennistico di questi tempi rende parecchio) e dopo aver diligentemente annotato che anche l'autore (Shusako Endodel libro omonimo fosse cattolico, benché nato e vissuto in Giappone, si cambia rapidamente strumento  e dalla racchetta, a noi pare che l'editorialista imbracci stavolta e senza alcuna accortezza, un pericoloso mitragliatore della classe Uzi, (di quelli piccoli ma che possono far danni seri.) e cominci a sparare cazzate belle toste fingendo di penetrare il nucleo vivo dell'opera recensita. Quale sia il tema centrale del film di Scorsese,  non può essere sindacato da cani e porci, è un tema chiaro e , - secondo chi scrive -  non equivocabile, Questo tema è : il silenzio di Dio. Bah! A noi questo pezzo di sopraffina critica cinematografica, più che altro pare un agguato  alle performanti capacità di una qualsiasi mente creativa - non solo a quella del buon Martin Scorsese-  che, come solo i creativi sanno, non dovrebbe mai sviluppare le  proprie idee sulla base di un monolitico binario interpretativo, o di una sola chiave di lettura. I capolavori di norma, non sputano sentenze, e non sono prodotti da navigati e cinici  manipolatori di menti . . . per fortuna.  Probabilmente è del tutto  inutile cercare di immergersi nella logica  del giornalista che - questo sì è fuor di dubbio - forse non ha mai sentito parlare di polisemia di un testo, o si sia mai posto il problema di cosa significhi multidisciplinarietà. Pensiamo ad esempio ad un film di fanta-scienza/avventura come Jurassic Park, tutti hanno notato la riuscitissima consulenza di sceneggiatori esperti in varie discipline, (fino alla fisica quantistica) e non solo di paleontologia.   Per costui, parlo  del recensore arruolato dai nipotini di Scalfari, sembra invece che un autore sia soltanto un burattino integralista abituato ad  utilizzare la propria arte per ricavarne profitto e carriere e che quindi sia rigorosamente addestrato a mitragliare opinioni come fossero verità assolute.  Lì, nelle vesti del regista, non si troverebbe dunque un uomo, magari anche lui in conflitto con  l'assurdità di certi paradossi fideistici,  ma uno strumento utilissimo se spara a tuo favore, o di un  'furbetto'  ideologicamente deviato, se le sue ogive rischi di trovartele innescate proprio nel bel mezzo del salotto di casa,  la grande casa delle libertà democratiche naturalmente, dove già dai tempi di Voltaire e Robespierre chi si presentava in equivocabili abiti monacali alle riunioni fra rivoluzionari, avrebbe corso il serio rischio di far la fine dell'iconico negronetto alla cena di Capodanno. Ovvio che certi intellettuali sanno bene che non possono ridondare di parole l'argine malconcio di piccole menti avvezze alla lettura di una didascalia  non più lunga di otto righe, dopo le quali la loro attenzione, messa a dura prova, finisce per liquefarsi come neve al sole. E poi  chi li va a riprendere,  codesti farfalloni inebetiti,  quando si perdono in ulteriori e più coloriti svaghi di intrattenimento telematico,  chi li acchiappa più se cominciano a tamburellare le dita sull' I-phone  alla spasmodica ricerca dei reggiseni della Di Patrizi (In arte Elodie), dell'ultimo rossetto della Hilton (Icona glamour ancora miracolosamente sugli scudi), o perfino - perché no? - della nuova fiamma di Fedez, delle tenerezze recitate a favore di telecamera, delle coccole sottovuoto ,  dei loro irrinunciabili cornetti di stagione e di tutto il resto ? E chi li prende più se partono per quella tangenziale?
   Ma no, ma no. Tranquilli!  'Sti professionisti della cultura indotta per via sub-liminale, mica si fanno fregare così, andando a fiaccare prima del tempo il margine transumanizzato delle capacità cognitive dei loro più assidui lettori; sanno bene ciò che fanno, ed allora nel breve spazio  concesso, spiattellano di gran lena nomi ad effetto quali Drever ,  o Dostoevskij. Giusto una rinfrescatina, tanto questi autori da qualche parte si sentono sempre, e stai sicuro che nessuno si prende la briga di leggerli. Insomma con questa tecnica comunicativa si va sul sicuro! Citazionismo sopraffino ben confezionato e tirato a lucido per incorniciare a dovere l'effetto pirotecnico della 'grande verità' ripiegata  in poche, pochissime domande che potrebbero perfino fare a meno del punto interrogativo, dato che vengono portate sulla tavola nella loro subdola accezione di ovvietà indubitabili rigorosamente autenticate  dall'indispensabile apporto dei sensi.  Ma non si era detto, nelle recensioni precedenti (Dal notiziario 'avventuriero' Pangea del precedente post ) che bisognava dubitare dell'apparenza? Quindi della percezione sensoriale? Difatti qui l'articolista pare esprimersi con pseudo-domande che si rivelano, ad occhio nudo, nulla più che pistolotti  d'autore, infilati dentro uno scialbo costume di scena formalmente infiocchettato di umiltà. Per il vero, l'umiltà , quella cioè di chi si pone vere questioni, ne esce ridicolizzata di fronte a tanta pochezza.  Le proposizioni usate, allora, suonano meglio e ancor più forte, come affermazioni secche rispetto a problematiche estreme quali: dov'è Dio? Perché non interviene? Classici quesiti  da bar, insomma, se posti in questa maniera, ai quali sembra seguire un chiaro decalogo di asserzioni in cui tutti, ubriaconi o avventori sobri, possono umanamente riconoscersi :
 
Perché dio  non ascolta le preghiere !/?
-  È indifferente alla sorte degli umani !/? 
 - Non risponde perché non esiste !/? 

E i punti interrogativi? Cosa contano se battuti in quel modo? Forse all'inizio erano esclamativi, poi accertato come li si voleva utilizzare, anche loro debbono essersi ritorti per gli spasmi da evacuazione imminente. Fine della riflessione giornalistica. Punto e basta! L'articolo de La Repubblica, nel suo contenuto più serio e meditato finisce qui. Il resto  è  un susseguirsi di osservazioni più o meno pertinenti su fattori estetici, fotografici, e per lo più di contorno,  con un condimento glassato di sana ironia scalfariana (quella, gli editorialisti  debbono mettercela sempre in ogni pezzo tirato a stampa. Lo debbono fare per contratto.): 'sto filmetto non servirà a convertirsi, però almeno è bello e persino ben recitato'. Grande conclusione per grande recensione!  Applauso della platea (se così si può chiamare quell'accozzaglia residua di  seguaci che persistono ad autolesionarsi il cervello  anziché farsi curare -come si dice - 'da uno bravo' ) e poi di corsa al cesso, a liberare gli intestini da tanta grassa superbia, quella sì davvero indigesta perfino in certi ambienti ammantati di solennità servile e riverente. Soffermarsi ancora su simili prodotti editoriali, venuti su con l'indecenza di un rutto ben assestato, significa volersi fare  veramente male. 

 Pensiamo al prossimo appuntamento, allora, dove  la damigella d'onore sarà nientepopodimeno che la cara e dolce IA. 

venerdì 9 gennaio 2026

Silence, cartina al tornasole del livello culturale in cui ristagna la critica cinematografica italiana

             

     Prima di riportare le nostre osservazioni  sul film Silence, di Martin Scorsese, vorremmo mettere sull'avviso  i lettori, che non si troveranno davanti a un ennesimo lavoro di sopraffina analisi critica,  per la  quale non saremmo certo i più qualificati, vista la limitata competenza in materia e ancor più limitato gusto dell'orrido; oltretutto non amiamo ravanare nelle discariche del giornalismo italiano nemmeno per ciò che concerne una semplice recensione cinematografica. Però possiamo dire di aver capito  che quando le testate storiche sguinzagliano i loro influencers più quotati (chiamandoli critici) ci si deve preparare a digerire una  interminabile passerella di imbecillaggini, partorite a tamburello non certo da improvvisati esperti del web, ma dalle menti più fervide del giornalismo nostrano, ovverossia da un' accozzaglia senza pari di fanfaroni abituati a tener calda la sedia da lavoro per magnanima concessione  di editori il cui miglior talento è quello di sfregarsi le mani fino all'osso, pensando che a breve, potranno fare a meno dei loro pupilli scribacchini in quanto le formidabili recensioni da inoculare alla mandria inerme, gliele fornirà, in un solo istante, senza alcuno sforzo ed a costi irrisori, una sola ed obbediente macchina e, per giunta, non ancora iscritta al sindacato. 
Il film Silence  si presta quindi a valutare, non tanto la qualità dell'opera o la profondità di pensiero del suo autore, bensì l'autorevolezza dei recensori di professione. Rispetto questo lavoro di Scorsese presentiamo tre soli e significativi esempi di critica cinematografica: 
-un notiziario on-line (Pangea);
- un quotidiano cartaceo a larga tiratura ( La Repubblica) 
- e una carrellata di brevi giudizi selezionati dall' intelligenza artificiale. 

    Abbiamo cominciato questa nostra 'critica alla critica', o più esattamente ai critici, ponendo in risalto un articolo della rivista Pangea, un notiziario on-line che si definisce 'avventuriero' , e qui non possiamo davvero dar loro torto. Non  a caso questo post segue un nostro precedente lavoro interamente ispirato alla prassi letteraria degli autori evangelici.  Il nostro  intervento, forse a gamba tesa, pone in chiaro un fatto preciso : l'opera di Martin Scorsese, affronta e sviluppa un tema che il regista deve aver tratto dalla lettura e, non scontata comprensione, di specifici passi dei Vangeli; passi che non possono essere considerati altro che insegnamenti espressi attraverso il linguaggio simbolico del mito,  ma che nei circoli intellettuali , data l'incapacità di coglierne il vero e unico senso, si continua a voler  addobbare con ampollose interpretazioni autografate. 

Comincerei allora la mini rassegna con l'articolo del notiziario  Pangea, alla fine del quale formuleremo le nostre osservazioni,  tanto per infilare il dito nella piaga, per provare un po' di sadico e corroborante  piacere dopo il micidiale,  melatoninico e anestetico effetto  della grassa pappardella ufficiale. 

Pangea


rivista avventuriera di cultura & idee 

L'Editoriale del  07 Ottobre 2019

   “Silence” è il film più incompreso (e meno redditizio) di Scorsese. Peccato. È un capolavoro perché investiga il lato oscuro della fede, l’abiura come mistica, l’inganno come liturgia.  Per paradosso, Silence è il film teneramente costruito da Scorsese per anni. La storia ha come scenografia la diffusione del cristianesimo in Giappone, tramite i gesuiti, nel XVII secolo. Il centro della storia è la figura – realmente esistita – di Cristóvão Ferreira (1580-1650), che fece voto a Coimbra, a 18 anni, a 20 attraccò a Macao per padroneggiare il giapponese, nel 1609 atterrò a Nagasaki. Missionario di rara intelligenza, Ferreira, durante gli anni della soppressione del culto cristiano da parte dello Shogun, fu arrestato, nel 1633 abiurò il cristianesimo, divenne monaco Zen, con moglie giapponese in dote. Pare che sia l’autore del trattato, L’inganno svelato, in cui vengono confutati i precetti della religione di Cristo; pare, piuttosto, che sia lui ad avere ingannato i suoi persecutori, restando fedele, ‘nel cuore’, a Cristo.

La storia di Ferreira è raccontata nella Istoria della Compagnia di Gesù di Daniello Bartoli, edita in sei volumi tra 1650 e 1673. Il volume su Il Giappone, che racconta il successo e il disastro della missione evangelizzatrice, suppone il tardivo ritorno alla religione originaria di Ferreira, che sarebbe morto martire. La fonte di Silence, in ogni caso, è il romanzo dello scrittore giapponese cattolico – semplificato come “il Graham Greene giapponese” – Shūsaku Endō (1923-1996), Silenzio, edito in origine, in Italia, da Rusconi, ora da Corbaccio. Il romanzo racconta la pericolosa impresa di due giovani gesuiti (interpretati nel film di Scorsese da Andrew Garfield e dal bravissimo Adam Driver) che sbarcano nel Giappone in cui i cristiani vengono traumatizzati da torture per capire se Ferreira (Liam Neeson nel film) abbia davvero abiurato. Endō è uno scrittore autentico – Silenzio è romanzo pieno di raffinatezze stilistiche, il resoconto di una religione che vegeta nella sconfitta – di cui resta, nel catalogo editoriale odierno, la Vita di Gesù (per Queriniana), Il samurai (per Luni), Il giapponese di Varsavia (per Edb). Persi per strada – e andrebbero recuperati – i romanzi Vulcano e Scandalo, già editi da Rusconi.

Beh, il film di Scorsese è lento, ha una fotografia magnifica (di Rodrigo Prieto, lo stesso di The Irishman), è pieno di momenti memorabili. Certo, la trama è smilza,  i  sconfitti sono meno efficaci dei mafiosi d’America, le immagini del martirio sono atroci. Soprattutto, è il messaggio a scandalizzare: il cristianesimo è autentico quando soffre, quando è una religione di ribelli; il cristianesimo si tradisce in San Pietro, si traduce in verità vergine nelle catacombe, nel nascondimento, nel rischioIl cristianesimo c’è quando per viverlo rischi la vitaD’altronde, nasce in contrasto alla religione del Tempio.

    Detto fuorilegge dopo un iniziale, improvviso successo – per lo più tra contadini e umiliati – il cristianesimo in Giappone è disintegrato da due momenti: l’uccisione, crocefissi, di ventisei cattolici, tra cui sei francescani e tre gesuiti, il 5 febbraio 1597, i cosiddetti “ventisei martiri”; la “rivolta di Shimabara”, in cui i cattolici in massa, guidati dal Ronin diciassettenne Amakusa Shirō, “Il Messia giapponese”, secondo l’intuizione di Ivan Morris (più che altro, una specie di nipponica Giovanna d’Arco in veste di samurai), furono letteralmente spazzati, rifugiati nel castello di Hara, nel 1638, dall’esercito Tokugawa che ne sterminò 27mila circa. “Nonostante la sua storia violenza, il Giappone non aveva una tradizione di persecuzioni o di martirio religioso… Soltanto verso la fine del XVI secolo, quando la diffusione del cristianesimo portò il governo alla decisione di sopprimere questa credenza straniera e sovvertiva, le persecuzioni su larga scala e il martirio fecero la loro lugubre comparsa” (Ivan Morris, La nobiltà della sconfitta). Nelle persecuzioni furono complici i kapò buddisti.

    Da allora nascono i kakure kirishitan, i “cristiani nascosti”: giapponesi che praticano un cristianesimo inteso nell’interiorità, celato, pur frequentando i riti ufficiali, shinto o buddisti. I loro simboli – l’icona della Vergine Maria, ad esempio – sono contraffatti (le statue sono impressionanti: la Madre di Gesù è adornata come il Kannon buddista). Spesso, non ci sono sacerdoti a celebrare il rito, i cristiani fanno tempio nel loro corpo, un vescovato mistico. Si può stare in Dio se si è totalmente soli, senza conforto, in balia del male? In fondo: chi tradisce davvero, chi è l’autentico apostata? Il cristianesimo non è una religione di forme, si aliena al formalismo ebraico. Non è religione di ‘divise. La tradizione orientale, d’altronde (il taoismo; ma pure Eraclito), insegna che il vero non è la verità apparente (detta con un micidiale aforisma dal Daodejing: “la verità è il suo contrario”). Negli stessi anni in cui Ferreira si fa monaco zen, nel 1666, il mistico ebreo Sabbatai Zevi, ritenuto da molti il Messia, abiura la sua fede davanti al sultano Mehmed IV, rifiuta l’ebraismo convertendosi all’Islam. La sua scelta provoca una lacerazione profonda nell’ebraismo – la storia di Šabbetay Sevi. Il Messia mistico è oggetto dello studio più importante di Gershom Scholem, edito da Einaudi nel 2001. Lo scandalo coincide con “la dottrina sabbatiana della necessità dell’apostasia del messia”. Insomma, il culmine mistico della fede sarebbe abiurarla, convertirsi a un’altra religione, praticare di nascosto. “Egli dovette agire così a causa dei peccati di Israele, e il suo destino era simile a quello di Ester, che dovette mangiare cibo proibito… I nostri nemici lo vedranno e saranno svergognati”, scrive Nathan di Gaza, il ‘profeta’ di Sabbatai, in una lettera esortativa che cerca di spiegare l’abiura come gesto mistico. I cristiani giapponesi, di fronte ai gesti di Ferreira, agiscono nello stesso modo: la Bibbia, in effetti, offre qualche appiglio (la cattività di Israele in Egitto e a Babilonia; il tradimento di Pietro, l’episodio di Getsemani, l’urlo di Gesù in Croce, dell’abbandonato). Siamo, davvero, nel lato oscuro della fede, nel nero, nel nulla. Scorsese è riuscito a penetrare in questo annientamento – dove tutti cadono, c’è chi trova una fermezza più vasta e nell’abbandono scova la fragilità di Dio. (d.b.) 

- fine articolo . 

Prendiamo ora in esame i passaggi più ridicoli 

"Il film investiga il lato oscuro della fede. 

    La Fede, o parte di essa, sarebbe quindi un' entità sinistramente 'oscura', secondo i 'competenti' recensori/influencers della rivista Pangea. Ma pensa un po' . . .  Appare invece più che ovvio come l' 'oscuro' derivi altresì, dall'uso strumentale che s'è voluto fare della fede in tutto il corso della storia. Ed è questo il tema proposto da Scorsese, nonché l'unico significato possibile del nostro raccontino del cavaliere, del santo e della puttana. Il principio della trasmissione della fede è dunque l'aspetto apparentemente contraddittorio che più ha intrigato ed evidentemente coinvolto il regista americano. 

A questo punto, proseguendo nella lettura della recensione,  può sembrare che si voglia rendere pervio alla mente del lettore comune il principio di ’abiura come mistica. Tuttavia l'abiura come declinazione di una originale forma di  mistica non c'entra nulla col film. L'abiura - per come abbiamo letto l'opera cinematografica - non è altro che la manifestazione della vocazione umana alla corruzione e alla perdita dell'integrità morale (La prostituta è, ad esempio, il simbolo per eccellenza della corruzione in quanto ella pratica la corruzione della carne, non a caso in antichi testi ebraici del VT, l'integrità del popolo di Israele deportato viene relazionata alla corruzione morale degli invasori. Da qui il significato di 'Babilonia meretrice'. ) Ok, ok. Fin qui ci siamo: ma che cacchio c'entra tutto ciò con la mistica? Proviamo ad argomentare. Con l'esercizio  dell'abiura  lo spirito  non si eleva di certo verso l'alto , ma casomai è attraverso la fragilità umana (il tradimento, la corruzione, ossia l'abiura propriamente detta) che la trasmissione del messaggio può spingersi oltre i propri limiti temporali e generazionali. Balza all'occhio quale possa esser stato il significato conferito dagli evangelisti al ruolo di Pietro, primo Pontefice (=Ponte) in carica della 'storia cristiana'. E' chiaro adesso quale possa esser stata la sola accezione da attribuire alla sua figura mitica e mistica, nella logica comunicativa necessaria alla lieta novella ( Euangelion ) per superare l'ostacolo del tempo. A noi sembra cosa ovvia.

E veniamo adesso all' "inganno come liturgia. Questa stronzata, invece, nemmeno la commentiamo tanto ci sembra stupida! Archiviata la pratica scarrelliamo ancora in avanti nella lettura integrale del mirabile pezzo d'autore. 

"Il cristianesimo c’è quando per viverlo rischi la vita."  Ed eccoci qua ad indignarci ancora per una nuova, quanto prevedibile, corbelleria o, meglio, per il consueto paradosso a doppio taglio inserito sub-liminalmente. Non è affatto vero che il cristianesimo langue dove manca qualcuno che rischi la vita. Forse il recensore voleva dire che ' il cristianesimo manca dove nessuno dedica la vita a qualcosa di importante, al prossimo per esempio. Parole dubbie? Forse, se il Cristo può definirsi un tipo ' su cui dubitare' . Mi sfugge insomma  il passo evangelico che riprende l'illuminata conclusione dell'influencer,  pardon, volevo dire del 'critico'. Vuoi vedere che il passo così solennemente riportato non esiste in alcuna forma se non nella testa dell'articolista? Qui siamo nei meandri più tetri dell'ignoranza umana, altro che storie! I Vangeli dicono invece ben altro, ovvero: dedichi la vita al prossimo che sta peggio di te! Questo è il principio. E il film di Scorsese amplifica difatti questo  concetto pregnante, tant'è vero che chi muore, cioè chi si fa ammazzare per un ideale, porta con sé anche il messaggio. Il vigliaccone (immagine a forte impatto simbolico, a nostro avviso) che calpestava l'immagine sacra infatti, in privato, teneva in memoria per i discendenti ciò che in pubblico rinnegava. Pietro poi, mica ha fatto cose tanto diverse. Proprio lui, il Santo Patriarca ma anche quel gran pezzo di  carognone che è parso a tutti il più emotivo, violento e sbalestrato della combriccola apostolica. 

 "Il cristianesimo non è una religione di forme, si aliena al formalismo ebraico. Non è religione di ‘divise'

Quindi oggi nelle chiese colme di divise linde e gonnelle porporate, non si pratica il cristianesimo! Allora sì che il concetto regge. Mah. Saremmo noi a non aver capito nulla. . . Boh!
 

"La tradizione orientale, d’altronde (il taoismo; ma pure Eraclito), insegna che il vero non è la verità apparente."

Il Vero insomma non sarebbe ciò che appare. Bel motto, bello davvero! E il Christos allora? Non c'eravamo accorti fosse diverso da quanto andasse  mostrando in giro. Insomma, più si va avanti nella lettura più sembra che questi scaltri parolai non abbiano capito una benemerita mazza! Gli allunghiamo qualche dritta: é stata  la contaminazione culturale ideologica, rigorosamente applicata nei secoli,  a modificare i significati degli insegnamenti, quelli sono sempre stati là, belli chiari proprio come appaiono, e come infatti li aveva proposti anche Lao Tse (Taoismo). Non vi sembra? 

   Ed in realtà , perfino Eraclito non intende affatto sostenere che 'la verità sia cosa diversa da quanto  appare'. Il concetto è più profondo, dacché esiste la contaminazione. Lo scrive anche PLatone (Altro sostenitore e custode, come Eraclito di Efeso, dei significati dell'Antica Tradizione, che già a suoi tempi cominciava ad essere dimenticata.) che non bisogna fermarsi all'apparenza (mica bisogna negarla per partito preso), ma prima bisogna appurare come, e se,  essa sia stata manipolata (Proprio come è stato manipolato il suo mito più celebre, quello 'della Caverna, il cui significato viene 'tradotto' come : dubitate dell'apparenza, oppure : l'abito non fa il monaco, e via discorrendo. . . . Insomma oggi si riduce Platone a un comune  moralizzatore da presbiterio . 

 Anche perché la Verità non solo si manifesta sempre e indubitabilmente nella sua unica forma, ma non può essere confusa se colta attraverso il più alto livello di Conoscenza (Il nous platonico).  Eraclito, semmai - in relazione al motto correttamente riportato nell'articolo -  indica che la Verità è il Tutto, quindi è allo stesso tempo  tutto e il contrario di tutto ; un principio in totale accordo  con le religioni orientali e - a noi pare - perfino con la scuola 'Advaita-Vedanta',  custode della più lontana tradizione induista. Allora è evidente, per chi conosce determinati argomenti, che la Verità essendo il 'Tutto' ingloba anche il suo contrario (il non-tutto) e questo la pone fuori da una visione razionale, come vorrebbero certi testoni. Se però la frase viene inserita a completamento di un articolo che sostiene reiteratamente un diverso concetto e, soprattutto, affronta le cose con le categorie  di un approccio scientifico recente, tradisce la prospettiva d'insieme tipica dell'uomo moderno, si infanga in un pantano relativistico,  collocandosi assai lontano dalla purezza della visione arcaica delle cose sacre; allora ecco che dalla mescola di corrette citazioni e arbitrarie interpretazioni, possono saltar fuori una serie di grandi e inutili sciocchezze. 

Se quindi i critici di mestiere non si dimostrano affidabili, a chi dobbiamo rivolgerci per capire cosa vuol dirci Scorsese? 

   E' probabile che questo acuto autore si concentri su un profilo del tutto marginalizzato dalla critica, ma anche dalle più frequenti analisi e approssimazioni teologiche. Ci sarebbe piaciuto sottoporre la nostra storiella allegorica (Quella del post precedente) alla sua attenzione per poi chiedergli l'attinenza col significato del suo lavoro, domandargli cioè di tentare un giudizio o un confronto con le parole spese sui rotocalchi da parte dei riconosciuti professionisti della stampa digitalizzata o meno. La nostra invisibilità, purtroppo, non ci darà mai modo di ricevere una risposta autentica.  

 E' vero che il successo al giorno d'oggi si misura col clamore e con la quantità degli spettatori paganti, però, a dirla tutta, varrà pur qualcosa il dato  unanimemente estrapolato dalle indagini di settore, il quale ha sentenziato che quest'opera sia stata la 'meno compresa e la meno gettonata' di tutte le precedenti a firma del regista statunitense. Anche se, a noi, in definitiva  sembra del tutto esplicito  che proprio l'incapacità della massa di cogliere e premiare l'impegno profuso nella realizzazione del film, rifletta , preciso preciso ed in misura rigorosamente inversa,  il reale gradiente di merito e di valore delle qualità artistiche di questo equivocato regista.

        Se però qualcuno  dubitasse della competenza dell'editore di Pangea  ecco a voi bella  pronta, già  nel prossimo appuntamento su questo blog (A&OA),  una recensione tratta dal quotidiano La Repubblica. 

         Nell'ultimo e terzo post di questa serie, vedremo infine come l'IA (Italianizzazione dell'odioso acronimo anglosassone)  sappia  deliziare i palati più fini con le sue impagabili spiegazioni, non senza privarci del colpo di scena finale, che, come nelle migliori trame romanzate,  viene servito all'ultimo, proprio nella riga di chiusura della piccola e decisiva rassegna selezionata dalla IA . Una chicca insomma, interamente fruibile sulla rete, una roba da far sbellicare di risate anche il vecchio  monaco (Jorge da Burgos, detto 'il venerabile Jorge')  del pluripremiato romanzo dell' Umbertone nazionale.