Ed ora veniamo alla recensione integrale sul film Silence pubblicata dal più venduto quotidiano del paese, La Repubblica. (Sigh! Povero Platone)
Ci sono film che solo certi registi si possono permettere. Uno è senz’altro Martin Scorsese, che una carriera costellata di capolavori autorizza a fare un po' quel che vuole. Così Martin ha potuto utilizzare un grande cast, un pluripremiato professionista come Dante Ferretti e un ricco budget per creare un film grave e intransigente, che non accarezza mai il pubblico nel senso del pelo. E comunque anche lui ha dovuto attendere molti anni, perché il progetto di adattare il romanzo dello scrittore cattolico giapponese Shusako Endo lo coltivava già dai tempi de L'ultima tentazione di Cristo. Se con quel film, da alcuni giudicato provocatorio, il regista indagava il dissidio tra fede e tentazioni della carne, con questo si piega invece su un argomento che da sempre ossessiona l'ex-seminarista Scorsese: il silenzio di Dio. Nel XVII secolo due giovani missionari portoghesi, padre Rodrigues e padre Garupe, vanno in Giappone alla ricerca del loro mentore padre Ferreira, di cui non si hanno più notizie. Nella terra del Sol Levante è in corso una persecuzione dei cristiani, che sono costretti a rinnegare la fede o a subire il martirio. Anche per i missionari è l’inizio di una Via Crucis. Chi ritenesse il soggetto lontano dalla nostra epoca de-sacralizzata, pensi alle barriere che ancor oggi dividono il mondo. Allora le autorità giapponesi espellevano tutti gli stranieri e, in particolare, perseguitavano i missionari cristiani come rappresentanti di una religione estranea alla cultura nipponica, quindi pericolosa. La dinamica del dramma s'incentra (non senza ricordare la leggenda di Cristo e il Grande Inquisitore narrata da Dostoevskij nei Fratelli Karamazov) nel confronto tra padre Rodrigues e l'inquisitore Inoue, il quale tortura e uccide i cristiani giapponesi per indurlo all'apostasia. Con l'integralismo della fede Rodrigues gli resiste, ma intanto è tormentato dal mutismo di Dio.
Perché non ascolta le preghiere? È indifferente alla sorte degli umani? Non risponde perché non esiste? Le certezze del giovane padre, che si sente un po’ Cristo (in una scena si specchia in un laghetto e vede il volto del Salvatore), cominciano a vacillare: soprattutto quando gli fanno incontrare padre Ferreira, che ha abiurato calpestando un'immagine sacra. Silence è un film di una bellezza inquieta e insieme sommessa. Spesso le immagini sono avvolte nella nebbia; però acquistano una grande potenza drammatica nelle sequenze di martirio (con l'acqua, il fuoco, per dissanguamento) e, talvolta, sfumano nell'onirico, come nella scena del villaggio distrutto popolato solo di gatti. Certo non è un film per tutti i gusti, nella sua severità che sarebbe piaciuta a un maestro come Carl Theodor Dreyer. E alcuni momenti (soprattutto all'inizio della seconda parte) si dilungano troppo, tra discussioni teologiche ed episodi ripetuti, come quello del sosia giapponese di Giuda. Ma se chi predilige un cinema più dinamico non si convertirà, probabilmente, grazie a Scorsese, potrà almeno apprezzare l'ottima interpretazione di Andrew Garfield e della sua "spalla" Adam Driver. O il cameo di Liam Neeson che, col codino e il kimono, sembra tornato a quando faceva il maestro jedi Qui-Gon Jinn in Star Wars.
Fine dell'articolo pubblicato sul quotidiano nazionale, La Repubblica.
Commento (tutto mio) all'articolo de La Repubblica.
Ah! Ah! Ah!
E questo mio profondo disimpegno critico basterebbe già da solo a capire con chi, stavolta, ci ritroviamo ad aver a che fare. Qui la mano del giornalista non è incerta ed esile: qui si tratta di mano da fabbro, mano esperta e ben strutturata per picchiare duro sulla malleabilità di certe, povere teste di bronzo. Ma andiamo con ordine. Gli immancabili riferimenti culturali e le citazioni di maniera, come nella miglior tradizione di questa testata, non fanno difetto; tanto per ricordare al povero lettore che determinate perle di giornalismo, non sono roba da illetterati. Per cominciare si pennella immediatamente un frettoloso ritratto dell'autore, così da far capire subito di che pasta sia fatto. Definendolo prioritariamente 'ex-seminarista', difatti, non si altera una realtà documentata (e mai messa in dubbio da nessuno), tuttavia, su certe limitate forme mentali abituate al preconcetto, questo dato biografico potrebbe suonare come un'ammissione di colpa; un po' come dire : in fondo anche lui è cattolico fino al midollo, lo è fin dalla pubertà; e per tanti questa (ipotetica, si badi bene) semplice nota biografica suona come: '...fa parte del suo corredo genetico' , che da ignorantoni quali sono, e in spregio all'epigenetica, considerano una struttura inalterabile. Ciò perché, ancora tante persone ritengono il corredo genetico una caratteristica non modificabile dell'individuo, una sorta di bio-programmazione infallibile rispetto a cosa farà nella vita e perfino a come ragionerà in futuro. Insomma, per tanti e colti fruitori di prodotti editoriali, i geni rappresentano un' acquisizione congenita inalterabile e assoluta (Cioè non soggetta a condizionamenti migliorativi). Dopo questo ace servito a fil di 'corridoio' (Il gergo tennistico di questi tempi rende parecchio) e dopo aver diligentemente annotato che anche l'autore del libro omonimo fosse cattolico benché nato e vissuto in Giappone ( Shusako Endo ), si cambia rapidamente strumento e dalla racchetta a noi pare che l'editorialista imbracci stavolta e senza alcuna accortezza, un pericoloso mitragliatore della classe Uzi, (di quelli piccoli ma che possono far danni seri.) e cominci a sparare cazzate belle toste fingendo di penetrare il nucleo vivo dell'opera recensita. Quale sia il tema centrale del film di Scorsese, non può essere sindacato da cani e porci, è un tema chiaro e , - secondo chi scrive - non equivocabile, Questo tema è : il silenzio di Dio. Bah! A noi questo pezzo di sopraffina critica cinematografica, più che altro pare un agguato alle performanti capacità di una qualsiasi mente creativa - non solo a quella del buon Martin Scorsese- che, come solo i creativi sanno, non dovrebbe mai sviluppare le proprie idee sulla base di un monolitico binario interpretativo, o di una sola chiave di lettura. I capolavori di norma, non sputano sentenze, e non sono prodotti da navigati e cinici manipolatori di menti . . . per fortuna. Probabilmente è del tutto inutile cercare di immergersi nella logica del giornalista che - questo sì è fuor di dubbio - forse non ha mai sentito parlare di polisemia di un testo, di poliedricità, o si sia mai posto il problema di cosa significhi multidisciplinarietà. Pensiamo ad esempio ad un film di fanta-avventura come Jurassic Park, tutti hanno notato la riuscitissima consulenza di sceneggiatori esperti in varie discipline, (fino alla fisica quantistica) e non solo di paleontologia. Per costui, parlo del recensore arruolato dai nipotini di Scalfari, sembra invece che un autore sia soltanto un burattino integralista abituato ad utilizzare la propria arte per ricavarne profitto e carriere e che quindi sia rigorosamente addestrato a mitragliare opinioni come fossero verità assolute. Lì, nelle vesti del regista, non si troverebbe dunque un uomo, magari anche lui in conflitto con l'assurdità di certi paradossi fideistici, ma uno strumento utilissimo se spara a tuo favore, o di un 'furbetto' ideologicamente deviato, se le sue ogive rischi di trovartele innescate proprio nel bel mezzo del salotto di casa, la grande casa delle libertà democratiche naturalmente, dove già dai tempi di Voltaire e Robespierre chi si presentava in equivocabili abiti monacali alle riunioni fra rivoluzionari, avrebbe corso il serio rischio di far la fine dell'iconico negronetto alla cena di Capodanno. Ovvio che certi intellettuali sanno bene che non possono ridondare di parole l'argine malconcio di piccole menti avvezze alla lettura di una didascalia non più lunga di otto righe, dopo le quali la loro attenzione, messa a dura prova, finisce per liquefarsi come neve al sole. E poi chi li va a riprendere, codesti farfalloni inebetiti, quando si perdono in ulteriori e più coloriti svaghi di intrattenimento telematico, chi li acchiappa più se cominciano a tamburellare le dita sull' I-phone alla spasmodica ricerca dei reggiseni della Di Patrizi (In arte Elodie), dell'ultimo rossetto della Hilton (Icona glamour ancora miracolosamente sugli scudi), o perfino - perché no! - della nuova fiamma di Fedez, delle tenerezze recitate a favore di telecamera, delle coccole sottovuoto , dei loro irrinunciabili cornetti di stagione e di tutto il resto ? E chi li prende più se partono per quella tangenziale?
Ma no, ma no. Tranquilli! 'Sti professionisti della cultura indotta per via sub-liminale, mica si fanno fregare così, andando a fiaccare prima del tempo il margine transumanizzato delle capacità cognitive dei loro più assidui lettori; sanno bene ciò che fanno, ed allora nel breve spazio concesso, spiattellano di gran lena nomi ad effetto quali Drever , o Dostoevskij. Giusto una rinfrescatina, tanto questi autori da qualche parte si sentono sempre, e stai sicuro che nessuno si prende la briga di leggerli. Insomma con questa tecnica comunicativa si va sul sicuro! Citazionismo sopraffino ben confezionato e tirato a lucido per incorniciare a dovere l'effetto pirotecnico della 'grande verità' ripiegata in poche, pochissime domande che potrebbero perfino fare a meno del punto interrogativo, dato che vengono portate sulla tavola nella loro subdola accezione di ovvietà indubitabili rigorosamente autenticate dall'indispensabile apporto dei sensi. Ma non si era detto, nelle recensioni precedenti (Dal notiziario 'avventuriero' Pangea del precedente post ) che bisognava dubitare dell'apparenza? Quindi della percezione sensoriale? Difatti qui l'articolista pare esprimersi con pseudo-domande che si rivelano, ad occhio nudo, nulla più che pistolotti d'autore, infilati dentro uno scialbo costume di scena formalmente infiocchettato di umiltà. Per il vero, l'umiltà , quella cioè di chi si pone vere questioni, ne esce ridicolizzata di fronte a tanta pochezza. Le proposizioni usate, allora, suonano meglio e ancor più forte, come affermazioni secche rispetto a problematiche estreme quali: dov'è Dio? Perché non interviene? Classici quesiti da bar, insomma, se posti in questa maniera, ai quali sembra seguire un chiaro decalogo di asserzioni in cui tutti, ubriaconi o avventori sobri, possono umanamente riconoscersi :
- Perché dio non ascolta le preghiere !/?
- È indifferente alla sorte degli umani !/?
- Non risponde perché non esiste !/?
E i punti interrogativi? Cosa contano se battuti in quel modo? Forse all'inizio erano esclamativi, poi accertato come li si voleva utilizzare, anche loro debbono essersi ritorti per gli spasmi da evacuazione imminente. Fine della riflessione giornalistica. Punto e basta! L'articolo de La Repubblica, nel suo contenuto più serio e meditato finisce qui. Il resto è un susseguirsi di osservazioni più o meno pertinenti su fattori estetici, fotografici, e per lo più di contorno, con un condimento glassato di sana ironia scalfariana (quella, gli editorialisti debbono mettercela sempre in ogni pezzo tirato a stampa. Lo debbono fare per contratto.): 'sto filmetto non servirà a convertirsi, però almeno è bello e persino ben recitato'. Grande conclusione per grande recensione! Applauso della platea (se così si può chiamare quell'accozzaglia residua di seguaci che persistono ad autolesionarsi il cervello anziché farsi curare -come si dice - 'da uno bravo' ) e poi di corsa al cesso, a liberare gli intestini da tanta grassa superbia, quella sì davvero indigesta perfino in certi ambienti ammantati di solennità servile e riverente. Soffermarsi ancora su simili prodotti editoriali, venuti su con l'indecenza di un rutto ben assestato, significa volersi fare veramente male.
Pensiamo al prossimo appuntamento, allora, dove la damigella d'onore sarà nientepopodimeno che la cara e dolce IA.

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