martedì 14 luglio 2026

La tradizione misterica: Eros

    Inauguriamo oggi una serie di post che trattano il significato arcaico della parola Amore, partendo dalla maniera in cui lo intendevano gli antichi greci e valutando di volta in volta, quale uso se n'è fatto ai giorni nostri, cioè dopo quasi duemila e cinquecento anni, e considerando inoltre come, di questo argomento, si è scritto in letteratura. 

Il presente articolo è stato tratto da una conferenza del Professor Domenico Rosaci

 La tradizione dei misteri: dall’ Eros all’Agape.

       Par la maggior parte di noi la parola Amore esprime significati ovvi e quasi scontati. E’ il sentimento di cui si parla di più, tutto nella società di oggi sembra richiamare all’amore. Nonostante ciò  risulta ancorra una delle parole più equivocate rispetto i significati che questo termine, o il concetto espresso, aveva in tempi passati e , più precisamente, ai tempi delle origini (arcaico da ‘archè= delle origini). Il primo significato dell’archetipo ‘amore’ è uno dei più potenti archetipi della psiche umana, una struttura, quella psichica,  psichica che si è formato in migliaia di anni. Il significato è stato poi custodito e veicolato fino ai giorni nostri dalla tradizione iniziatica per essere tramandato successivamente  come uno dei principali misteri, uno dei più importanti ( Sacri ) trasmessi soltanto per via esoterica, ovvero, da e per pochi esperti (Iniziati).  

     Il significato che i greci davano alla parola amore, sembra essere ancora,  per molti accademici, un riferimento molto importante, visto che la cultura ellenica è ritenuta la base portante dell’intera civiltà occidentale. A ben vedere, questo primato della cultura greca  appare un luogo comune piuttosto diffuso, sebbene del tutto ingiustificato, dacché la nostra cultura, aveva cominciato anni addietro (Ben duemila anni or sono) un lento processo di separazione dai  contenuti arcaici. Gli antichi greci, ad esempio, avevano molti modi di definire l’amore, a seconda della circostanza; vocaboli come ‘eros’, ‘storge’ ,’filia’, ‘xenìa’, ‘agape’, possono essere tradotti in italiano col medesimo termine, cioè amore, sebbene ciascuna di queste parole indicasse un diverso tipo di amore (Amore filiale, amore per il sapere, amore per l’amata/o).  Il termine più comune per definire l’amore era comunque ‘eros’ , ovvero, l’amore come attrazione sessuale, quell’attributo che delinea l’ardore e la passione amorosa. L’etimologia e il verbo (Eramai) da cui proviene il termine amore,  portano al significato ‘desiderare’, bramare, ma non necessariamente una persona, infatti la brama, o il desiderio di qualcosa, poteva riguardare  enti astratti quali il sapere, il potere, o perfino elementi più materiali come  cibo o ricchezze.

    Per i greci Eros era un dio ben definito entro certi miti, miti non sempre simili ed anzi estremamente diversi fra loro, ciò perché gli dèi antichi possono essere tranquillamente considerati archetipi. Gli dèi/archetipi  definiscono quindi  immagini della mente e riguardano, più esattamente, concetti che si formano nella psiche umana in un lungo intervallo di tempo. Più essi son forti e prima si sono formati, visto che ‘archetipo’ deriva da ‘arché’ , che significa ‘delle origini’.  Eros quindi, essendo un concetto archetipico, si è formato nel passato più remoto della storia umana e, pertanto, sappiamo, o dobbiamo tener conto anche delle modifiche che il suo significato,  abbia subito nel tempo. Il primo significato proviene da Omero e da alcuni frammenti degli orfici, una categoria di mistici che tramandano tradizioni antichissime. Il significato di Eros ha dunque a che fare con i miti della creazione del mondo. Bisogna ricordare che prima delle grandi invasioni indoeuropee, la Grecia era abitata fin dal neolitico, da popolazioni autoctone, i Pelasgi (Così chiamate dagli invasori Elleni). Essi erano ben diversi dai guerrieri Elleni, gli studiosi concordano nel ritenerli razza camita, popolazioni africane dalla pelle scura e piuttosto bassi di statura, di certo più bassi degli elleni. Questi primi abitanti del Peloponneso europeo possedevano perciò i loro miti della creazione, secondo almeno quanto ci giunge dagli scritti di Apollo Rodio, oltreché dai misteri orfici che gli elleni continueranno a celebrare al lungo, proprio in memoria delle antiche tradizioni pre-elleniche.  

Il mito pelasgico

     Nel mito pelasgico, vi è un principio di tutte le cose molto complicato dove la realtà è costituita da un caos primordiale e assoluto, cioè indeterminato. Nel disordine assoluto non vi sono elementi diversificati e il tutto può essere identificato come un tutt’uno indistinto. Tutto è amalgamato senza spazio e tempo a scandire le fasi storiche, quindi senza un luogo di riferimento, senza un prima, né un dopo. Non c'è materia, non c'è tempo e non c'è nulla, ma questo nulla e anche il Tutto, benché solo in potenza. In un secondo momento dal caos primordiale emerge la prima entità determinata. In un certo senso è il caos stesso che compie uno sforzo di volontà, diventando un essere solitario di sesso femminile (?), Eurinome. Eurinome vuol dire ‘colei che vaga negli ampi spazi'. Possiamo poeticamente immaginarla - Alla maniera dei nostri antichi predecessori pelasgici - come una ballerina che vuol danzare ma non ha un posto adatto per farlo, o un supporto per poggiare i piedi. Ella decide allora di operare un primo atto, creare due luoghi distinti che sono ‘le acque di sopra e le acque di sotto’, quindi inizia volteggiare sopra questi due mondi acquiferi, fino a creare un vortice intorno al proprio corpo. Da questo vortice nasce il vento del nord (Borea), che poi diventa sempre più forte ed Eurinome è costretta a controllarlo afferrandolo e strizzandolo come uno straccio che si trasforma immediatamente nel grande serpente Ofione. Nel mito i due si uniscono dando origine al grande Uovo universale, dal quale prenderanno vita e forma tutte le meraviglie del creato dalle più grandi alle più piccole. Curiosamente per noi, uomini moderni, il racconto diventa alquanto singolare, per non dire 'strano. I due infatti si trasferiscono in una reggia situata sul monte Olimpo, ma ben presto cominciano a combattersi per il privilegio del comando e della regalità che entrambi pretendevano. Nella furibonda battaglia Ofione ha la peggio e subisce un calcio in bocca che gli rompe i denti. E sono proprio quelli che, giungendo a terra ( non si specifica come) daranno origine a tutte le persone del mondo, all'umanità propriamente detta. Il primo uomo si chiamerà quindi, Pelasgo. Questa versione mitica è pressoché  la medesima in tutta l’Europa neolitica, nell’Asia e nell’Africa , i territori cioè che verranno colonizzati dai primi indoeuropei, prevalentemente di razza semitica. Ne troviamo traccia nella Genesi della Bibbia ebraica, la Tanak, in cui si parla di un dio che dividerà il cielo dalla terra, in un processo  che  sembra ricalcare il modello orfico del prodigio di Eurinome (Separazione delle acque di sopra da quelle di sotto).  La Tanak ebraica non parla quindi di un creatore del mondo dal nulla, ma di un principio ordinatore che agisce come il principio ordinatore della tradizione pelasgica. Lo stato precedente è dunque il Caos, quello successivo è un primo ordine che possiamo chiamare, in fede agli scritti biblici, Elohim. La terra che si separa dalle acque è invece chiamata Tehom (Il significato che ne dà Wikipedia è 'abisso'), nella bibbia infatti è scritto: 'in principio Elohim ordinò le cose'. L’ente ordinatore fa parte del tutto iniziale, non è una entità diversa e separata. Dalla Bibbia leggiamo che vi era al principio una massa informe nella quale le tenebre profonde coprivano l’abisso. Ciò che c’era era un abisso, un posto deserto e buio, e su questo abisso scuro opererà la volontà di Elohjm.  In prtica il Tehom biblico è la rappresentazione della prima materia, o anche l'abisso primordiale, così come Elohim è la rappresentazione dello Spirito puro. Gli agricoltori delle origini, così come più tardi gli egiziani ed altre civiltà del tempo, ritenevano che vi fosse un Tutto unico, un solo principio senza coscienza di sé che gli egizi stessi chiamavano 'abisso primordiale’, a differenza dei greci che lo chiamavano caos. Successivamente l’unità primordiale prenderà coscienza di sé e si dividerà in due emanando, e non creando dal nulla, un altro sé. Due principi complementari che in essa stanno ben distinti ed opposti ma non separati. La divinità primordiale è quindi androgina e contiene in sé maschile e femminile che gli egiziani chiamarono rispettivamente Nun e Nunet, gli orfici Ofiuco ed Eurinome; per gli antichi cinesi, ad esempio, questi principi (Yin/femminile e Yang/maschile) sono rappresentati nel Tao e sono indivisibili sebbene opposti e differenti. Nel mito pelasgico però viene descritto un momento in cui l’abbraccio fra i due enti opposti si rompe ed emerge la volontà di creare qualcosa che non fa più parte dell’uno, nel senso che viene generato e non emanato come l’Elohim iniziale. Invece l’Uovo cosmico è una creazione e sancisce l’inizio dello spazio e del tempo nel senso che da quell’entità sarebbero scaturite tutte le forme della materia, quindi dello spazio e del tempo. Potremmo paragonarlo, da moderni, nel fenomeno del Big Bang, ovvero, a quel momento  della nascita dello spazio tempo dell’Universo. Questa è, se non altro, la versione che ne dà la scienza moderna. Nel mito orfico (Gli orfici - lo ricordo - erano mistici greci che seguivano la tradizione pre-ellenica) però il racconto differisce un poco. Essi chiamavano  Eurinome ‘la Notte’ ed essa era amata dal vento, era perciò dotata di ali e oltremodo tenebrosa ( quel vento che abbiamo visto ella ha piegato  come uno straccio e dal quale ha dato origine al serpente Ofione). Dall’unione col Serpente Ofione , (che è anche il vento Borea prima di essere tramutato in serpente )  ha avuto origine il mondo, e questa sembra esattamente la stessa storia del mito pelasgico. Gli orfici però introducono al procedimento un nuovo ed importantissimo elemento, un dio ‘partorito’ dall’uovo che essi  chiamarono Eros,e che, proprio per effetto della variante introdotta in questo mito,  farà parte e sarà sempre associato all’atto della creazione del mondo. 

Eros


                                                  

Eros è quindi  la forza motrice dello spazio, del tempo e di tutto ciò che esiste. Questo concetto introdotto nel mito orfico sottolinea la visione arcaica della Realtà  che è in un primo istante solo psiche, cioè una volontà autoderminatasi  da un tutto precedentemente indeterminato. La psiche , dopo aver preso coscienza di sé  si sdoppia, senza però alterare il suo carattere unitario delle origini, diventerà dunque il tutto da cui si genererà  il mondo. E’ importante osservare come questo processo non ha alterato il carattere unitario della psiche e solo in un secondo tempo l’Unità ha voluto partorire l’Uovo Cosmico. L’uovo , lo sdoppiamento e tutto quanto riguarda la psiche sono atti della stessa psiche dunque. Nell’ultimo atto, cioè quello che riguarda l’Uovo cosmico, il Tutto sogna di uscire da sé diventando Eros, il quale poi si permea di molteplici enti diversi, identificandosi col ‘panta rei’ di Eraclito. E’ questa l’immagine più antica che i greci hanno dell’Amore. L’essere diventa quindi desiderio, diviene qualcosa che prima non era mai stato. Le vicende fra Eurinome ed Ofione dopo aver creato l’uomo, mostrano gli effetti disastrosi del desiderio/Eros fattosi nuova entità. Infatti abbiamo visto che Eurinome prende letteralmente a calci Ofione in una disputa per il potere e gli rompe i denti che cadendo sulla terra genereranno gli uomini, ovvero tutta l’umanità. Gli orfici precisano che la causa di questa caduta sia proprio Eros, il desiderio del primo accoppiamento provocato dalla separazione della prima unità. Il desiderio ardente, Eros, è il mistero che sta nell’esistenza, perché da Eros proviene tutto. L’esistenza è dunque sperimentazione di novità. La caduta non sembra essere un fatto negativo, ma solo un atto della volontà di sperimentare. Il privilegio di quest’esperienza passionale comporta dunque  un duro prezzo da pagare, la sofferenza. Il desiderio (sessuale) implica pertanto e inevitabilmente, la sofferenza. I due iniziali, così,  si separano e da quel momento la loro complementarietà provoca un forte desiderio di ricongiungimento, in quanto l’uno vede nell’altro la possibilità di completarsi. Per questo motivo, Platone nel Simposio (IV secolo a.C.) descrive Eros come figlio dell’indigenza (Divinità chiamata Penia, cioè povertà) e sofferenza (Poros). Platone parla in termini più chiari del mito pelasgico, dice infatti che Eros è figlio di quella vocazione della psiche umana caduta dallo stato di inesistenza a quello dell’esistenza. Platone inquadra Eros nella visione complessiva dell’anima umana, la capacità di pensare e conoscere (Psiche). La psiche cerca dunque la bellezza dell’esistenza, già presenta ancor prima che l’essere si incarnasse nell’umanità. Per Patone, la conoscenza non sembra essere altro che il tentativo di ricordare il passato divino, egli parla cioè di ‘riminiscienza’. Il filosofo ateniese descrive poi due tipi di Eros, l’Eros sensuale che, attratto dalla bellezza dei corpi provoca la fecondità fisica, e poi parla dell’Eros ‘Celeste’ (Uranios Eros), che è attratto dall’amore spirituale il quale , a sua volta, provoca la fecondità spirituale, in pratica i due tipi di Eros riguardano il mondo della materia e quello dello spirito, che non sono altro che le acque di sopra e di sotto divise da  Eurinome e da Elohim ebraico, il dio ordinatore della Bibbia. A ben vedere questa divisione si era già verificata prima, quando l’uno si era tramutato in ‘due’ (Mare e cielo, materiale e spirituale) e solo dopo avviene  la seconda divisione, provocata dal sodalizio fra Eurinome e Ofione (Ofione agisce attivamente come volontà ed Eurinome si fa forza contenitrice, corrispondente allo Yin e Yang del Tao). Pertanto dalla separazione fra spirituale e materiale, verificatasi la prima volta quando l’Uno si era sdoppiato,  si era originato tutto il resto, ovvero la realtà nei suoi molteplici e svariati aspetti. 

- continua -


lunedì 18 maggio 2026

SImboli a ruota libera

Post aggiornato il 24 Maggio 2026
Post ulteriormente aggiornato il 25 Maggio 2026


clicca su link qui sotto (Amore e morte), vedi il corto e commenta. 

Amore e morte

Commento all'opera

vedo adesso il corto dai contenuti criptici ed intensi. Il mio pvd: Suggestivo ed interessante. Lo vedo ancora una volta per capire bene i particolari di sicuro peso simbolico. A me sembra un concentrato di simboli che ruotano intorno all'elemento Dio-Natura , perché sembra proprio che il luogo sacro, cioè il luogo in cui si svolge il dramma/vita sia un bacino acquifero dalla forma, anche anatomicamente ben definita, di un cuore (riproposta in chiusura), chiaro elemento volto a rappresentare l'amore come elemento vitale, creativo ma anche distruttivo (tipico delle concezioni spirituali arcaiche) in una sintesi che pare avvicinarci al criterio religioso orientale o, addirittura induista. Il Dio delle acque è femmina, e ricopre un ruolo attivo, distruttore di fatue alleanze fra potere temporale e caste sacerdotali, un qualcosa di innaturale che, come empia alleanza si è ripetuto molte volte nella storia: dalla Roma imperiale-Sinedrio; Costantino, Carlo magno e Sacra Romana chiesa; e poi ancora , Carlos V , Luigi XVI, il brutale Gott mit uns delle Esse-Esse (Non sfigurerebbero in questa classifica riferimenti di recentissima attualità) . Un accordo demoniaco, cioè contro-natura, che in fondo agli dèi non sembra piacere poi tanto. O almeno così pare porcelo il corto in questione. La spaventosa divinità, una via di mezzo fra il leggendario Pan e la dea Kalì amputata degli arti superflui, non ha compassione per gli attori di questa ennesima farsa dell'umanità corrotta, in replica perenne. Ma qualcosa sembra fermare drasticamente la sua sete di giustizia divina, un quid che equilibra nuovamente l'azione del Dio e che è presente seppur in minima parte nell'animo umano. A questo punto la manifestazione distruttiva/purificatrice del dio, si placa e dopo esser stata liberata - grazie alla forza di un atto di amore - dalle scorie di materia (oro insanguinato?) contaminata, torna allo spirito supremo, l'acqua del lago, e si ricongiunge con la Natura-Padre (La morte della dea PanKalì è solo apparente). Per vagliare eventuali conferme dei contenuti, o verosimili smentite occorrerebbe, a questo punto, consultare una recensione seria dell'opera.

Commento già pubblicato da Fabio Painnet Blade su 'Posto di Bloggo', lo spazio telematico di Franco Battaglia

Nel mio contributo ho voluto, forse sbagliando, considerare questo video come un prodotto finito e fine a sè. Pare invece che, ma di questo equivoco è responsabile il Battaglia, il breve filmato faccia parte , in qualità di sintesi promozionale, di una serie dai contenuti, sempre secondo l'analisi di Franco Battaglia, del tutto differenti da quelli da me proposti. Ho voluto commentare in misura sicuramente prolissa la scarsa dimestichezza dell'autore in rapporto alla decriptazione simbolica che ne avevo fatto io. Lui è l'autore e dunque a lui spetta l'interpretazione finale, benché la mia prospettiva chiudeva un circolo di analogie e associazioni del tutto coerente ad una versione autoriale, qualora questi avesse davvero voluto dar sfoggio di conoscenze della tradizione arcaica, assai  centrata e precisa rispetto ad un eventuale lettura mitografica. Nulla di tutto ciò, a quanto pare. L'autore intendeva risolvere tutto in ambito vagamente etico e sentimentale, mostrando di voler parlare di un amore tossico, e di altre questioni che poco o nulla avevano a che fare con la mia  veduta delle cose. Mi sono affrettato pertanto, a fornire una lucida critica alla pretesa di voler far passare il video come buona riuscita di un prodotto artistico, qual - a mio modesto avviso -  non è. Sono sufficienti le parole di Renè Guenon, rispetto la maniera di trattare il taglio simbolico (In questo caso, inequivocabile) in chiave moderna, che riduce il valore dei possibili significati profondi della tradizione a irrilevanti speculazioni da vago sapore filosofico sentimentale. Guenon si esprime così nei confronti di questo strano e discutibile modo di trattare il mito, da parte degli intellettuali della nostra confusionaria epoca                                                                                                                               - - R.Guenon (da: Simboli della scienza sacra)  : "... per quel che ci concerne noi pensiamo che se al giorno d'oggi il simbolismo è del tutto incompreso, tanto maggior ragione c'è di insistere su di esso, esponendo nel modo più completo possibile il significato reale dei simboli tradizionali, restituendo loro tutta la portata intellettuale che possiedono, invece che ridurli semplicemente a un'occasione per qualche esortazione sentimentale per la quale, del resto, l'uso del simbolismo è cosa del tutto inutile. " Ed io direi che oltre che 'inutile' , come afferma Renè Guenon, è anche dannosa per la mente di chi si affaccia al mito con curiosità e se lo ritrova impiastricciato in questa infestante abitudine  di trattare temi e richiami fantastici senza nessuna capacità se non quella di padroneggiare l'uso della grafica e della suggestione visiva delle immagini.                                                                                          E noi, in fede al pensiero del grande interprete del mito arcaico, proviamo ad insistere, nell'attesa che qualcuno - cosa di cui dubito parecchio  - abbia il fegato di sottoscrivere una qualche replica alle provocazioni già espresse nel commentario del blog Posto di bloggo e che mi limito di riportare qui sotto.

Dal commentario del post 'Corti', di Franco Battaglia.

Non c'è dubbio Franco, l'espressione artistica soffre entro limiti strandard preconfezionati, tempo compreso.

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Risposte
  1. Beh, i tempi imposti all'artista sono un limite dal momento che il linguaggio dell'artista, quello che lui ritiene adatto al suo criterio espressivo, non lo impone nessuno e implica una scelta del tempo più consono allo stile . Ciò impone una riflessione di fondo: il corto è un'opera finita, oppure è un semplice spot? Una sintesi cioè che rimanda al lavoro completo?. Ho voluto trattare questa tua proposta come fosse un'opera finita, ma dai tuoi commenti evinco essere, viceversa, una sintesi e qui vi è quella 'imposizione' di cui dicevo poc'anzi, che fa del breve video un lavoro artigianale confezionato sbrigativamente: buon colpo d'occhio ma flaccidità di contenuti. Certo il gioco della suggestione poggia su buoni strumenti e abilità di chi li usa , come la fotografia, i costumi, luce, taglio delle immagini, ma per partorire una roba degna di nota bisogna disporre di ben altre competenze. Ad esempio tu parli di Sirena (spero si a una tua conclusione e non una figura dell'autore) e poi di 'amore tossico', che secondo te sarebbe il tema centrale del corto (o della serie a cui è riferito lo spot). Ma qui siamo nel campo dell'interpretazione libera! un terreno sdrucciolevole che ritengo non riguardi il lavoro di un serio autore. Tuttavia se tu riporti recensioni certe e, magari, ti sei limitato a trascrivere il medesimo criterio dell'autore, beh, lasciami dire che per me non siamo di fronte a un prodotto artistico ma a un mediocre artigiano dell'immagine. Il successo? Certo, certo, una roba del genere può anche avere successo nel breve, ma nel lungo periodo penso sia 'da dimenticare'. D'altra parte, anche Dan Brown ha avuto un gran successo! Quello dipende sempre dal livello del pubblico, ma quando lo spettatore pagante è ignorante di suo, (per la cultura da cui proviene, intendo) come quei milioni di americani che al botteghino hanno decretato il successo de 'Il codice DaVinci' , ciò non fa di un lavoro dignitoso un prodotto artistico, e dopo il fuoco di paglia (ben remunerato eh, come mucchietto di cenere cinematografica) poi non può che seguire l'oblio. Quella serie di romanzetti del Brown, non credo si siano ritagliati uno spazio percepibile nella storia della letteratura. Insomma, si produce troppo e male! Poi con tanta roba in mezzo, a saturare la soglia di attenzione collettiva, trovare qualcosa di davvero buono diventa un problema.

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  2. Prima che me lo domandi, argomento io: vedi, già poggiare tutto l'impianto narrativo su un fattore irreale, come quello di un soldato sordo, può in regime di paraculata sortire un utile effetto, che fa da contraltare - se vogliamo - all'Efialte di Trachis , (Film Trecento) , dove in effetti, si bastonava un po' il criterio di dignità del 'diversamente abile' , però almeno il racconto, oltre a far fede a un contesto letterario ben preciso (Erodoto), era fortemente realistico. Certamente, il realismo può essere aggirato , ma se lo so fa si deve rispettare una coerente architettura simbolica, come sembrava promettere il tuo , peraltro interessante , contributo.


 Ad oggi, giovedì 28 Maggio, nel commentario del post 'Corti', nel blog Posto di bloggo (già linkato in precedenza) , non compaiono risposte. 

lunedì 4 maggio 2026

Tutti siamo Uno e Uno è tutti.

 Riprendo il leitmotiv del libro di Domenico Rosaci, Arcana Memoria,  con un invito alla riflessione. 

Alquanto suggestivo è uno dei tanti pensieri in esso contenuti:

   " Tutto è Uno, e quindi si intende che non è possibile allontanare da sé la sofferenza ignorando gli altri o, peggio ancora, facendoli soffrire. Al contrario generare sofferenza     nel prossimo significa acuire la propria come immediata conseguenza." 





giovedì 2 aprile 2026

L'utente domanda . . . (Terza parte)


















Se vuoi leggere i tre post dedicati al film di Martin Scorsese , comincia da qui

Le persone hanno chiesto all' intelligenza artificiale



 A conti fatti, dopo aver esplorato perfino frettolosamente l'opinione della IA, abbiamo concluso che l'intelligenza più amata dagli italiani non sia poi tanto male una volta messa a livella con quanto pomposamente strombazzato da intelligenze biologiche sì, ma fetenti come fosse settiche. Perfino quel vago alone di compiacenza servile che trasuda dalle recensioni umane sembra attutita dai toni di un'esposizione distaccata, rotonda e ben composta , mai ridondante di ottusa superbia intellettuale. Ma sì   signora Intelligenza , faccia pure il suo dovere ma, perlamordiddio! , si sbrighi ad assestare  una bella spallata a ciò che rimane sghembo e vetusto, dell'antica gloria dei padri parolai. Non ne sentiremo la mancanza, non ne rimpiangeremo l' assopito ardore, sicuro

    Per quanto riguarda invece le assonanze con le recensioni prese in esame, balza all'occhio, la riproposta del tema del 'silenzio di Dio'. Ciò che sembra emergere da queste iper-sintesi intelligenti,  come lettura comune intendo, è allora lo sconforto interiore di quello che sembra essere a tutti gli effetti, la conseguente ricaduta di un sentimento polarizzato attorno alla figura di un Dio muto, benché la storia delle religioni, quelle ufficiali, anzitutto e soprattutto 'abramitiche',  ci racconti a più riprese di un Dio che si identifica prioritariamente con la funzione comunicativa dell'essere umano, ovverossia la parola. 'Al principio vi era il Logos', afferma il Vangelo di Giovanni una volta confinato a Patmos, località geografica casualmente prossima a Efeso , patria di Eraclito l'oscuro, un altro che poneva il centro della questione sul criterio divino della parola/Logos; archetipo potente quello del Verbo, presente già nell'Ermes ellenico, straordinariamente affine al Toot egizio, l'ibis dalla testa di uomo, per i meno attenti all'iconografia geroglifica dei faraoni. Curioso che, oggi, il Dio parlante degli avi (Arcana tradizione) sia dimenticato e scambiato per un'entità muta e distaccata, quasi non esistesse nemmeno.  Per una volta, invece, quando l'IA sottolinea la possibilità di una difficoltà comunicativa fra culture (interpretata come 'silenzio' del Dio), potremmo dire di sentirci particolarmente vicini alle conclusioni del criterio di ricerca artificiale. Sempre che, col concetto di  difficoltà di scambio fra civiltà , si intendesse affermare  che il regista di Silence avesse voluto analizzare e invitare lo spettatore a riflettere su  questo evidente gap fra contesti culturali estremamente differenti fra loro; in questo caso  potremmo forse concedere alla IA una qualche forma di credibilità. Potremmo magari riconoscerle il merito, assente nelle intelligenze biologiche, di aver toccato un punto nevralgico dell'analisi teologica, di aver fornito altresì una sorta di invito allo studio e la lettura dei Testi arcaici, sul binario del problema della traduzione e di come nel corso dei secoli, da una radice originaria inizialmente comune (e condivisa),  si sono diramate le concettualizzazioni spirituali delle religioni moderne, con le loro assurde pretese di autorità con le loro discrepanze e assurdità esegetiche, sovente nascoste dietro il paravento falsamente carismatico del mistero il quale, per esser rispettato non deve essere compreso. Insomma, Martin Scorsese anche a detta della IA, con la sua provocazione avrebbe forse voluto  soffermarsi sulla necessità di prender visione direttamente del contenuto dei Sacri Testi arcaici, ponendo come registro analitico un paradosso: la comunicazione, o meglio, la trasmissione dell'informazione deve  avvenire, non certo attraverso robuste, precise e inalterabili qualità etiche, come la purezza dei principi e dei sentimenti fideistici, come la coerenza delle condotte e dei linguaggi ispirati, ma attraverso strutture cangianti, performanti e sempre adattabili ai tessuti culturali e, a dirla tutta e per intero, utilizzando strutture di passaggio (Ponti-pontefici) corruttibili e quindi  resistenti come la Pietra (Pietro) e come la pietra abbastanza solide da non cedere sotto il peso delle peggiori nefandezze che l'animo umano sia capace di concepire. In quest'ottica il Santo, colui che invece non possiede per vocazione un lato corruttibile dell' anima, ma viceversa  è guidato da un' inalterabile solidità di spirito, mancando di flessibilità, finirebbe in pezzi sotto il peso dell' incessante desiderio di materialità, di possesso e dominio del genere umano. L'animo del puro non si mostrerebbe adatto, dunque, alla trasmissione di quella scala di veri valori spirituali necessari al genere umano corrotto dal materialismo, a perpetuare la sua presenza, ed in ultima istanza, a raggiungere la salvezza in questo mondo. L'IA offre quindi una selezione fra i contenuti espressi in rete, rispetto un determinato argomento. Mentre prima eravamo costretti a esprimere un vaglio sui temi proposti, eravamo obbligati a censire e discernere entro un vasto periplo di informazioni variegate e talvolta contraffatte, adesso deleghiamo un ulteriore strumento a farlo per noi, senza renderci conto che anch'esso deve operare su criteri e parametri che, contrariamente al vecchio metodo, vengono definiti a priori e in misura obbligatoriamente arbitraria, secondo la chiave ( leggi anche algoritmo) definita dai programmatori. Si chiamerà pure intelligenza e ci farà fare meno fatica (La fatica del pensare, di studiare e documentarsi per operare una scelta libera), di certo sarà l'intelligenza 'tradizionale' , in seguito a questa moderna tecnologia, ad uscirne ridimensionata.  

domenica 1 febbraio 2026

"Questo film non servirà a convertirsi, però almeno è bello e persino ben recitato (La Repubblica)" (Seconda parte)

 

Ed ora veniamo alla recensione integrale sul film Silence pubblicata dal più venduto quotidiano del paese, La Repubblica. (Sigh! Povero Platone)


 
    Ci sono film che solo certi registi si possono permettere. Uno è senz’altro Martin Scorsese, che una carriera costellata di capolavori autorizza a fare un po' quel che vuole. Così Martin ha potuto utilizzare un grande cast, un pluripremiato professionista come Dante Ferretti e un ricco budget per creare un film grave e intransigente, che non accarezza mai il pubblico nel senso del pelo. E comunque anche lui ha dovuto attendere molti anni, perché il progetto di adattare il romanzo dello scrittore cattolico giapponese Shusako Endo lo coltivava già dai tempi de L'ultima tentazione di Cristo. Se con quel film, da alcuni giudicato provocatorio, il regista indagava il dissidio tra fede e tentazioni della carne, con questo si piega invece su un argomento che da sempre ossessiona l'ex-seminarista Scorsese: il silenzio di Dio. Nel XVII secolo due giovani missionari portoghesi, padre Rodrigues e padre Garupe, vanno in Giappone alla ricerca del loro mentore padre Ferreira, di cui non si hanno più notizie. Nella terra del Sol Levante è in corso una persecuzione dei cristiani, che sono costretti a rinnegare la fede o a subire il martirio. Anche per i missionari è l’inizio di una Via Crucis. Chi ritenesse il soggetto lontano dalla nostra epoca de-sacralizzata, pensi alle barriere che ancor oggi dividono il mondo. Allora le autorità giapponesi espellevano tutti gli stranieri e, in particolare, perseguitavano i missionari cristiani come rappresentanti di una religione estranea alla cultura nipponica, quindi pericolosa. La dinamica del dramma s'incentra (non senza ricordare la leggenda di Cristo e il Grande Inquisitore narrata da Dostoevskij nei Fratelli Karamazov) nel confronto tra padre Rodrigues e l'inquisitore Inoue, il quale tortura e uccide i cristiani giapponesi per indurlo all'apostasia. Con l'integralismo della fede Rodrigues gli resiste, ma intanto è tormentato dal mutismo di Dio.

Perché non ascolta le preghiere? È indifferente alla sorte degli umani? Non risponde perché non esiste? Le certezze del giovane padre, che si sente un po’ Cristo (in una scena si specchia in un laghetto e vede il volto del Salvatore), cominciano a vacillare: soprattutto quando gli fanno incontrare padre Ferreira, che ha abiurato calpestando un'immagine sacra. Silence è un film di una bellezza inquieta e insieme sommessa. Spesso le immagini sono avvolte nella nebbia; però acquistano una grande potenza drammatica nelle sequenze di martirio (con l'acqua, il fuoco, per dissanguamento) e, talvolta, sfumano nell'onirico, come nella scena del villaggio distrutto popolato solo di gatti. Certo non è un film per tutti i gusti, nella sua severità che sarebbe piaciuta a un maestro come Carl Theodor Dreyer. E alcuni momenti (soprattutto all'inizio della seconda parte) si dilungano troppo, tra discussioni teologiche ed episodi ripetuti, come quello del sosia giapponese di Giuda. Ma se chi predilige un cinema più dinamico non si convertirà, probabilmente, grazie a Scorsese, potrà almeno apprezzare l'ottima  interpretazione di Andrew Garfield e della sua "spalla" Adam Driver. O il cameo di Liam Neeson che, col codino e il kimono, sembra tornato a quando faceva il maestro jedi Qui-Gon Jinn in Star Wars.

   Fine dell'articolo pubblicato sul quotidiano nazionale, La Repubblica. 

Commento (tutto mio) all'articolo de La Repubblica.

                                                           Ah! Ah! Ah! 

   E questo mio profondo disimpegno critico basterebbe già da solo a capire con  chi, stavolta, ci ritroviamo ad aver a che fare. Qui la mano del giornalista non è incerta ed esile: qui si tratta di mano da fabbro, mano esperta e ben strutturata per picchiare duro sulla malleabilità di certe, povere teste di bronzo. Ma andiamo con ordine. Gli immancabili riferimenti  culturali e le citazioni di maniera, come nella miglior tradizione di questa testata, non fanno difetto;  tanto per ricordare al povero lettore che determinate perle di giornalismo, non sono roba da illetterati. Per cominciare si pennella immediatamente un frettoloso ritratto dell'autore, così da far capire  subito di che pasta sia fatto. Definendolo prioritariamente 'ex-seminarista', difatti, non si altera una realtà documentata (e mai messa in dubbio da nessuno), tuttavia, su certe limitate forme mentali abituate al preconcetto, questo dato biografico potrebbe suonare come un'ammissione di colpa; un po' come dire : in fondo anche lui è cattolico fino al midollo, lo è fin dalla pubertà; e per tanti questa    (ipotetica, si badi bene) semplice nota biografica suona come: '...fa parte del suo corredo genetico' , che da ignorantoni quali sono, e in spregio all'epigenetica, considerano una struttura inalterabile. Ciò perché, ancora tante persone ritengono il corredo genetico una caratteristica non modificabile dell'individuo, una sorta di  bio-programmazione infallibile rispetto a cosa farà nella vita  e perfino a come ragionerà in futuro. Insomma, per tanti e colti fruitori di prodotti editoriali,  i geni rappresentano un' acquisizione congenita inalterabile e assoluta (Cioè non soggetta a condizionamenti migliorativi). Dopo questo ace servito a fil di 'corridoio' (Il gergo tennistico di questi tempi rende parecchio) e dopo aver diligentemente annotato che anche l'autore (Shusako Endodel libro omonimo fosse cattolico, benché nato e vissuto in Giappone, si cambia rapidamente strumento  e dalla racchetta, a noi pare che l'editorialista imbracci stavolta e senza alcuna accortezza, un pericoloso mitragliatore della classe Uzi, (di quelli piccoli ma che possono far danni seri.) e cominci a sparare cazzate belle toste fingendo di penetrare il nucleo vivo dell'opera recensita. Quale sia il tema centrale del film di Scorsese,  non può essere sindacato da cani e porci, è un tema chiaro e , - secondo chi scrive -  non equivocabile, Questo tema è : il silenzio di Dio. Bah! A noi questo pezzo di sopraffina critica cinematografica, più che altro pare un agguato  alle performanti capacità di una qualsiasi mente creativa - non solo a quella del buon Martin Scorsese-  che, come solo i creativi sanno, non dovrebbe mai sviluppare le  proprie idee sulla base di un monolitico binario interpretativo, o di una sola chiave di lettura. I capolavori di norma, non sputano sentenze, e non sono prodotti da navigati e cinici  manipolatori di menti . . . per fortuna.  Probabilmente è del tutto  inutile cercare di immergersi nella logica  del giornalista che - questo sì è fuor di dubbio - forse non ha mai sentito parlare di polisemia di un testo, o si sia mai posto il problema di cosa significhi multidisciplinarietà. Pensiamo ad esempio ad un film di fanta-scienza/avventura come Jurassic Park, tutti hanno notato la riuscitissima consulenza di sceneggiatori esperti in varie discipline, (fino alla fisica quantistica) e non solo di paleontologia.   Per costui, parlo  del recensore arruolato dai nipotini di Scalfari, sembra invece che un autore sia soltanto un burattino integralista abituato ad  utilizzare la propria arte per ricavarne profitto e carriere e che quindi sia rigorosamente addestrato a mitragliare opinioni come fossero verità assolute.  Lì, nelle vesti del regista, non si troverebbe dunque un uomo, magari anche lui in conflitto con  l'assurdità di certi paradossi fideistici,  ma uno strumento utilissimo se spara a tuo favore, o di un  'furbetto'  ideologicamente deviato, se le sue ogive rischi di trovartele innescate proprio nel bel mezzo del salotto di casa,  la grande casa delle libertà democratiche naturalmente, dove già dai tempi di Voltaire e Robespierre chi si presentava in equivocabili abiti monacali alle riunioni fra rivoluzionari, avrebbe corso il serio rischio di far la fine dell'iconico negronetto alla cena di Capodanno. Ovvio che certi intellettuali sanno bene che non possono ridondare di parole l'argine malconcio di piccole menti avvezze alla lettura di una didascalia  non più lunga di otto righe, dopo le quali la loro attenzione, messa a dura prova, finisce per liquefarsi come neve al sole. E poi  chi li va a riprendere,  codesti farfalloni inebetiti,  quando si perdono in ulteriori e più coloriti svaghi di intrattenimento telematico,  chi li acchiappa più se cominciano a tamburellare le dita sull' I-phone  alla spasmodica ricerca dei reggiseni della Di Patrizi (In arte Elodie), dell'ultimo rossetto della Hilton (Icona glamour ancora miracolosamente sugli scudi), o perfino - perché no? - della nuova fiamma di Fedez, delle tenerezze recitate a favore di telecamera, delle coccole sottovuoto ,  dei loro irrinunciabili cornetti di stagione e di tutto il resto ? E chi li prende più se partono per quella tangenziale?
   Ma no, ma no. Tranquilli!  'Sti professionisti della cultura indotta per via sub-liminale, mica si fanno fregare così, andando a fiaccare prima del tempo il margine transumanizzato delle capacità cognitive dei loro più assidui lettori; sanno bene ciò che fanno, ed allora nel breve spazio  concesso, spiattellano di gran lena nomi ad effetto quali Drever ,  o Dostoevskij. Giusto una rinfrescatina, tanto questi autori da qualche parte si sentono sempre, e stai sicuro che nessuno si prende la briga di leggerli. Insomma con questa tecnica comunicativa si va sul sicuro! Citazionismo sopraffino ben confezionato e tirato a lucido per incorniciare a dovere l'effetto pirotecnico della 'grande verità' ripiegata  in poche, pochissime domande che potrebbero perfino fare a meno del punto interrogativo, dato che vengono portate sulla tavola nella loro subdola accezione di ovvietà indubitabili rigorosamente autenticate  dall'indispensabile apporto dei sensi.  Ma non si era detto, nelle recensioni precedenti (Dal notiziario 'avventuriero' Pangea del precedente post ) che bisognava dubitare dell'apparenza? Quindi della percezione sensoriale? Difatti qui l'articolista pare esprimersi con pseudo-domande che si rivelano, ad occhio nudo, nulla più che pistolotti  d'autore, infilati dentro uno scialbo costume di scena formalmente infiocchettato di umiltà. Per il vero, l'umiltà , quella cioè di chi si pone vere questioni, ne esce ridicolizzata di fronte a tanta pochezza.  Le proposizioni usate, allora, suonano meglio e ancor più forte, come affermazioni secche rispetto a problematiche estreme quali: dov'è Dio? Perché non interviene? Classici quesiti  da bar, insomma, se posti in questa maniera, ai quali sembra seguire un chiaro decalogo di asserzioni in cui tutti, ubriaconi o avventori sobri, possono umanamente riconoscersi :
 
Perché dio  non ascolta le preghiere !/?
-  È indifferente alla sorte degli umani !/? 
 - Non risponde perché non esiste !/? 

E i punti interrogativi? Cosa contano se battuti in quel modo? Forse all'inizio erano esclamativi, poi accertato come li si voleva utilizzare, anche loro debbono essersi ritorti per gli spasmi da evacuazione imminente. Fine della riflessione giornalistica. Punto e basta! L'articolo de La Repubblica, nel suo contenuto più serio e meditato finisce qui. Il resto  è  un susseguirsi di osservazioni più o meno pertinenti su fattori estetici, fotografici, e per lo più di contorno,  con un condimento glassato di sana ironia scalfariana (quella, gli editorialisti  debbono mettercela sempre in ogni pezzo tirato a stampa. Lo debbono fare per contratto.): 'sto filmetto non servirà a convertirsi, però almeno è bello e persino ben recitato'. Grande conclusione per grande recensione!  Applauso della platea (se così si può chiamare quell'accozzaglia residua di  seguaci che persistono ad autolesionarsi il cervello  anziché farsi curare -come si dice - 'da uno bravo' ) e poi di corsa al cesso, a liberare gli intestini da tanta grassa superbia, quella sì davvero indigesta perfino in certi ambienti ammantati di solennità servile e riverente. Soffermarsi ancora su simili prodotti editoriali, venuti su con l'indecenza di un rutto ben assestato, significa volersi fare  veramente male. 

 Pensiamo al prossimo appuntamento, allora, dove  la damigella d'onore sarà nientepopodimeno che la cara e dolce IA.