segue dal post del 14 Luglio 2026
Platone in quanto filosofo, riassume la visione greca arcaica dell’Eros, quella che derivava direttamente dal mondo pre-ellenico pelasgico, quando ancora veniva considerato sacro il principio secondo il quale la forza primordiale del mondo non ancora nato (ma presente in forma del tutto potenziale) cominciava a muoversi alla ricerca di quella bellezza che aveva sperimentato in un primo momento, quando maschile e femminile erano ancora uniti indissolubilmente nell’abbraccio fra Eurinome e il serpente Ofione. Per il pensiero greco dunque la bellezza è tutto questo, misura nelle forme e nelle proporzioni, armonia assoluta, ossia : Kalòs. Ma bellezza vuol dire soprattutto equilibrio dell’anima, benessere (Cioè stare-bene, concetto espresso col termine agathos). Eros è pertanto desiderio del bello, che è anche buono (kalos kai agathos). degrado a Roma
Per Platone la psiche umana ha già differenziato la coscienza individuale dall’inconscio collettivo; solo dopo la coscienza individuale, quindi l’ego, tenderà nell’essere umano a prendere il sopravvento sull'inconscio collettivo e perciò ad accrescersi a dismisura fino ad annullare il suo complementare. Platone avverte già a suoi tempi che il principio di unità ed equilibrio andava perdendosi a beneficio dell' ego, anche se non veniva così chiamato dal filosofo ateniese. Dunque, secondo quanto scritto fino ad ora, risulta che le due parti della psiche devono confrontarsi continuamente fra loro e trovare un principio d’armonia (Come nel Tao fanno Yin e Yang) cercando di evitare il prevalere dell’una sull’altro; non possiamo esimerci dal sottolineare come oggi invece stia avvenendo una sorta di polarizzazione / sbilanciamento della psiche verso l’io cosciente a discapito, e non a beneficio, dell'inconscio collettivo. L’ego deve tuttavia necessariamente comprendere l’archetipo di Eros come ricerca di armonia, ricerca del bello che è anche buono, deve cioè adeguarlo alla materialità e ritenerlo soprattutto uno strumento utile al raggiungimento del benessere generale (Quel benessere delle origini, per Patone , appartenente all’Iperuranio). In pratica l’ego dovrebbe imparare a dirigere correttamente l’Eros e, pertanto, fare in modo che l’essere si elevi dalla condizione di materialità a quella della spiritualità. Platone afferma infatti: E' malvagio quell'amante che ama il corpo più dell'anima” . In pratica egli intende affermare che l’attrazione per il corpo debba condurre costruttivamente all’attrazione per lo spirito. Questo passaggio porta quindi l’essere verso l’amore per le qualità spirituali, per la Conoscenza. Ai suoi tempi era ancora perseguibile l’idea che dalla bellezza fisica si dovesse partire per giungere, come obiettivo finale, alla bellezza spirituale assoluta. I Greci sapevano bene che sotto la spinta della forza erotica l’uomo provava sofferenza perché l’ego, non agendo più sotto il controllo del suo inconscio collettivo rischiava di non saper più gestire la straripante energia dell’Eros, rischiando di farsi travolgere da essa. Per gli antichi discendenti degli elleni invasori, la psiche umana era sorretta da due forza contrapposte che sviluppavano l'attitudine a equilibrarsi in modo che l’una non potesse prevalere distruttivamente sull’altra. Platone formula a tal proposito un insegnamento preciso: il ‘Mito della Biga’, nel quale descrive due bighe trainate da cavalli, una degli dèi e una degli uomini. Nella prima i due cavalli, entrambi bianchi, agiscono in perfetta sinergia, come fossero uno soltanto, benché assai potente e preciso, visto che univa le qualità di due animali. Nella biga degli uomini, invece, i due cavalli avevano caratteristiche opposte, uno nero era considerato forza pura (ovvero, energia divina dionisiaca) generata da pulsioni imprevedibili e violente ( che in poesia corrispondono all’estasi degli eroi epici omerici) che spingono l’uomo attraverso una pulsione (egoica, s'è detto.) strettamente individuale e rivolta verso il mondo materiale come una forza incontenibile della Natura. L’uomo dominato dal proprio ego desidera invece cose fisiche per sé e non si cura del bene collettivo. Questo cavallo nero è recalcitrante, agitato e spinge la biga in un solo senso, cioè verso il basso, non è quindi funzionale all’equilibrio naturale, necessario al veicolo per procedere costruttivamente in avanti e verso l'alto. lo strumento più rappresentativo delle pulsioni dionisiache irrefrenabili e orgiastiche, è il flauto, caro anche al dio Shiva (Induismo). L'altro cavallo della biga 'umana' quello bianco, rappresenta invece la forza contenitrice della Natura che deve agire sempre in sinergia con l'altra forza-cavallo; essa è un potente strumento per guidare e controllare gli impulsi dionisiaci. Questa forza può essere rappresentata dalla capacità raziocinante, generalmente attribuita al dio solare Apollo. Apollo, infatti, è associato alla luce della ragione e a Ermes, il dio che personifica la Conoscenza, altro fattore imprescindibile per la ragione . Ermes dona una lira ad Apollo, strumento che rappresenta la poesia lirica. Entrambe le forze dei due cavalli sono positive, sia ben chiaro, anche se i colori dei due quadrupedi sono diversi.
Gli dèi sono espressione dei caratteri della Natura
Nella biga divina i due cavalli sono bianchi in quanto raffigurano la Natura, sono cioè naturalmente bilanciati e non occorrono interventi ulteriori per far procedere il mezzo in avanti e verso l'alto (Verso lo spirito). La Natura dunque si comporta in maniera olistica, unisce l’azione di Apollo con quella di Dioniso in misura pressoché armonica e perfetta, volta al conseguimento della sopravvivenza e benessere dell’insieme nella sua totalità. Nella la biga dell’uomo, trainata da due cavalli qualitativamente differenti (Uno bianco e uno nero) si manifesta invece la tendenza al conseguimento del benessere individuale a discapito di quello collettivo. Il cavallo bianco rappresenta l’elemento di connessione agli déi, quello che C.G. Jung ha chiamato, ‘inconscio collettivo’. Esso è l’anima emozionale della Natura, parla agli uomini attraverso il Logos spingendolo verso il mondo delle idee, verso quel cielo che è Puro Spirito. Il cavallo nero corre così verso la materialità, spinge il suo cavaliere (L’uomo) nel recinto dell' individualismo ed egli è portato a desiderare solo per sé, senza curarsi dell'altro cavallo, che infatti tende a trascurare perché pensa e cavalca in misura esclusivamente egoistica. Il cavallo bianco tende all’alto come il cavallo nero tende al ‘basso’, costringendo il conduttore del carro a produrre un grande sforzo per mantenersi in sella. L’ego dunque deve imparare a lavorare in sinergia con l’inconscio collettivo se vuole esprimere e mantenere le sue qualità migliori. Il cavallo nero è una forza potente ma generata dall’individuo e non dalla Natura, sennò il cavaliere che conduce il veicolo non farebbe fatica a mantenere il corretto assetto di guida. Se pertanto, con la ragione l’essere riesce a controllare la forza opposta, ecco che il conduttore può dirigere bene la biga, perfino disponendo di un ego invadente. Ciò significa che l’uomo può servire la propria individualità senza allontanarsi dalla Natura, questo è lo scopo finale della sua esistenza! I Greci con la poesia raccontarono la necessità umana di armonizzazione delle due tendenze opposte (La psicologia junghiana identifica l'inconscio collettivo come mezzo di connessione agli archetipi). I Greci quindi attraverso la produzione poetica esaltavano la Natura come entità composta da due forze vive, antagoniste ed equilibrate. Quando i versi poetici celebravano quelle caratteristiche (la volontà di agire che Nietzsche chiamerà spirito dionisiaco) dell’animo umano che riconducevano all'energia vitale e irrefrenabile della Natura , e che riguardano così la tradizione di un popolo, la poesia era detta epica. Contrapposta alla poetica epica vi era quella lirica in cui emerge l’ego, la razionalità e individualità dell’uomo che prende coscienza di sé come essere distinto dal contesto (Individualità). La poesia lirica ha poco a che fare con l’ego moderno, oggi totalmente sconnesso e sbilanciato. I greci cantavano quindi in senso lirico le pulsioni egoiche (Benché in equilibrio) dell’inconscio collettivo, nell' interesse dell'intera comunità a cui appartenevano. E qui entra in ballo lo spirito apollineo, inteso come una pulsione in stretta connessione con la realtà naturale e non come si ritiene oggi, del tutto separato dalla Natura che pretenderebbe di dominare. L’ego invadente dell'uomo moderno non cerca tuttavia l’equilibrio ma la competizione con gli altri uomini, va cioè contro l’interesse comune. Gli altri elementi del mondo non sono complementari al tutto ma sono visti per lo più come un ostacolo alla realizzazione personale e distaccata del sé. Per gli antichi Greci la piena affermazione dell’individuo contraria alle necessità del collettivo, era sconosciuta perché era la comunità a fornire l’identità al soggetto. Tre secoli dopo Omero, alla nascita della poesia lirica il principio di bene collettivo era tuttavia ancora dominante. In quest’epoca i Greci si sono distinti come architrave portante della futura civiltà occidentale. Da questo periodo in poi il pensiero greco si imporrà fin nelle colonie più distanti come quelle italiche della Magna Grecia, culturalmente più avanzate anche della civiltà del Peloponneso, la Madre Patria. In quest’epoca infatti entrarono in crisi le aristocrazie e nacque la cultura del popolo ‘sovrano’, dovuta alla comparsa di un ceto che oggi avremmo chiamato ‘borghese’, un ceto cioè alternativo e politicamente contrapposto a quello dei nobili aristocratici. Stiamo parlando dell’epoca dei cosiddetti tiranni, che reggevano il potere nel rispetto di un criterio che ancora vedeva il bene collettivo come necessario ed imprescindibile. Nacquero così le leggi scritte, una struttura giuridica che teneva conto dei diritti e dei doveri della comunità e non solo di una classe eletta. Il cittadino comune diventa di fatto esponente della polis e perfino il modo di combattere rispecchia questa linea di sviluppo civile, dando luogo alla cosiddetta riforma oplitica, una sorta di riorganizzazione militare della maniera di condurre l'esercito in battaglia che, a differenza dei tempi omerici, prevedeva un tipo di schema bellico 'di squadra', in grado di sfruttare la compattezza di vari gruppi di guerrieri capaci così di produrre una forza non indifferente, non finalizzata a proteggere e sostenere l’abilità del singolo (Pensiamo ai grandi eroi come Aiace, Menelao, Achille) ma sulla stabilità e e sull'equilibrio del collettivo 'falange' (evolutasi successivamente nella leggendaria falange macedone). Nella falange lo scudo non era sostenuto a protezione del proprio corpo ma a difesa di quello dell’oplita /compagno posto al proprio fianco, ed era retto dalla mano sinistra. L’ego quindi rappresentava ancora una forza che agiva in favore del collettivo e da ciò conseguiva la maggiore energia della compagine militare impegnata nello scontro campale. L’epoca della poesia lirica determinò pertanto un’evoluzione dell’uomo e quindi l’evoluzione anche del concetto di eros. In passato vi era stato il massimo livello della poesia, dove l’uomo lasciava esplodere le qualità del singolo, e quelle celebrava il racconto epico. L’eros quindi trovava dimora nell’animo di Achille, Ettore e tutta la schiera dei grandi eroi omerici. Questi impavidi guerrieri inseguivano ideali di bellezza, come il coraggio, la fama, il senso della patria: era ancora in auge l’eros degli sciamani in cui la tradizione dei Greci era ancora intrisa di valori pre-ellenici, ovvero arcaici. Così si esprime Paride, dedicando a Elena le seguenti parole, evidentemente suggerite dall’eros: “ . . . su, sdraiamoci e godiamo l’amore, mai prima il desiderio strinse il mio cuore. Nemmeno all’inizio quando da lacedemone amabile ti rapii e per mare partimmo sulle navi e nell’isola Cranea provai amore e diletto, tanto ti bramo adesso e mi vince la dolce passione.” Oggi siamo molto lontani da quel mondo di pensare, e consideriamo certe caratteristiche (come la violenza, i sacrifici umani) negative, li riteniamo difetti deplorevoli e arretrati di determinati contesti sociali dove non ci si curava dell’aspetto giuridico della comunità. Guardiamo insomma al passato con 'civilissima' superbia occidentale. Ma quella greca era una società non dominata dall'ego e perciò non c'erano obblighi scritti, non c'erano contratti o un codice giuridico perché il fine ultimo dell'azione non puntava all'affermazione del singolo ma sempre al conseguimento del bene collettivo. Così come un animale o una pianta, le cui attività e azioni sono vincolate a leggi naturali non a codici scritti. La Natura regola se stessa con il bilanciamento fra volontà vitale ed energia contenitrice. In un tal contesto culturale anche l'uomo poteva sentire la necessità di esprimere la propria aggressività, ad esempio per difendersi, ma era sempre ben presente in lui la necessità di contenere quell'impulso distruttivo affinchè non recasse danno alla Natura. Azione e freno, questo era l'unico codice presente nelle società regolate da principi naturali e non è affatto vero che questo modo di stare al mondo comportasse una esistenza di sofferenze: al contrario, il rispetto delle leggi naturali dell'equilibrio, comportava il conseguimento di un benessere individuale e al contempo collettivo. L'idea moderna che la nostra civiltà sappia stare al mondo meglio che in passato, proviene da un pregiudizio di fondo che non trova riscontro nella storia. Il 'benessere' che sicuramente deriva dal materialismo moderno riguarda certamente la possibilità di godere di beni materiali maggiormente che in passato, nel senso che mangiamo di più, viviamo un' esistenza più comoda e statica, forse viviamo anche di più (Quest'ultimo assunto è tuttavia da dimostrare). Possiamo però dire di essere soddisfatti del corso della nostra vita? Dobbiamo domandarcelo non come individui ma come società globale. Penso che il tasso di suicidi delle società moderne a trazione tecnologica, fornisca una risposta più che coerente a questo interrogativo. Il benessere esistenziale è cosa ben diversa dal benessere materiale.
- continua il mese prossimo




