domenica 13 settembre 2026

La tradizione misterica: Eros (Seconda parte)

segue dal post del 14 Luglio 2026



   Platone in quanto filosofo, riassume la visione greca arcaica dell’Eros, quella che derivava direttamente dal mondo pre-ellenico pelasgico, quando ancora veniva considerato sacro il principio secondo il quale la forza primordiale del mondo non ancora nato (ma presente in forma del tutto potenziale) cominciava a muoversi alla ricerca di quella bellezza che aveva sperimentato in un primo momento, quando maschile e femminile erano ancora uniti indissolubilmente nell’abbraccio fra Eurinome e il serpente Ofione. Per il pensiero greco dunque la bellezza è tutto questo, misura nelle forme e nelle proporzioni, armonia assoluta, ossia : Kalòs. Ma bellezza vuol dire soprattutto equilibrio dell’anima, benessere (Cioè stare-bene, concetto espresso col termine agathos). Eros è pertanto desiderio del bello, che è anche buono (kalos kai agathos). 

degrado a Roma

          Per Platone la psiche umana ha già differenziato la coscienza individuale dall’inconscio collettivo; solo dopo la coscienza individuale, quindi l’ego, tenderà nell’essere umano a prendere il sopravvento sull'inconscio collettivo e perciò ad accrescersi a dismisura  fino ad annullare il suo complementare. Platone avverte già a suoi tempi che il principio di unità ed equilibrio andava perdendosi a beneficio dell' ego, anche se non veniva così chiamato dal filosofo ateniese. Dunque, secondo quanto scritto fino ad ora, risulta che le due parti della psiche devono confrontarsi continuamente fra loro e trovare un principio d’armonia (Come nel Tao fanno Yin e Yang) cercando di evitare il prevalere dell’una sull’altro; non possiamo esimerci dal sottolineare come oggi invece stia avvenendo una sorta di polarizzazione / sbilanciamento della psiche verso l’io cosciente a discapito, e non a beneficio, dell'inconscio collettivo. L’ego deve tuttavia necessariamente comprendere l’archetipo di Eros come ricerca di armonia, ricerca del bello che è anche buono, deve cioè adeguarlo alla materialità e ritenerlo soprattutto uno strumento utile al raggiungimento del benessere generale (Quel benessere delle origini, per Patone , appartenente all’Iperuranio). In pratica l’ego dovrebbe imparare a dirigere correttamente l’Eros e, pertanto, fare in modo che l’essere si elevi dalla condizione di materialità a quella della spiritualità. Platone afferma infatti: E' malvagio quell'amante che ama il corpo più dell'anima” . In pratica egli intende affermare che l’attrazione per il corpo debba condurre costruttivamente all’attrazione per lo spirito. Questo passaggio porta quindi l’essere verso l’amore per le qualità spirituali, per la Conoscenza. Ai suoi tempi era ancora perseguibile l’idea che dalla bellezza fisica si dovesse partire per giungere, come obiettivo finale, alla bellezza spirituale assoluta. I Greci sapevano bene che sotto la spinta della forza erotica l’uomo provava sofferenza perché l’ego, non agendo più sotto il controllo del suo inconscio collettivo rischiava di non saper più gestire la straripante energia dell’Eros, rischiando di farsi travolgere da essa. Per gli antichi discendenti degli elleni invasori, la psiche umana era sorretta da due forza contrapposte che sviluppavano l'attitudine a equilibrarsi in modo che l’una non potesse prevalere distruttivamente sull’altra. Platone formula a tal proposito un insegnamento preciso: il ‘Mito della Biga’, nel quale descrive due bighe trainate da cavalli, una degli dèi e una degli uomini. Nella prima i due cavalli, entrambi bianchi, agiscono in perfetta sinergia, come fossero uno soltanto, benché assai potente e preciso, visto che univa le qualità di due animali. Nella biga degli uomini, invece, i due cavalli avevano caratteristiche opposte, uno nero era considerato forza pura (ovvero, energia divina dionisiaca) generata da pulsioni imprevedibili e violente ( che in poesia corrispondono all’estasi degli eroi epici omerici) che spingono l’uomo attraverso una pulsione (egoica, s'è detto.) strettamente individuale e rivolta verso il mondo materiale come una forza incontenibile della Natura. L’uomo dominato dal proprio ego desidera invece cose fisiche per sé e non si cura del bene collettivo. Questo cavallo nero è recalcitrante, agitato e spinge la biga in un solo senso, cioè verso il basso, non è quindi funzionale all’equilibrio naturale, necessario al veicolo per procedere costruttivamente in avanti e verso l'alto. lo strumento più rappresentativo delle pulsioni dionisiache irrefrenabili e orgiastiche, è il flauto, caro anche al dio Shiva (Induismo). L'altro cavallo della biga 'umana' quello bianco, rappresenta invece la forza contenitrice della Natura che deve agire sempre in sinergia con l'altra forza-cavallo; essa è un potente strumento per guidare e controllare gli impulsi dionisiaci. Questa forza può essere rappresentata dalla capacità raziocinante, generalmente attribuita al dio solare Apollo. Apollo, infatti, è associato alla luce della ragione e a Ermes, il dio che personifica la Conoscenza, altro fattore imprescindibile per la ragione . Ermes dona una lira ad Apollo, strumento che rappresenta la poesia lirica. Entrambe le forze dei due cavalli sono positive, sia ben chiaro, anche se i colori dei due quadrupedi sono diversi. 

Gli dèi sono espressione dei caratteri della Natura

    Nella biga divina i due cavalli sono bianchi in quanto raffigurano la Natura, sono cioè naturalmente bilanciati e non occorrono interventi ulteriori per far procedere  il mezzo in avanti e verso l'alto (Verso lo spirito). La Natura dunque si comporta in maniera olistica, unisce l’azione di Apollo con quella di Dioniso in misura pressoché armonica e perfetta, volta al conseguimento della sopravvivenza e benessere dell’insieme nella sua totalità. Nella la biga dell’uomo, trainata da due cavalli qualitativamente differenti (Uno bianco e uno nero) si manifesta invece la tendenza al conseguimento del benessere individuale a discapito di quello collettivo. Il cavallo bianco rappresenta l’elemento di connessione agli déi, quello che C.G. Jung ha chiamato, ‘inconscio collettivo’. Esso è l’anima emozionale della Natura, parla agli uomini attraverso il Logos spingendolo verso il mondo delle idee, verso quel cielo che è Puro Spirito. Il cavallo nero corre così verso la materialità, spinge il suo cavaliere (L’uomo) nel recinto dell' individualismo ed egli è portato a desiderare solo per sé, senza curarsi dell'altro cavallo, che infatti tende a trascurare perché pensa e cavalca in misura esclusivamente egoistica.  Il cavallo bianco tende all’alto come il cavallo nero tende al ‘basso’, costringendo il conduttore del carro a produrre un grande sforzo per mantenersi in sella. L’ego dunque deve imparare a lavorare in sinergia con l’inconscio collettivo se vuole esprimere e mantenere le sue qualità migliori. Il cavallo nero è una forza potente ma generata dall’individuo e non dalla Natura, sennò il cavaliere che conduce il veicolo non farebbe fatica a mantenere il corretto assetto di guida. Se pertanto, con la ragione l’essere riesce a controllare la forza opposta, ecco che il conduttore può dirigere bene la biga, perfino disponendo di un ego invadente. Ciò significa che l’uomo può servire la propria individualità senza allontanarsi dalla Natura, questo è lo scopo finale della sua esistenza! I Greci con la poesia raccontarono la necessità umana di armonizzazione delle due tendenze opposte (La psicologia junghiana identifica l'inconscio collettivo come mezzo di connessione agli archetipi).                                                                   I Greci quindi attraverso la produzione poetica esaltavano la Natura come entità composta da due forze vive, antagoniste ed equilibrate. Quando i versi poetici  celebravano quelle caratteristiche (la volontà di agire che Nietzsche chiamerà spirito dionisiaco) dell’animo umano che riconducevano all'energia vitale e irrefrenabile della Natura , e che riguardano così la tradizione di un popolo, la poesia era detta epica. Contrapposta alla poetica epica vi era quella lirica in cui emerge l’ego, la razionalità e individualità dell’uomo che prende coscienza di sé come essere distinto dal contesto (Individualità). La poesia lirica ha poco a che fare con l’ego moderno, oggi totalmente sconnesso e sbilanciato. I greci cantavano quindi in senso lirico le pulsioni egoiche (Benché in equilibrio) dell’inconscio collettivo, nell' interesse dell'intera comunità a cui appartenevano. E qui entra in ballo lo spirito apollineo, inteso come una pulsione in stretta connessione con la realtà naturale e non come si ritiene oggi, del tutto separato dalla Natura che pretenderebbe di dominare. L’ego invadente dell'uomo moderno non cerca tuttavia l’equilibrio ma la competizione con gli altri uomini, va cioè contro l’interesse comune. Gli altri elementi del mondo non sono complementari al tutto  ma sono visti per lo più come un ostacolo alla realizzazione personale e distaccata del sé. Per gli antichi Greci la piena affermazione dell’individuo contraria alle necessità del collettivo, era sconosciuta perché era la comunità a fornire l’identità al soggetto. Tre secoli dopo Omero, alla nascita della poesia lirica il principio di bene collettivo era tuttavia ancora dominante. In quest’epoca i Greci si sono distinti come architrave portante della futura civiltà occidentale. Da questo periodo in poi il pensiero greco si imporrà fin nelle colonie più distanti come quelle italiche della Magna Grecia, culturalmente più avanzate anche della civiltà del Peloponneso, la Madre Patria. In quest’epoca infatti entrarono in crisi le aristocrazie e nacque la cultura del popolo ‘sovrano’, dovuta alla comparsa di un ceto che oggi avremmo chiamato ‘borghese’, un ceto cioè alternativo e politicamente contrapposto a quello dei nobili aristocratici. Stiamo parlando dell’epoca dei cosiddetti tiranni, che reggevano il potere nel rispetto di un criterio che ancora vedeva il bene collettivo come necessario ed imprescindibile. Nacquero così le leggi scritte, una struttura giuridica che teneva conto dei diritti e dei doveri della comunità e non solo di una classe eletta. Il cittadino comune diventa di fatto esponente della polis e perfino il modo di combattere rispecchia questa linea di sviluppo civile, dando luogo alla cosiddetta riforma oplitica, una sorta di riorganizzazione militare della maniera di condurre l'esercito in battaglia che, a differenza dei tempi omerici, prevedeva un tipo di schema bellico 'di squadra', in grado di sfruttare la compattezza di vari gruppi di guerrieri capaci così di produrre una forza non indifferente, non finalizzata a proteggere e sostenere l’abilità del singolo (Pensiamo ai grandi eroi  come Aiace, Menelao, Achille) ma sulla stabilità e e sull'equilibrio del collettivo 'falange' (evolutasi successivamente nella leggendaria falange macedone). Nella falange lo scudo non era sostenuto a protezione del proprio corpo ma a difesa di quello dell’oplita /compagno posto al proprio fianco, ed era retto dalla mano sinistra. L’ego quindi rappresentava ancora una forza che agiva in favore del collettivo e da ciò conseguiva la maggiore energia della compagine militare impegnata nello scontro campale.  L’epoca della poesia lirica determinò pertanto un’evoluzione dell’uomo e quindi l’evoluzione anche del concetto di eros. In passato vi era stato il massimo livello della poesia, dove l’uomo lasciava esplodere le qualità del singolo, e quelle celebrava il racconto epico. L’eros quindi trovava dimora nell’animo di Achille, Ettore e tutta la schiera dei grandi eroi omerici. Questi impavidi guerrieri  inseguivano ideali di bellezza, come il coraggio, la fama, il senso della patria: era ancora in auge l’eros degli sciamani in cui la tradizione dei Greci era ancora intrisa di valori pre-ellenici, ovvero arcaici. Così si esprime Paride, dedicando a Elena le seguenti parole, evidentemente suggerite dall’eros: “ . . . su, sdraiamoci e godiamo l’amore, mai prima il desiderio strinse il mio cuore. Nemmeno all’inizio quando da lacedemone amabile ti rapii e per mare partimmo sulle navi e nell’isola Cranea provai amore e diletto, tanto ti bramo adesso e mi vince la dolce passione.” Oggi siamo molto lontani da quel mondo di pensare, e consideriamo certe caratteristiche (come la violenza, i sacrifici umani) negative, li riteniamo difetti deplorevoli e arretrati di determinati contesti sociali dove non ci si curava dell’aspetto giuridico della comunità. Guardiamo insomma al passato con 'civilissima' superbia occidentale. Ma quella greca era una società non dominata dall'ego e perciò non c'erano obblighi scritti, non c'erano contratti o un codice giuridico perché il fine ultimo dell'azione non puntava all'affermazione del singolo ma sempre al conseguimento del bene collettivo. Così come un animale o una pianta, le cui attività e azioni sono vincolate a leggi naturali non a codici scritti. La Natura regola se stessa con il bilanciamento fra volontà vitale ed energia contenitrice. In un tal contesto culturale anche l'uomo poteva sentire la necessità di esprimere la propria aggressività, ad esempio per difendersi, ma era sempre ben presente in lui la necessità di contenere quell'impulso distruttivo affinchè non recasse danno alla Natura. Azione e freno, questo era l'unico codice presente nelle società regolate da principi naturali e non è affatto vero che questo modo di stare al mondo comportasse una esistenza di sofferenze: al contrario, il rispetto delle leggi naturali dell'equilibrio, comportava il conseguimento di un benessere individuale e al contempo collettivo. L'idea moderna che la nostra civiltà sappia stare al mondo meglio che in passato, proviene da un pregiudizio di fondo che non trova riscontro nella storia. Il 'benessere' che sicuramente deriva dal materialismo moderno riguarda certamente la possibilità di godere di beni materiali maggiormente che in passato, nel senso che mangiamo di più, viviamo un' esistenza più comoda e statica, forse viviamo anche di più (Quest'ultimo assunto è tuttavia da dimostrare). Possiamo però dire di essere soddisfatti del corso della nostra vita? Dobbiamo domandarcelo non come individui ma come società globale. Penso che il tasso di suicidi delle società moderne  a trazione tecnologica, fornisca una risposta più che coerente a questo interrogativo. Il benessere esistenziale è cosa ben diversa dal benessere materiale.



    - continua il mese prossimo

domenica 26 luglio 2026

Le fiabe (Aforisma)

              "  Le fiabe servono a far addormentare i  bambini  e  a  tener                     'svegli '*  gli adulti ." 

* Ovviamente le virgolette stanno ad indicare che gli adulti non devono rimanere svegli solo per raccontare la fiaba al bimbo insonne. Con quel termine, 'svegli' si intende vigili. Debbono cioè svegliarsi nel senso in cui intendeva Buddha e capire il significato profondo della fiaba, cogliere i suoi simboli, svelare gli archetipi. Domandarsi come mai quel racconto, al contrario di altri, abbia superato l'oblio del tempo e sia giunto fino ai giorni nostri.   




martedì 14 luglio 2026

La tradizione misterica: Eros

    Inauguriamo oggi una serie di post che trattano il significato arcaico della parola Amore, partendo dalla maniera in cui lo intendevano gli antichi Greci e valutando di volta in volta, quale uso se n'è fatto ai giorni nostri, cioè dopo quasi duemila e cinquecento anni, e considerando inoltre come, di questo argomento, si è scritto in letteratura. 

Il presente articolo è stato tratto da una conferenza del Professor Domenico Rosaci

 La tradizione dei misteri: dall’ Eros all’Agape.

       Par la maggior parte di noi la parola Amore esprime significati ovvi e quasi scontati. E’ il sentimento di cui si parla di più, tutto nella società di oggi sembra richiamare all’amore. Nonostante ciò  risulta ancora una delle parole più equivocate rispetto i significati che questo termine, o il concetto espresso, aveva in tempi passati e , più precisamente, ai tempi delle origini (arcaico da ‘archè'= delle origini). Il primo significato dell’archetipo ‘amore’ è uno dei più potenti archetipi della psiche umana, una struttura, quella psichica,  che si è formata in migliaia di anni. Il significato è stato poi custodito e veicolato fino ai giorni nostri dalla tradizione iniziatica per essere tramandato successivamente  come uno dei principali misteri, uno dei più importanti ( Sacri ) trasmessi soltanto per via esoterica, ovvero, da e per pochi esperti (Iniziati).  

     Il significato che i Greci davano alla parola amore, sembra essere ancora,  per molti accademici, un riferimento molto importante, visto che la cultura ellenica è ritenuta la base portante dell’intera civiltà occidentale. A ben vedere, questo primato della cultura greca  appare un luogo comune piuttosto diffuso, sebbene del tutto ingiustificato, dacché la nostra cultura, aveva cominciato anni addietro (Ben duemila anni or sono) un lento processo di separazione dai  contenuti arcaici. Gli antichi Greci, ad esempio, avevano molti modi di definire l’amore, a seconda della circostanza; vocaboli come ‘eros’, ‘storge’ ,’filia’, ‘xenìa’, ‘agape’, possono essere tradotti in italiano col medesimo termine, cioè amore, sebbene ciascuna di queste parole indicasse un diverso tipo di amore (Amore filiale, amore per il sapere, amore per l’amata/o).  Il termine più comune per definire l’amore era comunque ‘eros’ , ovvero, l’amore come attrazione sessuale, quell’attributo che delinea l’ardore e la passione amorosa. L’etimologia e il verbo (Eramai= ἔραμαι) da cui proviene il termine amore,  portano al significato ‘desiderare’, bramare, ma non necessariamente una persona, infatti la brama, o il desiderio di qualcosa, poteva riguardare  enti astratti quali il sapere, il potere, o perfino elementi più materiali come  cibo o ricchezze.

    Per i Greci Eros era un dio ben definito entro certi miti, miti non sempre simili ed anzi estremamente diversi fra loro, ciò perché gli dèi antichi possono essere tranquillamente considerati archetipi. Gli dèi/archetipi  definiscono quindi  immagini della mente e riguardano, più esattamente, concetti che si formano nella psiche umana in un lungo intervallo di tempo. Più essi son forti e prima si sono formati, visto che ‘archetipo’ deriva da ‘arché’ , che significa ‘delle origini’.  Eros quindi, essendo un concetto archetipico, si è formato nel passato più remoto della storia umana e, pertanto, sappiamo, o dobbiamo tener conto anche delle modifiche che il suo significato,  abbia subito nel tempo. Il primo significato proviene da Omero e da alcuni frammenti degli orfici, una categoria di mistici che tramandano tradizioni antichissime. Il significato di Eros ha dunque a che fare con i miti della creazione del mondo. Bisogna ricordare che prima delle grandi invasioni indoeuropee, la Grecia era abitata fin dal neolitico, da popolazioni autoctone, i Pelasgi (Così chiamate dagli invasori Elleni). Essi erano ben diversi dai guerrieri Elleni, gli studiosi concordano nel ritenerli razza camita, popolazioni africane dalla pelle scura e piuttosto bassi di statura, di certo più bassi degli elleni. Questi primi abitanti del Peloponneso europeo possedevano perciò i loro miti della creazione, secondo almeno quanto ci giunge dagli scritti di Apollo Rodio, oltreché dai misteri orfici che gli elleni continueranno a celebrare al lungo, proprio in memoria delle antiche tradizioni pre-elleniche.  

Il mito pelasgico

     Nel mito pelasgico, vi è un principio di tutte le cose molto complicato dove la realtà è costituita da un caos primordiale e assoluto, cioè indeterminato. Nel disordine assoluto non vi sono elementi diversificati e il tutto può essere identificato come un tutt’uno indistinto. Tutto è amalgamato senza spazio e tempo a scandire le fasi storiche, quindi senza un luogo di riferimento, senza un prima, né un dopo. Non c'è materia, non c'è tempo e non c'è nulla, ma questo nulla e anche il Tutto, benché solo in potenza. In un secondo momento dal caos primordiale emerge la prima entità determinata. In un certo senso è il caos stesso che compie uno sforzo di volontà, diventando un essere solitario di sesso femminile (?), Eurinome. Eurinome vuol dire ‘colei che vaga negli ampi spazi'. Possiamo poeticamente immaginarla - Alla maniera dei nostri antichi predecessori pelasgici - come una ballerina che vuol danzare ma non ha un posto adatto per farlo, o un supporto per poggiare i piedi. Ella decide allora di operare un primo atto, creare due luoghi distinti che sono ‘le acque di sopra e le acque di sotto’, quindi inizia volteggiare sopra questi due mondi acquiferi, fino a creare un vortice intorno al proprio corpo. Da questo vortice nasce il vento del nord (Borea), che poi diventa sempre più forte ed Eurinome è costretta a controllarlo afferrandolo e strizzandolo come uno straccio che si trasforma immediatamente nel grande serpente Ofione. Nel mito i due si uniscono dando origine al grande Uovo universale, dal quale prenderanno vita e forma tutte le meraviglie del creato dalle più grandi alle più piccole. Curiosamente per noi, uomini moderni, il racconto diventa alquanto singolare, per non dire 'strano. I due infatti si trasferiscono in una reggia situata sul monte Olimpo, ma ben presto cominciano a combattersi per il privilegio del comando e della regalità che entrambi pretendevano. Nella furibonda battaglia Ofione ha la peggio e subisce un calcio in bocca che gli rompe i denti. E sono proprio quelli che, giungendo a terra ( non si specifica come) daranno origine a tutte le persone del mondo, all'umanità propriamente detta. Il primo uomo si chiamerà quindi, Pelasgo. Questa versione mitica è pressoché  la medesima in tutta l’Europa neolitica, nell’Asia e nell’Africa , i territori cioè che verranno colonizzati dai primi indoeuropei, prevalentemente di razza semitica. Ne troviamo traccia nella Genesi della Bibbia ebraica, la Tanak, in cui si parla di un dio che dividerà il cielo dalla terra, in un processo  che  sembra ricalcare il modello orfico del prodigio di Eurinome (Separazione delle acque di sopra da quelle di sotto).  La Tanak ebraica non parla quindi di un creatore del mondo dal nulla, ma di un principio ordinatore che agisce come il principio ordinatore della tradizione pelasgica. Lo stato precedente è dunque il Caos, quello successivo è un primo ordine che possiamo chiamare, in fede agli scritti biblici, Elohim. La terra che si separa dalle acque è invece chiamata Tehom (Il significato che ne dà Wikipedia è 'abisso'), nella bibbia infatti è scritto: 'in principio Elohim ordinò le cose'. L’ente ordinatore fa parte del tutto iniziale, non è una entità diversa e separata. Dalla Bibbia leggiamo che vi era al principio una massa informe nella quale le tenebre profonde coprivano l’abisso. Ciò che c’era era un abisso, un posto deserto e buio, e su questo abisso scuro opererà la volontà di Elohjm.  In prtica il Tehom biblico è la rappresentazione della prima materia, o anche l'abisso primordiale, così come Elohim è la rappresentazione dello Spirito puro. Gli agricoltori delle origini, così come più tardi gli egiziani ed altre civiltà del tempo, ritenevano che vi fosse un Tutto unico, un solo principio senza coscienza di sé che gli egizi stessi chiamavano 'abisso primordiale’, a differenza dei Greci che lo chiamavano caos. Successivamente l’unità primordiale prenderà coscienza di sé e si dividerà in due emanando, e non creando dal nulla, un altro sé. Due principi complementari che in essa stanno ben distinti ed opposti ma non separati. La divinità primordiale è quindi androgina e contiene in sé maschile e femminile che gli egiziani chiamarono rispettivamente Nun e Nunet, gli orfici Ofiuco ed Eurinome; per gli antichi cinesi, ad esempio, questi principi (Yin/femminile e Yang/maschile) sono rappresentati nel Tao e sono indivisibili sebbene opposti e differenti. Nel mito pelasgico però viene descritto un momento in cui l’abbraccio fra i due enti opposti si rompe ed emerge la volontà di creare qualcosa che non fa più parte dell’uno, nel senso che viene generato e non emanato come l’Elohim iniziale. Invece l’Uovo cosmico è una creazione e sancisce l’inizio dello spazio e del tempo nel senso che da quell’entità sarebbero scaturite tutte le forme della materia, quindi dello spazio e del tempo. Potremmo paragonarlo, da moderni, nel fenomeno del Big Bang, ovvero, a quel momento  della nascita dello spazio tempo dell’Universo. Questa è, se non altro, la versione che ne dà la scienza moderna. Nel mito orfico (Gli orfici - lo ricordo - erano mistici greci che seguivano la tradizione pre-ellenica) però il racconto differisce un poco. Essi chiamavano  Eurinome ‘la Notte’ ed essa era amata dal vento, era perciò dotata di ali e oltremodo tenebrosa ( quel vento che abbiamo visto ella ha piegato  come uno straccio e dal quale ha dato origine al serpente Ofione). Dall’unione col Serpente Ofione , (che è anche il vento Borea prima di essere tramutato in serpente )  ha avuto origine il mondo, e questa sembra esattamente la stessa storia del mito pelasgico. Gli orfici però introducono al procedimento un nuovo ed importantissimo elemento, un dio ‘partorito’ dall’uovo che essi  chiamarono Eros e che, proprio per effetto della variante introdotta in questo mito,  farà parte e sarà sempre associato all’atto della creazione del mondo. 

Eros

                                                  

Eros è quindi  la forza motrice dello spazio, del tempo e di tutto ciò che esiste. Questo concetto introdotto nel mito orfico sottolinea la visione arcaica della Realtà  che è in un primo istante solo psiche, cioè una volontà autoderminatasi  da un tutto precedentemente indeterminato. La psiche dopo aver preso coscienza di sé  si sdoppia, senza però alterare il suo carattere unitario delle origini, diventerà dunque il tutto da cui si genererà  il mondo. E’ importante osservare come questo processo non ha alterato il carattere unitario della psiche e solo in un secondo tempo l’Unità ha voluto partorire l’Uovo Cosmico. L’uovo , lo sdoppiamento e tutto quanto riguarda la psiche sono atti della stessa psiche dunque. Nell’ultimo atto, cioè quello che riguarda l’Uovo cosmico, il Tutto sogna di uscire da sé diventando Eros, il quale poi si permea di molteplici enti diversi, identificandosi col ‘panta rei’ di Eraclito. E’ questa l’immagine più antica che i Greci hanno dell’Amore. L’essere diventa quindi desiderio, diviene qualcosa che prima non era mai stato. Le vicende fra Eurinome ed Ofione dopo aver creato l’uomo, mostrano gli effetti disastrosi del desiderio/Eros fattosi nuova entità. Infatti abbiamo visto che Eurinome prende letteralmente a calci Ofione in una disputa per il potere e gli rompe i denti che cadendo sulla terra genereranno gli uomini, ovvero tutta l’umanità. Gli orfici precisano che la causa di questa caduta sia proprio Eros, il desiderio del primo accoppiamento provocato dalla separazione della prima unità. Il desiderio ardente, Eros, è il mistero che sta nell’esistenza, perché da Eros proviene tutto. L’esistenza è dunque sperimentazione di novità. La caduta non sembra essere un fatto negativo, ma solo un atto della volontà di sperimentare. Il privilegio di quest’esperienza passionale comporta dunque  un duro prezzo da pagare, la sofferenza. Il desiderio (sessuale) implica pertanto e inevitabilmente, la sofferenza. I due iniziali, così,  si separano e da quel momento la loro complementarietà provoca un forte desiderio di ricongiungimento, in quanto l’uno vede nell’altro la possibilità di completarsi. Per questo motivo, Platone nel Simposio (IV secolo a.C.) descrive Eros come figlio dell’indigenza (Divinità chiamata Penia, cioè povertà) e sofferenza (Poros). Platone parla in termini più chiari del mito pelasgico, dice infatti che Eros è figlio di quella vocazione della psiche umana caduta dallo stato di inesistenza a quello dell’esistenza. Platone inquadra Eros nella visione complessiva dell’anima umana, la capacità di pensare e conoscere (Psiche). La psiche cerca dunque la bellezza dell’esistenza, già presenta ancor prima che l’essere si incarnasse nell’umanità. Per Patone, la conoscenza non sembra essere altro che il tentativo di ricordare il passato divino, egli parla cioè di ‘reminiscenza’. Il filosofo ateniese descrive poi due tipi di Eros, l’Eros sensuale che, attratto dalla bellezza dei corpi provoca la fecondità fisica, e poi parla dell’Eros ‘Celeste’ (Uranios Eros), che è attratto dall’amore spirituale il quale, a sua volta, provoca la fecondità spirituale, in pratica i due tipi di Eros riguardano il mondo della materia e quello dello spirito, che non sono altro che le acque di sopra e di sotto divise da  Eurinome e da Elohim ebraico, il dio ordinatore della Bibbia. A ben vedere questa divisione si era già verificata prima, quando l’uno si era tramutato in ‘due’ (Mare e cielo, materiale e spirituale) e solo dopo avviene  la seconda divisione, provocata dal sodalizio fra Eurinome e Ofione (Ofione agisce attivamente come volontà ed Eurinome si fa forza contenitrice, corrispondente allo Yin e Yang del Tao). Pertanto dalla separazione fra spirituale e materiale, verificatasi la prima volta quando l’Uno si era sdoppiato,  si era originato tutto il resto, ovvero la realtà nei suoi molteplici e svariati aspetti. 

-  continua avanti-


lunedì 4 maggio 2026

Tutti siamo Uno e Uno è tutti.

 Riprendo il leitmotiv del libro di Domenico Rosaci, Arcana Memoria,  con un invito alla riflessione. 

Alquanto suggestivo è uno dei tanti pensieri in esso contenuti:

   " Tutto è Uno, e quindi si intende che non è possibile allontanare da sé la sofferenza ignorando gli altri o, peggio ancora, facendoli soffrire. Al contrario generare sofferenza     nel prossimo significa acuire la propria come immediata conseguenza." 





giovedì 2 aprile 2026

L'utente domanda . . . (Terza parte)


















Se vuoi leggere i tre post dedicati al film di Martin Scorsese , comincia da qui

Le persone hanno chiesto all' intelligenza artificiale



 A conti fatti, dopo aver esplorato perfino frettolosamente l'opinione della IA, abbiamo concluso che l'intelligenza più amata dagli italiani non sia poi tanto male una volta messa a livella con quanto pomposamente strombazzato da intelligenze biologiche sì, ma fetenti come fosse settiche. Perfino quel vago alone di compiacenza servile che trasuda dalle recensioni umane sembra attutita dai toni di un'esposizione distaccata, rotonda e ben composta , mai ridondante di ottusa superbia intellettuale. Ma sì   signora Intelligenza , faccia pure il suo dovere ma, perlamordiddio! , si sbrighi ad assestare  una bella spallata a ciò che rimane sghembo e vetusto, dell'antica gloria dei padri parolai. Non ne sentiremo la mancanza, non ne rimpiangeremo l' assopito ardore, sicuro

    Per quanto riguarda invece le assonanze con le recensioni prese in esame, balza all'occhio, la riproposta del tema del 'silenzio di Dio'. Ciò che sembra emergere da queste iper-sintesi intelligenti,  come lettura comune intendo, è allora lo sconforto interiore di quello che sembra essere a tutti gli effetti, la conseguente ricaduta di un sentimento polarizzato attorno alla figura di un Dio muto, benché la storia delle religioni, quelle ufficiali, anzitutto e soprattutto 'abramitiche',  ci racconti a più riprese di un Dio che si identifica prioritariamente con la funzione comunicativa dell'essere umano, ovverossia la parola. 'Al principio vi era il Logos', afferma il Vangelo di Giovanni una volta confinato a Patmos, località geografica casualmente prossima a Efeso , patria di Eraclito l'oscuro, un altro che poneva il centro della questione sul criterio divino della parola/Logos; archetipo potente quello del Verbo, presente già nell'Ermes ellenico, straordinariamente affine al Toot egizio, l'ibis dalla testa di uomo, per i meno attenti all'iconografia geroglifica dei faraoni. Curioso che, oggi, il Dio parlante degli avi (Arcana tradizione) sia dimenticato e scambiato per un'entità muta e distaccata, quasi non esistesse nemmeno.  Per una volta, invece, quando l'IA sottolinea la possibilità di una difficoltà comunicativa fra culture (interpretata come 'silenzio' del Dio), potremmo dire di sentirci particolarmente vicini alle conclusioni del criterio di ricerca artificiale. Sempre che, col concetto di  difficoltà di scambio fra civiltà , si intendesse affermare  che il regista di Silence avesse voluto analizzare e invitare lo spettatore a riflettere su  questo evidente gap fra contesti culturali estremamente differenti fra loro; in questo caso  potremmo forse concedere alla IA una qualche forma di credibilità. Potremmo magari riconoscerle il merito, assente nelle intelligenze biologiche, di aver toccato un punto nevralgico dell'analisi teologica, di aver fornito altresì una sorta di invito allo studio e la lettura dei Testi arcaici, sul binario del problema della traduzione e di come nel corso dei secoli, da una radice originaria inizialmente comune (e condivisa),  si sono diramate le concettualizzazioni spirituali delle religioni moderne, con le loro assurde pretese di autorità con le loro discrepanze e assurdità esegetiche, sovente nascoste dietro il paravento falsamente carismatico del mistero il quale, per esser rispettato non deve essere compreso. Insomma, Martin Scorsese anche a detta della IA, con la sua provocazione avrebbe forse voluto  soffermarsi sulla necessità di prender visione direttamente del contenuto dei Sacri Testi arcaici, ponendo come registro analitico un paradosso: la comunicazione, o meglio, la trasmissione dell'informazione deve  avvenire, non certo attraverso robuste, precise e inalterabili qualità etiche, come la purezza dei principi e dei sentimenti fideistici, come la coerenza delle condotte e dei linguaggi ispirati, ma attraverso strutture cangianti, performanti e sempre adattabili ai tessuti culturali e, a dirla tutta e per intero, utilizzando strutture di passaggio (Ponti-pontefici) corruttibili e quindi  resistenti come la Pietra (Pietro) e come la pietra abbastanza solide da non cedere sotto il peso delle peggiori nefandezze che l'animo umano sia capace di concepire. In quest'ottica il Santo, colui che invece non possiede per vocazione un lato corruttibile dell' anima, ma viceversa  è guidato da un' inalterabile solidità di spirito, mancando di flessibilità, finirebbe in pezzi sotto il peso dell' incessante desiderio di materialità, di possesso e dominio del genere umano. L'animo del puro non si mostrerebbe adatto, dunque, alla trasmissione di quella scala di veri valori spirituali necessari al genere umano corrotto dal materialismo, a perpetuare la sua presenza, ed in ultima istanza, a raggiungere la salvezza in questo mondo. L'IA offre quindi una selezione fra i contenuti espressi in rete, rispetto un determinato argomento. Mentre prima eravamo costretti a esprimere un vaglio sui temi proposti, eravamo obbligati a censire e discernere entro un vasto periplo di informazioni variegate e talvolta contraffatte, adesso deleghiamo un ulteriore strumento a farlo per noi, senza renderci conto che anch'esso deve operare su criteri e parametri che, contrariamente al vecchio metodo, vengono definiti a priori e in misura obbligatoriamente arbitraria, secondo la chiave ( leggi anche algoritmo) definita dai programmatori. Si chiamerà pure intelligenza e ci farà fare meno fatica (La fatica del pensare, di studiare e documentarsi per operare una scelta libera), di certo sarà l'intelligenza 'tradizionale' , in seguito a questa moderna tecnologia, ad uscirne ridimensionata.  

domenica 1 febbraio 2026

"Questo film non servirà a convertirsi, però almeno è bello e persino ben recitato (La Repubblica)" (Seconda parte)

 

Ed ora veniamo alla recensione integrale sul film Silence pubblicata dal più venduto quotidiano del paese, La Repubblica. (Sigh! Povero Platone)


 
    Ci sono film che solo certi registi si possono permettere. Uno è senz’altro Martin Scorsese, che una carriera costellata di capolavori autorizza a fare un po' quel che vuole. Così Martin ha potuto utilizzare un grande cast, un pluripremiato professionista come Dante Ferretti e un ricco budget per creare un film grave e intransigente, che non accarezza mai il pubblico nel senso del pelo. E comunque anche lui ha dovuto attendere molti anni, perché il progetto di adattare il romanzo dello scrittore cattolico giapponese Shusako Endo lo coltivava già dai tempi de L'ultima tentazione di Cristo. Se con quel film, da alcuni giudicato provocatorio, il regista indagava il dissidio tra fede e tentazioni della carne, con questo si piega invece su un argomento che da sempre ossessiona l'ex-seminarista Scorsese: il silenzio di Dio. Nel XVII secolo due giovani missionari portoghesi, padre Rodrigues e padre Garupe, vanno in Giappone alla ricerca del loro mentore padre Ferreira, di cui non si hanno più notizie. Nella terra del Sol Levante è in corso una persecuzione dei cristiani, che sono costretti a rinnegare la fede o a subire il martirio. Anche per i missionari è l’inizio di una Via Crucis. Chi ritenesse il soggetto lontano dalla nostra epoca de-sacralizzata, pensi alle barriere che ancor oggi dividono il mondo. Allora le autorità giapponesi espellevano tutti gli stranieri e, in particolare, perseguitavano i missionari cristiani come rappresentanti di una religione estranea alla cultura nipponica, quindi pericolosa. La dinamica del dramma s'incentra (non senza ricordare la leggenda di Cristo e il Grande Inquisitore narrata da Dostoevskij nei Fratelli Karamazov) nel confronto tra padre Rodrigues e l'inquisitore Inoue, il quale tortura e uccide i cristiani giapponesi per indurlo all'apostasia. Con l'integralismo della fede Rodrigues gli resiste, ma intanto è tormentato dal mutismo di Dio.

Perché non ascolta le preghiere? È indifferente alla sorte degli umani? Non risponde perché non esiste? Le certezze del giovane padre, che si sente un po’ Cristo (in una scena si specchia in un laghetto e vede il volto del Salvatore), cominciano a vacillare: soprattutto quando gli fanno incontrare padre Ferreira, che ha abiurato calpestando un'immagine sacra. Silence è un film di una bellezza inquieta e insieme sommessa. Spesso le immagini sono avvolte nella nebbia; però acquistano una grande potenza drammatica nelle sequenze di martirio (con l'acqua, il fuoco, per dissanguamento) e, talvolta, sfumano nell'onirico, come nella scena del villaggio distrutto popolato solo di gatti. Certo non è un film per tutti i gusti, nella sua severità che sarebbe piaciuta a un maestro come Carl Theodor Dreyer. E alcuni momenti (soprattutto all'inizio della seconda parte) si dilungano troppo, tra discussioni teologiche ed episodi ripetuti, come quello del sosia giapponese di Giuda. Ma se chi predilige un cinema più dinamico non si convertirà, probabilmente, grazie a Scorsese, potrà almeno apprezzare l'ottima  interpretazione di Andrew Garfield e della sua "spalla" Adam Driver. O il cameo di Liam Neeson che, col codino e il kimono, sembra tornato a quando faceva il maestro jedi Qui-Gon Jinn in Star Wars.

   Fine dell'articolo pubblicato sul quotidiano nazionale, La Repubblica. 

Commento (tutto mio) all'articolo de La Repubblica.

                                                           Ah! Ah! Ah! 

   E questo mio profondo disimpegno critico basterebbe già da solo a capire con  chi, stavolta, ci ritroviamo ad aver a che fare. Qui la mano del giornalista non è incerta ed esile: qui si tratta di mano da fabbro, mano esperta e ben strutturata per picchiare duro sulla malleabilità di certe, povere teste di bronzo. Ma andiamo con ordine. Gli immancabili riferimenti  culturali e le citazioni di maniera, come nella miglior tradizione di questa testata, non fanno difetto;  tanto per ricordare al povero lettore che determinate perle di giornalismo, non sono roba da illetterati. Per cominciare si pennella immediatamente un frettoloso ritratto dell'autore, così da far capire  subito di che pasta sia fatto. Definendolo prioritariamente 'ex-seminarista', difatti, non si altera una realtà documentata (e mai messa in dubbio da nessuno), tuttavia, su certe limitate forme mentali abituate al preconcetto, questo dato biografico potrebbe suonare come un'ammissione di colpa; un po' come dire : in fondo anche lui è cattolico fino al midollo, lo è fin dalla pubertà; e per tanti questa    (ipotetica, si badi bene) semplice nota biografica suona come: '...fa parte del suo corredo genetico' , che da ignorantoni quali sono, e in spregio all'epigenetica, considerano una struttura inalterabile. Ciò perché, ancora tante persone ritengono il corredo genetico una caratteristica non modificabile dell'individuo, una sorta di  bio-programmazione infallibile rispetto a cosa farà nella vita  e perfino a come ragionerà in futuro. Insomma, per tanti e colti fruitori di prodotti editoriali,  i geni rappresentano un' acquisizione congenita inalterabile e assoluta (Cioè non soggetta a condizionamenti migliorativi). Dopo questo ace servito a fil di 'corridoio' (Il gergo tennistico di questi tempi rende parecchio) e dopo aver diligentemente annotato che anche l'autore (Shusako Endodel libro omonimo fosse cattolico, benché nato e vissuto in Giappone, si cambia rapidamente strumento  e dalla racchetta, a noi pare che l'editorialista imbracci stavolta e senza alcuna accortezza, un pericoloso mitragliatore della classe Uzi, (di quelli piccoli ma che possono far danni seri.) e cominci a sparare cazzate belle toste fingendo di penetrare il nucleo vivo dell'opera recensita. Quale sia il tema centrale del film di Scorsese,  non può essere sindacato da cani e porci, è un tema chiaro e , - secondo chi scrive -  non equivocabile, Questo tema è : il silenzio di Dio. Bah! A noi questo pezzo di sopraffina critica cinematografica, più che altro pare un agguato  alle performanti capacità di una qualsiasi mente creativa - non solo a quella del buon Martin Scorsese-  che, come solo i creativi sanno, non dovrebbe mai sviluppare le  proprie idee sulla base di un monolitico binario interpretativo, o di una sola chiave di lettura. I capolavori di norma, non sputano sentenze, e non sono prodotti da navigati e cinici  manipolatori di menti . . . per fortuna.  Probabilmente è del tutto  inutile cercare di immergersi nella logica  del giornalista che - questo sì è fuor di dubbio - forse non ha mai sentito parlare di polisemia di un testo, o si sia mai posto il problema di cosa significhi multidisciplinarietà. Pensiamo ad esempio ad un film di fanta-scienza/avventura come Jurassic Park, tutti hanno notato la riuscitissima consulenza di sceneggiatori esperti in varie discipline, (fino alla fisica quantistica) e non solo di paleontologia.   Per costui, parlo  del recensore arruolato dai nipotini di Scalfari, sembra invece che un autore sia soltanto un burattino integralista abituato ad  utilizzare la propria arte per ricavarne profitto e carriere e che quindi sia rigorosamente addestrato a mitragliare opinioni come fossero verità assolute.  Lì, nelle vesti del regista, non si troverebbe dunque un uomo, magari anche lui in conflitto con  l'assurdità di certi paradossi fideistici,  ma uno strumento utilissimo se spara a tuo favore, o di un  'furbetto'  ideologicamente deviato, se le sue ogive rischi di trovartele innescate proprio nel bel mezzo del salotto di casa,  la grande casa delle libertà democratiche naturalmente, dove già dai tempi di Voltaire e Robespierre chi si presentava in equivocabili abiti monacali alle riunioni fra rivoluzionari, avrebbe corso il serio rischio di far la fine dell'iconico negronetto alla cena di Capodanno. Ovvio che certi intellettuali sanno bene che non possono ridondare di parole l'argine malconcio di piccole menti avvezze alla lettura di una didascalia  non più lunga di otto righe, dopo le quali la loro attenzione, messa a dura prova, finisce per liquefarsi come neve al sole. E poi  chi li va a riprendere,  codesti farfalloni inebetiti,  quando si perdono in ulteriori e più coloriti svaghi di intrattenimento telematico,  chi li acchiappa più se cominciano a tamburellare le dita sull' I-phone  alla spasmodica ricerca dei reggiseni della Di Patrizi (In arte Elodie), dell'ultimo rossetto della Hilton (Icona glamour ancora miracolosamente sugli scudi), o perfino - perché no? - della nuova fiamma di Fedez, delle tenerezze recitate a favore di telecamera, delle coccole sottovuoto ,  dei loro irrinunciabili cornetti di stagione e di tutto il resto ? E chi li prende più se partono per quella tangenziale?
   Ma no, ma no. Tranquilli!  'Sti professionisti della cultura indotta per via sub-liminale, mica si fanno fregare così, andando a fiaccare prima del tempo il margine transumanizzato delle capacità cognitive dei loro più assidui lettori; sanno bene ciò che fanno, ed allora nel breve spazio  concesso, spiattellano di gran lena nomi ad effetto quali Drever ,  o Dostoevskij. Giusto una rinfrescatina, tanto questi autori da qualche parte si sentono sempre, e stai sicuro che nessuno si prende la briga di leggerli. Insomma con questa tecnica comunicativa si va sul sicuro! Citazionismo sopraffino ben confezionato e tirato a lucido per incorniciare a dovere l'effetto pirotecnico della 'grande verità' ripiegata  in poche, pochissime domande che potrebbero perfino fare a meno del punto interrogativo, dato che vengono portate sulla tavola nella loro subdola accezione di ovvietà indubitabili rigorosamente autenticate  dall'indispensabile apporto dei sensi.  Ma non si era detto, nelle recensioni precedenti (Dal notiziario 'avventuriero' Pangea del precedente post ) che bisognava dubitare dell'apparenza? Quindi della percezione sensoriale? Difatti qui l'articolista pare esprimersi con pseudo-domande che si rivelano, ad occhio nudo, nulla più che pistolotti  d'autore, infilati dentro uno scialbo costume di scena formalmente infiocchettato di umiltà. Per il vero, l'umiltà , quella cioè di chi si pone vere questioni, ne esce ridicolizzata di fronte a tanta pochezza.  Le proposizioni usate, allora, suonano meglio e ancor più forte, come affermazioni secche rispetto a problematiche estreme quali: dov'è Dio? Perché non interviene? Classici quesiti  da bar, insomma, se posti in questa maniera, ai quali sembra seguire un chiaro decalogo di asserzioni in cui tutti, ubriaconi o avventori sobri, possono umanamente riconoscersi :
 
Perché dio  non ascolta le preghiere !/?
-  È indifferente alla sorte degli umani !/? 
 - Non risponde perché non esiste !/? 

E i punti interrogativi? Cosa contano se battuti in quel modo? Forse all'inizio erano esclamativi, poi accertato come li si voleva utilizzare, anche loro debbono essersi ritorti per gli spasmi da evacuazione imminente. Fine della riflessione giornalistica. Punto e basta! L'articolo de La Repubblica, nel suo contenuto più serio e meditato finisce qui. Il resto  è  un susseguirsi di osservazioni più o meno pertinenti su fattori estetici, fotografici, e per lo più di contorno,  con un condimento glassato di sana ironia scalfariana (quella, gli editorialisti  debbono mettercela sempre in ogni pezzo tirato a stampa. Lo debbono fare per contratto.): 'sto filmetto non servirà a convertirsi, però almeno è bello e persino ben recitato'. Grande conclusione per grande recensione!  Applauso della platea (se così si può chiamare quell'accozzaglia residua di  seguaci che persistono ad autolesionarsi il cervello  anziché farsi curare -come si dice - 'da uno bravo' ) e poi di corsa al cesso, a liberare gli intestini da tanta grassa superbia, quella sì davvero indigesta perfino in certi ambienti ammantati di solennità servile e riverente. Soffermarsi ancora su simili prodotti editoriali, venuti su con l'indecenza di un rutto ben assestato, significa volersi fare  veramente male. 

 Pensiamo al prossimo appuntamento, allora, dove  la damigella d'onore sarà nientepopodimeno che la cara e dolce IA.