Abbiamo cominciato questa nostra 'critica alla critica', o più esattamente ai critici, ponendo in risalto un articolo della rivista Pangea, un notiziario on-line che si definisce 'avventuriero' , e qui non possiamo davvero dar loro torto. Non a caso questo post segue un nostro precedente lavoro interamente ispirato alla prassi letteraria degli autori evangelici. Il nostro intervento, forse a gamba tesa, pone in chiaro un fatto preciso : l'opera di Martin Scorsese, affronta e sviluppa un tema che il regista deve aver tratto dalla lettura e, non scontata comprensione, di specifici passi dei Vangeli; passi che non possono essere considerati altro che insegnamenti espressi attraverso il linguaggio simbolico del mito, ma che nei circoli intellettuali , data l'incapacità di coglierne il vero e unico senso, si continua a voler addobbare con ampollose interpretazioni autografate.
rivista avventuriera di cultura & idee
L'Editoriale del 07 Ottobre 2019
La storia di Ferreira è raccontata nella Istoria della Compagnia di Gesù di Daniello Bartoli, edita in sei volumi tra 1650 e 1673. Il volume su Il Giappone, che racconta il successo e il disastro della missione evangelizzatrice, suppone il tardivo ritorno alla religione originaria di Ferreira, che sarebbe morto martire. La fonte di Silence, in ogni caso, è il romanzo dello scrittore giapponese cattolico – semplificato come “il Graham Greene giapponese” – Shūsaku Endō (1923-1996), Silenzio, edito in origine, in Italia, da Rusconi, ora da Corbaccio. Il romanzo racconta la pericolosa impresa di due giovani gesuiti (interpretati nel film di Scorsese da Andrew Garfield e dal bravissimo Adam Driver) che sbarcano nel Giappone in cui i cristiani vengono traumatizzati da torture per capire se Ferreira (Liam Neeson nel film) abbia davvero abiurato. Endō è uno scrittore autentico – Silenzio è romanzo pieno di raffinatezze stilistiche, il resoconto di una religione che vegeta nella sconfitta – di cui resta, nel catalogo editoriale odierno, la Vita di Gesù (per Queriniana), Il samurai (per Luni), Il giapponese di Varsavia (per Edb). Persi per strada – e andrebbero recuperati – i romanzi Vulcano e Scandalo, già editi da Rusconi.
Beh, il film di Scorsese è lento, ha una fotografia magnifica (di Rodrigo Prieto, lo stesso di The Irishman), è pieno di momenti memorabili. Certo, la trama è smilza, i sconfitti sono meno efficaci dei mafiosi d’America, le immagini del martirio sono atroci. Soprattutto, è il messaggio a scandalizzare: il cristianesimo è autentico quando soffre, quando è una religione di ribelli; il cristianesimo si tradisce in San Pietro, si traduce in verità vergine nelle catacombe, nel nascondimento, nel rischio. Il cristianesimo c’è quando per viverlo rischi la vita. D’altronde, nasce in contrasto alla religione del Tempio.
Detto fuorilegge dopo un iniziale, improvviso successo – per lo più tra contadini e umiliati – il cristianesimo in Giappone è disintegrato da due momenti: l’uccisione, crocefissi, di ventisei cattolici, tra cui sei francescani e tre gesuiti, il 5 febbraio 1597, i cosiddetti “ventisei martiri”; la “rivolta di Shimabara”, in cui i cattolici in massa, guidati dal Ronin diciassettenne Amakusa Shirō, “Il Messia giapponese”, secondo l’intuizione di Ivan Morris (più che altro, una specie di nipponica Giovanna d’Arco in veste di samurai), furono letteralmente spazzati, rifugiati nel castello di Hara, nel 1638, dall’esercito Tokugawa che ne sterminò 27mila circa. “Nonostante la sua storia violenza, il Giappone non aveva una tradizione di persecuzioni o di martirio religioso… Soltanto verso la fine del XVI secolo, quando la diffusione del cristianesimo portò il governo alla decisione di sopprimere questa credenza straniera e sovvertiva, le persecuzioni su larga scala e il martirio fecero la loro lugubre comparsa” (Ivan Morris, La nobiltà della sconfitta). Nelle persecuzioni furono complici i kapò buddisti.
Da allora nascono i kakure kirishitan, i “cristiani nascosti”: giapponesi che praticano un cristianesimo inteso nell’interiorità, celato, pur frequentando i riti ufficiali, shinto o buddisti. I loro simboli – l’icona della Vergine Maria, ad esempio – sono contraffatti (le statue sono impressionanti: la Madre di Gesù è adornata come il Kannon buddista). Spesso, non ci sono sacerdoti a celebrare il rito, i cristiani fanno tempio nel loro corpo, un vescovato mistico. Si può stare in Dio se si è totalmente soli, senza conforto, in balia del male? In fondo: chi tradisce davvero, chi è l’autentico apostata? Il cristianesimo non è una religione di forme, si aliena al formalismo ebraico. Non è religione di ‘divise’. La tradizione orientale, d’altronde (il taoismo; ma pure Eraclito), insegna che il vero non è la verità apparente (detta con un micidiale aforisma dal Daodejing: “la verità è il suo contrario”). Negli stessi anni in cui Ferreira si fa monaco zen, nel 1666, il mistico ebreo Sabbatai Zevi, ritenuto da molti il Messia, abiura la sua fede davanti al sultano Mehmed IV, rifiuta l’ebraismo convertendosi all’Islam. La sua scelta provoca una lacerazione profonda nell’ebraismo – la storia di Šabbetay Sevi. Il Messia mistico è oggetto dello studio più importante di Gershom Scholem, edito da Einaudi nel 2001. Lo scandalo coincide con “la dottrina sabbatiana della necessità dell’apostasia del messia”. Insomma, il culmine mistico della fede sarebbe abiurarla, convertirsi a un’altra religione, praticare di nascosto. “Egli dovette agire così a causa dei peccati di Israele, e il suo destino era simile a quello di Ester, che dovette mangiare cibo proibito… I nostri nemici lo vedranno e saranno svergognati”, scrive Nathan di Gaza, il ‘profeta’ di Sabbatai, in una lettera esortativa che cerca di spiegare l’abiura come gesto mistico. I cristiani giapponesi, di fronte ai gesti di Ferreira, agiscono nello stesso modo: la Bibbia, in effetti, offre qualche appiglio (la cattività di Israele in Egitto e a Babilonia; il tradimento di Pietro, l’episodio di Getsemani, l’urlo di Gesù in Croce, dell’abbandonato). Siamo, davvero, nel lato oscuro della fede, nel nero, nel nulla. Scorsese è riuscito a penetrare in questo annientamento – dove tutti cadono, c’è chi trova una fermezza più vasta e nell’abbandono scova la fragilità di Dio. (d.b.)
- fine articolo .
"Il film investiga il lato oscuro della fede.
La Fede, o parte di essa, sarebbe quindi un' entità sinistramente 'oscura', secondo i 'competenti' recensori/influencers della rivista Pangea. Ma pensa un po' . . . Appare invece più che ovvio come l' 'oscuro' derivi altresì, dall'uso strumentale che s'è voluto fare della fede in tutto il corso della storia. Ed è questo il tema proposto da Scorsese, nonché l'unico significato possibile del nostro raccontino del cavaliere, del santo e della puttana. Il principio della trasmissione della fede è dunque l'aspetto apparentemente contraddittorio che più ha intrigato ed evidentemente coinvolto il regista americano.
A questo punto, proseguendo nella lettura della recensione, può sembrare che si voglia rendere pervio alla mente del lettore comune il principio di ’abiura come mistica. Tuttavia l'abiura come declinazione di una originale forma di mistica non c'entra nulla col film. L'abiura - per come abbiamo letto l'opera cinematografica - non è altro che la manifestazione della vocazione umana alla corruzione e alla perdita dell'integrità morale (La prostituta è, ad esempio, il simbolo per eccellenza della corruzione in quanto ella pratica la corruzione della carne, non a caso in antichi testi ebraici del VT, l'integrità del popolo di Israele deportato viene relazionata alla corruzione morale degli invasori. Da qui il significato di 'Babilonia meretrice'. ) Ok, ok. Fin qui ci siamo: ma che cacchio c'entra tutto ciò con la mistica? Proviamo ad argomentare. Con l'esercizio dell'abiura lo spirito non si eleva di certo verso l'alto , ma casomai è attraverso la fragilità umana (il tradimento, la corruzione, ossia l'abiura propriamente detta) che la trasmissione del messaggio può spingersi oltre i propri limiti temporali e generazionali. Balza all'occhio quale possa esser stato il significato conferito dagli evangelisti al ruolo di Pietro, primo Pontefice (=Ponte) in carica della 'storia cristiana'. E' chiaro adesso quale possa esser stata la sola accezione da attribuire alla sua figura mitica e mistica, nella logica comunicativa necessaria alla lieta novella ( Euangelion ) per superare l'ostacolo del tempo. A noi sembra cosa ovvia.
E veniamo adesso all' "inganno come liturgia. Questa stronzata, invece, nemmeno la commentiamo tanto ci sembra stupida! Archiviata la pratica scarrelliamo ancora in avanti nella lettura integrale del mirabile pezzo d'autore.
"Il cristianesimo c’è quando per viverlo rischi la vita." Ed eccoci qua ad indignarci ancora per una nuova, quanto prevedibile, corbelleria o, meglio, per il consueto paradosso a doppio taglio inserito sub-liminalmente. Non è affatto vero che il cristianesimo langue dove manca qualcuno che rischi la vita. Forse il recensore voleva dire che ' il cristianesimo manca dove nessuno dedica la vita a qualcosa di importante, al prossimo per esempio. Parole dubbie? Forse, se il Cristo può definirsi un tipo ' su cui dubitare' . Mi sfugge insomma il passo evangelico che riprende l'illuminata conclusione dell'influencer, pardon, volevo dire del 'critico'. Vuoi vedere che il passo così solennemente riportato non esiste in alcuna forma se non nella testa dell'articolista? Qui siamo nei meandri più tetri dell'ignoranza umana, altro che storie! I Vangeli dicono invece ben altro, ovvero: dedichi la vita al prossimo che sta peggio di te! Questo è il principio. E il film di Scorsese amplifica difatti questo concetto pregnante, tant'è vero che chi muore, cioè chi si fa ammazzare per un ideale, porta con sé anche il messaggio. Il vigliaccone (immagine a forte impatto simbolico, a nostro avviso) che calpestava l'immagine sacra infatti, in privato, teneva in memoria per i discendenti ciò che in pubblico rinnegava. Pietro poi, mica ha fatto cose tanto diverse. Proprio lui, il Santo Patriarca ma anche quel gran pezzo di carognone che è parso a tutti il più emotivo, violento e sbalestrato della combriccola apostolica.
"Il cristianesimo non è una religione di forme, si aliena al formalismo ebraico. Non è religione di ‘divise'
"La tradizione orientale, d’altronde (il taoismo; ma pure Eraclito), insegna che il vero non è la verità apparente."
Il Vero insomma non sarebbe ciò che appare. Bel motto, bello davvero! E il Christos allora? Non c'eravamo accorti fosse diverso da quanto andasse mostrando in giro. Insomma, più si va avanti nella lettura più sembra che questi scaltri parolai non abbiano capito una benemerita mazza! Gli allunghiamo qualche dritta: é stata la contaminazione culturale ideologica, rigorosamente applicata nei secoli, a modificare i significati degli insegnamenti, quelli sono sempre stati là, belli chiari proprio come appaiono, e come infatti li aveva proposti anche Lao Tse (Taoismo). Non vi sembra?
Ed in realtà , perfino Eraclito non intende affatto sostenere che 'la verità sia cosa diversa da quanto appare'. Il concetto è più profondo, dacché esiste la contaminazione. Lo scrive anche PLatone (Altro sostenitore e custode, come Eraclito di Efeso, dei significati dell'Antica Tradizione, che già a suoi tempi cominciava ad essere dimenticata.) che non bisogna fermarsi all'apparenza (mica bisogna negarla per partito preso), ma prima bisogna appurare come, e se, essa sia stata manipolata (Proprio come è stato manipolato il suo mito più celebre, quello 'della Caverna, il cui significato viene 'tradotto' come : dubitate dell'apparenza, oppure : l'abito non fa il monaco, e via discorrendo. . . . Insomma oggi si riduce Platone a un comune moralizzatore da presbiterio .
Anche perché la Verità non solo si manifesta sempre e indubitabilmente nella sua unica forma, ma non può essere confusa se colta attraverso il più alto livello di Conoscenza (Il nous platonico). Eraclito, semmai - in relazione al motto correttamente riportato nell'articolo - indica che la Verità è il Tutto, quindi è allo stesso tempo tutto e il contrario di tutto ; un principio in totale accordo con le religioni orientali e - a noi pare - perfino con la scuola 'Advaita-Vedanta', custode della più lontana tradizione induista. Allora è evidente, per chi conosce determinati argomenti, che la Verità essendo il 'Tutto' ingloba anche il suo contrario (il non-tutto) e questo la pone fuori da una visione razionale, come vorrebbero certi testoni. Se però la frase viene inserita a completamento di un articolo che sostiene reiteratamente un diverso concetto e, soprattutto, affronta le cose con le categorie di un approccio scientifico recente, tradisce la prospettiva d'insieme tipica dell'uomo moderno, si infanga in un pantano relativistico, collocandosi assai lontano dalla purezza della visione arcaica delle cose sacre; allora ecco che dalla mescola di corrette citazioni e arbitrarie interpretazioni, possono saltar fuori una serie di grandi e inutili sciocchezze.
Se quindi i critici di mestiere non si dimostrano affidabili, a chi dobbiamo rivolgerci per capire cosa vuol dirci Scorsese?
E' probabile che questo acuto autore si concentri su un profilo del tutto marginalizzato dalla critica, ma anche dalle più frequenti analisi e approssimazioni teologiche. Ci sarebbe piaciuto sottoporre la nostra storiella allegorica (Quella del post precedente) alla sua attenzione per poi chiedergli l'attinenza col significato del suo lavoro, domandargli cioè di tentare un giudizio o un confronto con le parole spese sui rotocalchi da parte dei riconosciuti professionisti della stampa digitalizzata o meno. La nostra invisibilità, purtroppo, non ci darà mai modo di ricevere una risposta autentica.
Se però qualcuno, nel nome di uno sterile principio di generalizzazione, dubitasse della competenza dell'editore di Pangea ecco a voi bella pronta, già nel prossimo appuntamento su questo blog (A&OA), una recensione tratta dal quotidiano La Repubblica.
Nell'ultimo e terzo post di questa serie, vedremo infine come l'IA (Italianizzazione dell'odioso acronimo anglosassone) sappia deliziare i palati più fini con le sue impagabili spiegazioni, non senza privarci del colpo di scena finale, che, come nelle migliori trame romanzate, viene servito all'ultimo, proprio nella riga di chiusura della piccola e decisiva rassegna selezionata dalla IA . Una chicca insomma interamente fruibile sulla rete, una roba da far sbellicare di risate anche il vecchio monaco (Jorge da Burgos, detto 'il venerabile Jorge') del pluripremiato romanzo dell' Umbertone nazionale.

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