martedì 2 marzo 2021

Ancora sull'interpretazione (un approfondimento di Fr@ncesco Emme)

In questo spazio dedicato alla Creatura dello scoppiettante e simpatico  professor Enzo Pennetta (il sito Critica Scientifica) ho voluto porre in risalto alcuni interventi di una discussione che mi piacerebbe veder portata avanti (più che da pensionati o quasi, come il sottoscritto) da  giovani studenti affinché dimostrino che le ultime due generazioni non sono 'andate perdute'.  La singolarità di questo luogo di confronto, oltre al fatto che non si alza la voce, è data a mio avviso dalla maggior godibilità e profondità dei commenti rispetto alla laconicità del post d’invito. Ed è appunto alle meraviglie del commentario di CS che dedicherò alcuni articoli su A&OA.  Oggi ho calibrato la punteria sui contributi del sottile ed eccellente commentatore  che risponde al nick (?) di  Francesco Emme. Non sappiamo nulla di lui e del suoi interlocutori ancor meno, dacché alcuni si qualificano come Anonimo. Il confronto riconduce in alcuni , intensi passaggi al tema sull'interpretabilità da noi



cominciato in questo post

   Al dunque, ecco in sequenza il contenuto degli interventi. Per chi vuole documentarsi ancora più fedelmente, lascio volentieri il link del posthttps://www.enzopennetta.it/2021/02/cuochi-per-la-scienza/

 Francesco Emme riprende il motivo, caro al Professor Enzo Pennetta, della scienza come 'sacramento religioso'. I suoi contributi sono di fatto, articoli critici belli e buoni, sui quali egli concentra tutta la sua potenza (dialettica) di fuoco. Segue un intervento del sottoscritto e, a seguire quello del sagace commentatore Anonimo. Tralascio tutto il resto perché mi sembra implicitamente richiamato dalle prime  riflessioni, ma chi vuole, può riprendere il filo direttamente dal sito (vedi precedente link).

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Commentario__________________________________________


FRANCESCOM on 3 FEBBRAIO 2021 22:42

E poi dicono che le religioni sono morte! Sono morte le Religioni di Dio, ma sono vivissime quelle degli uomini. Draghi è presentato alle plebi mainstream come il nuovo messia, colui che parla col dio mercato, che è capace di sondare gli abissi dell’economia finanziaria con la sua ultra mente, e poi tornare a parlare agli uomini la lingua degli uomini. E la plebe crede. Draghi disse le parole che accludo in calce* sul Britannia, dove si diedero convegno, alla luce del sole, gli dei del “mercato”, e mantenne la parola, svolse il suo compito.Fu l’artefice della devastante stagione delle “privatizzazioni”, ossia, della dismissione degli asset di Stato, ossia pubblici, ossia di proprietà del popolo italiano, ossia nostri, e la contestuale regalia degli stessi, a prezzi da mercato rionale, agli dei del “mercato”. Questa, per sommi capi la rapina: IRI, AUTOSTRADE, BANCA COMMECIALE, CREDITO ITALIANO, IMI, STET, AGIP, ENI, ENEL (queste ultime due, in parte), ed una miriade di società minori, ma italiane!!!.

Dopo la rapina, Draghi entra a far parte del C. O. di Goldman Sachs; da qui passa in Banca D’Italia (come direttore), ove seguita a imporre misure che scarnificano il servizio pubblico. Ed infine approda alla BCE. Si ricordi che la lettera che diede l’avvio al colpo di Stato del 2011, fu cofirmata da lui (l’altro fu Trichet). Uscito di scena Conte, ci potrebbe essere un parziale cambiamento nella gestione dell’affare Covid. Potrebbe entrare in forse il rinnovo dello “stato d’emergenza” ad libitum, essendo questo legato a doppia mandata alla gestione Conte. Dal momento che Draghi è il nuovo messia per le vecchie plebi, un unto, quasi un semidio, non è affatto escluso che, così come certamente innanzi a lui lo spread indietreggerebbe intimorito, qualcosa del genere possa accadere anche con la questione Covid. Non mi sorprenderei se Draghi possedesse anche virtù taumaturgiche tali da contenere il morbo, così da rendere possibile (ma sempre sotto scopa) una pseudo normalità; mentre appare certa la sua candidatura, irresistibile, alla Presidenza Della Repubblica.

Il secondo punto è scontato, il primo (Draghi taumaturgo) teniamolo all’attenzione.

*    “…Poiché le privatizzazioni sono così cruciali nello sforzo riformatore del Paese, i mercati le vedono come il test di credibilità del nostro sforzo di consolidamento fiscale. E i mercati sono pronti a ricompensare l’Italia come hanno fatto in altre occasioni…”

P.s.:   Giuseppi non scivolerà nell’oblio, sarà ricordato come il callido distruttore del Paese che fu dei nostri padri, il responsabile di orrende mutilazioni nelle menti dei più deboli. E poi sarà ricordato il Giorno Del Giudizio.

 

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 FABIO PB on 5 FEBBRAIO 2021 18:09

“…persone che, illuminate dagli studi, usano i loro nomi non già a quello scopo per cui dovrebbero essere usati, ad aiutare cioè gli sforzi che fa il popolo per strapparsi al buio dell’ignoranza, ma unicamente allo scopo di rinserrarcelo dentro più saldamente.”

Lev Nikolàevič Tolstoj

 

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ANONIMO on 6 FEBBRAIO 2021 13:14

A me sembra che quella di pseudoreligione fosse una vocazione del positivismo, fin dall’inizio. Basta leggere Comte che immagina una vera e propria religione positivista ed arriva a scrivere: Il sacerdozio e il pubblico dovranno sempre proscrivere gli studi che non tendono a migliorare o a meglio determinare le leggi materiali e fisiche dell’esistenza umana o a caratterizzare meglio le modificazioni che esse comportano o almeno a perfezionare realmente il metodo universale” Sistema di politica Positiva, v. I, Parigi 1851, p. 455

 

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FABIO PB on 6 FEBBRAIO 2021 21:06

In realtà il positivismo si poneva l’obiettivo di minare la ‘superstizione religiosa’, poi, come nella migliori tradizione dittatoriale, ha finito per sostituire la propria superstizione con quella andata fuori corso. Il metodo scientifico classico si è posto come l’unico sistema di capire e controllare i fenomeni fisici, ma in seguito è stata la stessa Scienza a ribellarsi alla sua pretesa di autorità e a definire i suoi giusti limiti di applicazione. Questa distinzione dobbiamo pur sempre considerarla

 

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ANONIMO on 7 FEBBRAIO 2021 08:39

E’ vero, ma non si può neppure negare che la tendenza a comprendere direttamente la realtà attraverso l’esperienza ha convissuto dall’inizio o ben presto, con quella alla costruzione di un Sistema ideologico. Comte è sicuramente un caso limite sotto molti aspetti. E’ significativo che arrivi anche ad immaginare che ad un certo punto la “deduzione” dalle leggi stabilite dalla scienza, prenda totalmente il posto del confronto con i dati esperienziali. Tuttavia, il suo atteggiamento, è per molti riguardi, la logica conseguenza del non riconoscere questo semplice fatto: i dati dell’esperienza sono significativi soltanto in quanto oggetto di interpretazione, cioè in quanto posti nel contesto di una visione e percezione del Mondo. Questa “visione del Mondo” è quella che il razionalismo critico popperiano chiama “basic Knowledge”. Il limite della concezione di Popper sta nel non aver compreso quanto questa “conoscenza di fondo” sia antropologicamente profonda e stratificata ed averla posta sullo stesso piano delle stesse teorie scientifiche. Nel parlare di “conoscenza di fondo” si tende, da parte di uomini culturalmente moderni, a pensare esclusivamente ad un insieme di assunti teorici come premesse di un percorso logico deduttivo, come fa Pierre Duhem nel suo libro sulla teoria della fisica. Ma la conoscenza di fondo è molto di più: è, prima di tutto, “percezione di fondo” e concezione, è poi concettualizzazione ed ancora struttura logico/discorsiva. Solo molto più superficialmente, in essa si trovano idee generali discorsive che possono essere assimilate ad assunti teorici. Inoltre, tutte queste cose non sono date a priori ed uguali per tutti gli uomini, ma variano di epoca in epoca, di cultura in cultura ed anche da singolo a singolo. Più è bassa la consapevolezza di questi fondamenti e della loro varietà, più è forte la tendenza a confondere l’interpretazione dell’esperienza con l’esperienza stessa e prendere a sua volta quest’ultima per la realtà da cui deriva. E’ questa, credo, in breve, la storia della trasformazione della teoria scientifica in dogma e della scienza in pseudoreligione.


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FABIO PB on 7 FEBBRAIO 2021 14:31

Gentile Anonimo, devo dire che , in realtà, io mi colloco , ponendomi anche in moderata contrapposizione col gentile Gestore di questo spazio, fra quelli che vedono speculazione autoritaristica e criterialita scientifica,procedere su percorsi autonomi e disgiunti, nel senso che confido sempre nel corretto approccio scientifico alle questioni, sebbene non neghi certo che dietro l’ angolo vi sono, e vi siano sempre stati turpi interessi privati pronti a interferire e ad approfittare della buona fede di poche e creative menti scientifiche. Non vedo perciò possibile uno scenario di convivenza, piuttosto mi pare essere sempre stato presente nella storia dell’ umanità, un turpe sentimento di prevaricazione manifestato da incapaci , frustrati e ambiziosi soggetti nei confronti dei successi altrui, e nel voler ed esser riusciti, sempre, ad approfittare con mezzucci vigliacchi e con il costante appoggio della politica, nell’ intento assai remunerativo di appropriarsi delle scoperte, di rubarne perfino i meriti e la paternità. L’ imperituro ‘vomere del male’ , diranno e scriveranno ancora per molto tempo, i più fini osservatori della società. Dalla nostra prospettiva, allora, credo che occorra soprattutto cercare di isolare le cause di questo inarrestabile degrado delle menti e della civiltà, provare a capire e fare fronte comune su pochi e decisivi aspetti discriminanti le due distanti, e giammai conniventi, categorie di persone/studiosi

Per rispondere allora anche alle affermazioni ( del post) del professore Pennetta, comincerei con l’ affermare con una certa fermezza che nulla può sostituire la affidabilità dei dati, che non possono delinearsi diverse opinioni sul modo di interpretare i dati poiché è proprio la loro interpretabilità che ne inficia il significato più autentico. Questa tanto invocata necessità di interpretazione, deve porci sul chi vive, rispetto a quei figuri di cui si diceva poc’anzi,

 

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 ANONIMO on 8 FEBBRAIO 2021 19:37

Gentile Fabio, le Sue osservazioni rischiano di portarci su un discorso davvero assai lungo e complesso. Ad ogni modo, cercando di sintetizzare, ritengo utile partire dall’ultima osservazione. Che cosa significa interpretazione? Significa che non esistono, se non in un’astrazione falsificante, realtà isolate studiabili o anche solo pensabili per se stess;, ogni dato, ma prima ancora ogni cosa, acquista significato soltanto nei contesti via via più vasti in cui si colloca, fino a quella che è (o almeno si ritiene essere) la Totalità. Gli antichi lo sapevano molto bene, ma, anche fra i moderni, autori come Husserl e Popper, in modo molto diverso e sotto ambiti differenti, lo hanno riscoperto. Per fare un esempio breve, la maggior parte dei dati sul moto dei pianeti del sistema solare intorno al sole possono stare tanto bene nella rappresentazione di Galileo, quanto in quella di Keplero, quanto in quella di Newton, quanto infine, in quella di Einstein. E tuttavia, in ognuna di queste teorie, assumono un significato assolutamente diverso. Per essere più chiaro dovrei dilungarmi molto. Al limite potrò tornarci, anche perché gli aspetti sono molteplici: per es., Popper dimostra che gli stessi strumenti di misurazione, essendo costruiti in base ad una teoria, sono già determinanti nel condizionare, in un senso o nell’altro, gli esiti degli esperimenti: essi provano, ma solo all’interno di un determinato quadro prestabilito. Qualora questo quadro interpretativo fosse falso, essi darebbero perciò risultati totalmente falsi. Prima ancora, Popper ha denunciato il c.d. “carattere teorico degli enunciati osservativi”: qualsiasi discorso descrittivo, per il semplice fatto di appoggiarsi ad un linguaggio e a concetti più generali o di livello più elevato, è inevitabilmente portatore di una pesante eredità interpretativa. Potrei continuare a lungo. 

Quanto al secondo argomento, gli studi storici sul rapporto fra intellettuali e potere sono molto ricchi, cito per tutti gli studi di Giovanni Tabacco, sul piano storico, e quelli di Michel Foucault e di Bauman su quello sociologico/filosofico (cito senza pretesa alcuna di completezza, i primi riferimenti che mi tornano in mente, ma vi sono molti altri studi, ovviamente). Quello che si può dire è, in breve, che, al di là, delle mitologie, la scienza è prima di tutto un fatto di prassi sociale umana, storicamente e antropologicamente condizionata. Non è affatto detto che si debba pensare a studiosi in mala fede o che parlano solo per interesse, o meglio non ha alcun senso farlo: lo studioso è semplicemente un uomo che vive nella sua comunità seguendone le logiche di potere ed eventualmente anche di falsa coscienza, le pregiudiziali culturali ed antropologiche, i condizionamenti sociali, ecc. Ci può essere sempre un certo grado di autonomia o di ribellione, ma questo costituisce l’eccezione, non la regola, ed implica sempre un certo sforzo che a sua volta, si inserisce necessariamente in movimenti storici. Quello che occorre chiedersi è perciò, non se gli studiosi siano o meno espressione di un potere, ma quanto eventualmente sono in grado di esprimere un potere almeno in parte autonomo in grado di fronteggiare gli altri poteri politici, economici e sociali, più o meno da pari a pari. Gli autori citati, insieme a molti altri, hanno mostrato come negli ultimi secoli, gli intellettuali hanno sempre meno avuto un potere autonomo che potesse garantire la loro autonomia e conseguentemente sono divenuti sempre di più uno strumento delle ideologie, che lo vogliano o meno, che lo sappiano o meno…

 

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FRANCESCOM on 9 FEBBRAIO 2021 23:27

A me pare che Popper goda di una fama del tutto immeritata; non si tratta di simpatie o antipatie, quando si fa critica filosofica le inclinazioni personali non devono entrare in linea di conto. Ricordo la fatica immensa con cui portai a termine la lettura de “L’io e il suo cervello”, da Popper scritto in collaborazione con Sir John Eccles, premio Nobel. Non è questa la sede per accennare, neppure minimamente, ad una critica del cosiddetto “dualismo interazionista”, da entrambi gli autori proposto come soluzione del “problema mente corpo”. Ci fossero altre occasioni se ne riparlerà. E neppure si possono prendere sul serio le tesi da egli sostenute ne “La società aperta e i suoi nemici”, che risente degli influssi nefasti del peggior ultraliberismo di personaggi come Von Hayek, Nozik, Friedman, ecc… tutti pensatori cui si deve l’avvento del paradiso in terra che stiamo sperimentando. Soros George, tanto per dire, fu allievo di Popper, e a lui si rifà la sua visione politica. Qui tralascio la sua epistemologia, anche in questo caso, dovesse venire una discussione dedicata, se ne parlerà.

 Ultimo punto, da cui ho spunto per questo post.

L’utente Anonimo propone – mi sembra, ma se sbaglio chiedo scusa – come esempio di profondità di pensiero, o comunque di solidità epistemologica, la seguente osservazione:

 “… anche perché gli aspetti sono molteplici: per es., Popper dimostra che gli stessi strumenti di misurazione, essendo costruiti in base ad una teoria, sono già determinanti nel condizionare, in un senso o nell’altro, gli esiti degli esperimenti: essi provano, ma solo all’interno di un determinato quadro prestabilito…”.  Ecco, questa “circolarità” non solo è ben nota dai primordi della riflessione epistemologica, e, quindi, non solo con riferimento alla Scienza come noi la concepiamo oggi (sempre che una tale, unanime, concezione esista); ma, ancora oltre lo specifico orizzonte della filosofia, è patrimonio comune al buon senso di ogni epoca ed ogni luogo. Mio nonno, fu un uomo di saggezza inversamente proporzionale alla sua erudizione. Non ricordo se arrivò alla terza o alla quarta elementare, non riusciva a mettere assieme più di tre parole in italiano, eppure, lo ricordo perfettamente, riusciva a sintetizzare questa “profonda” enunciazione di Popper, in un dialetto talmente stretto che non provo neppure a proporre, ma traduco direttamente, e appena un po’ liberamente:  “… ricordati che da qualunque parte ti giri e rivolti, vedrai solo quello che già ti aspetti di vedere. Se speri di trovare nella zuppa ingredienti diversi da quelli che tu stesso ci hai messo, finirai la tua vita povero e pazzo…”.   Non sapeva neppure chi fossero Eraclito e Parmenide, Platone o Aristotele, e non avrebbe neppure saputo pronunciare “Karl Popper”, lo assicuro. Non aveva la più pallida idea che quelle due frasi fossero un concentrato di epistemologia, e non era neppure un genio, mio nonno. Era solo una persona solidamente ancorata al buon senso. Cosa che manca completamente al Popper di “L’io e il suo cervello”, di “La società aperta e i suoi nemici”, per non andare oltre. Scrivo queste righe per debito d’amore verso la semplicità, senza la quale non può darsi verità. Si fanno assurgere a maestri i karlpopper, tanto da richiamarne l’autorità nelle citazioni (parlo in generale, senza riferimenti specifici, Popper, ahimè, è citatissimo), nella stessa misura in cui ci si sbarazza del semplice buon senso. E questo porta male.

 

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FABIO PB on 10 FEBBRAIO 2021 06:45

@Francesco. E’ assolutamente vero! Popper è il tallone esposto del buon Pennetta, nonché un facile bersaglio. Proverò ad introdurre una premessa al ‘pericolo’ insito nella riscoperta del popperismo, prendendo come spunto il commento del gentile Anonimo. 

@Anonimo . Gentilissimo, La ringrazio per l’attenzione che ha voluto dedicarmi. Nella seconda parte del Suo denso commento, tuttavia, non sembra essersi voluto spingere oltre una sequela di pareri più o meno condivisibili, più o meno garbati sui quali non credo si possa argomentare più di tanto col pretesto delle costruttività. Prendo atto del la Sua opinione sugli studi dei rapporti fra intellettuali e potere, nel rispetto di Autori come Bauman, ho un’idea diversa. E qui metto un punto. Che la scienza sia un fatto di ‘prassi umana’ è un ulteriore e rispettabile parere, ma conchiuso anch’esso nel suo carattere di opinabilità, così come l’idea che la scienza sia subordinata a condizionamenti storici e antropologici. Anche qui posso condividere. Sul fatto che uno studioso operi sempre in completa lealtà e autonomia, invece, troverei qualcosa da ridire, ma mi limiterei – per il momento – a far notare la contraddizione col principio di condizionamento (da fatti storici, da prerogative antropologiche) appena definito. L’ uomo, lo scienziato per l’esattezza, che segue (suo malgrado) ‘logiche di potere’ non mi pare, a dirla tutta, un onesto studioso che opera in autonomia. . Forse non ho ben inteso il suo pensiero gentile Anonimo. Non so . MI dica Lei.

Il gradiente di autonomia, insomma, dovrebbe essere, in un autentico ricercatore, sempre e comunque al massimo livello. Pecco di idealismo ? Tanto per esser chiari , ribadirei perciò con una certa energia che uno studioso non dovrebbe mai porsi il problema, o fin’anche il minimo dubbio sulla necessità di fronteggiare ‘uno’ o più poteri; ho sempre creduto infatti che uno studioso dovesse principalmente occuparsi della propria disciplina, a prescindere che vada bene o meno all’autorità, conforme o meno ai modelli accademici. La storia ci ha insegnato che questi ‘Autentici’ hanno spesso pagato salato il loro ‘disinteresse’ ( o forse consapevole distacco?) per le questioni politiche. Però , se Lei è di diversa opinione, non posso che prenderne atto. Ogni opinione vanta medesimi diritti e dignità, si usa dire. Sposo invece, interamente la frase snocciolata a fine commento. In questo spazio telematico mi è parso vi siano intellettuali, a cominciare dal competente e simpatico Gestore ( che può vantare un discreto prestigio nell’esercizio delle proprie qualità comunicative), che non sembra davvero tagliato per diventare a breve ‘uno strumento delle ideologie’. La generalizzazione, dunque, lascia il tempo che trova. L’autorità infatti, gli intellettuali che gli servono non cerca di comprarseli (a volte succede eh.) ma se li costruisce direttamente a tavolino, coi mezzi che ben conosciamo.

 

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 FABIO PB on 10 FEBBRAIO 2021 06:47

Detto ciò passerei alla prima parte del suo interessante intervento nelle cui parole d’esordio sembra aver pienamente colto le mia priorità rispetto al concetto (per me pericoloso ) di interpretabilità dei dati. E ribadisco per chiarezza che intendevo discutere soprattutto di ‘interpretabilità dei dati, aldilà di speculazione troppo generiche sul tema. Con questa definizione intendevo porre l’accento sull’importanza del principio di non-interpretabilità dei dati/quantificazioni/ misure, utili alla descrizione di un fenomeno. Mi è pertanto sembrato fuorviante l’assunto posto in questi termini: ‘ogni dato acquista significato soltanto nei contesti via via più vasti in cui si colloca, fino a quella che è (o almeno si ritiene essere) la Totalità. E’ ovvio, ed addirittura implicito, che ogni rilevazione si debba attenere al contesto in cui viene espressa e ai significati del linguaggio con cui viene espressa. Mi pare ovvio infatti che il linguaggio scientifico sia solitamente quello matematico e che il confronto debba attenersi alle caratteristiche del contesto che si va studiando e discutendo. Per mantenermi nei Suoi schemi e parametri, direi allora che la durata di un ciclo astronomico, per esempio del tragitto della terra intorno al sole, debba considerarsi nell’ambito(contesto) dell’astronomia, e che perciò la misurazione di tempi di percorrenza velocità e accelerazione dei corpi in gioco, debbano essere espressi nell’ambito di una misurazione spaziale (con relative unità di misura) . Il problema che cercavo di sollevare voleva essere quello immediatamente successivo alla condivisione del dato misurato, quello cioè che riguarda l’elaborazione di una teoria di movimento dei corpi celesti in questione. Laddove due studiosi giungessero (sulla base dei medesimi dati, lo ripeto ancora) a soluzioni diverse, si lascerebbe decidere la correttezza della teoria alla precisione della previsione formulata rispetto alla discordanza delle due soluzioni portate dai due antagonisti. E allora,a mio modesto avviso sarebbe proprio questo il problema che andiamo dibattendo da secoli e da miliardi di pixel, perfino in questo spazio gentilmente messoci a disposizione.

Insomma, laddove la scienza si proponga soluzioni (e non chiacchiere), che sono previsioni belle e buone, non si può più parlare di interpretabilità del fenomeno, dacché l’interpretazione corretta, quella cioè scientificamente valida , sarà necessariamente e inconfutabilmente quella che risponde con più precisione alla previsione fornita in anticipo.

 

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FRANCESCOM on 10 FEBBRAIO 2021 12:06

Grazie, Sig. Fabio, mi pare proprio che lei abbia colto il punto, che è questo: far diventare auctoritas ex cathedra, con puntuali citazioni di nomi resi famosi (più che altro) dall’uso citatorio, delle locuzioni che pertengono soltanto al buon senso, non è affatto fare filosofia, o, ancora più semplicemente, non è affatto ben ragionare. Cosa c’è di così intelligente e profondo nell’affermare che qualsiasi produzione culturale nasce e si sviluppa nell’ambiente in cui … nasce e si sviluppa? E dato che non può non essere che così, è del tutto ovvio, e magari banale, che ne dipende. E’ parimenti ovvio, e, nella stessa misura dell’ovvio, banale, che un essere umano non potrà produrre la cultura di un criceto, e neppure la cultura di un altro essere umano che è definito dalle premesse culturali implicite (ne ho parlato spesso) dell’ambiente di appartenenza; per tacere delle (ancora una volta ovvie) premesse esplicite. Si presti molta attenzione su un fatto fondamentale, che, a quanto a me sembra, sfugge a tutti gli autori citati e anche a molti altri, a proposito della famigerata questione del rapporto tra fatti ed interpretazioni. Mi si conceda il rischio della sintesi. Se non esistono fatti, ma solo interpretazioni, non esiste né verità, e neppure REALTA’; giacché, entrambe sfumano o vengono totalmente fagocitate dalla arbitrarietà delle premesse e dalla soggettività dei punti di vista. E questo è il cuore del relativismo, che è pessimo perché è falso.

L’errore, nel migliore dei casi, nasce dal confondere la forma di una produzione culturale, che permette divergenza e relatività, con la sua essenza, che non la permette. E tuttavia mi chiedo; come può darsi un tale errore, in discipline come la Scienza e la Metafisica (parlo della sola Metafisica, quella metastorica e Tradizionale), se lo strumento basico della prima è la matematica, e quelli della seconda sono la logica e l’Intuizione Intellettuale (nel senso di Dianoia e Noesis)? Ora, va bene (anzi male) che la Noesis propriamente detta scompare dal pensiero occidentale con Cusano (più o meno), ma relativizzare la logica per mezzo della stessa logica, denota il suicidio dell’intero spettro cognitivo umano. Ovviamente, per rendere davvero intellegibile quanto sopra, dovrei dilungarmi nell’illustrare, soprattutto, il significato ed il ruolo della Noesis, la cui scomparsa dall’orizzonte cognitivo occidentale ha portato ai disastri del relativismo.

Se ci campiamo, ad altra occasione.

 

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ANONIMO on 10 FEBBRAIO 2021 20:49

Come ho detto all’inizio, il discorso è molto complesso e vi è soprattutto il grande rischio di parlare di troppe cose in una volta sola.

Provo a chiarire i soli punti che mi sembrano più importanti.

Per prima cosa, la mia citazione di alcuni autori non significa né che io condivida in toto il loro pensiero, né che li consideri necessariamente come particolarmente profondi. Il fatto è che è molto difficile sintetizzare problemi che andrebbero affrontati in trattazioni molto più lunghe ed alle volte, quando fortunatamente (e fortunosamente) emerge da studi fatti qualcosa di utile, si è costretti a suggerire di andarli a leggere, per non essere costretti a fare interventi chilometrici. Nel caso di Popper, condivido il fatto che la sua fama è in larga parte dovuta alla strumentalizzazione che ne è stata fatta, soprattutto in chiave antimarxista ed antiheideggeriana. Tuttavia, ha il pregio di porre alcuni problemi inerenti l’epistemologia in maniera abbastanza chiara e questo può essere molto utile. Stessa cosa vale per Husserl. Quel che conta non è dare giudizi di valore su questo o quell’autore, ma farsi capire.

Il secondo punto, che accomuna le diverse risposte al mio commento, è che non bisogna commettere l’errore di confondere la scienza moderna con la Metafisica. Se si comprende che cosa si deve intendere veramente con quest’ultimo termine (che non ha nulla a che vedere con quello che i filosofi intendono con la stessa parola), non vi sarà molto da discutere su questo.

Altrimenti, con tutta probabilità, la discussione sarà impossibile.

Dirò solo che la Metafisica si basa su una Conoscenza diretta, attraverso quella facoltà, sconosciuta ai moderni, che è l’intuizione intellettuale e presuppone il superamento (almeno virtuale) della separazione fra soggetto ed oggetto. La scienza (e qui parliamo, non bisogna dimenticarlo della scienza moderna, quella che nasce nel ‘500 e si sviluppa fino ad oggi) è invece per la sua stessa natura basata sull’esperienza e questa, come dice la stessa etimologia, implica una dualità (interno/esterno) ed un divenire (ex-perire è un passare attraverso uscendo fuori da sè). La scienza, si dice, si basa sui dati e sui fatti, ma un dato o un fatto possono provare sempre e soltanto un’ unica cosa: la loro esistenza, niente di più e niente di meno. Le teorie scientifiche ed anche le c.d. leggi con cui vengono identificate, non sono altro che ricostruzioni di come diversi fatti possano stare assieme secondo presunte regolarità. Tuttavia, per qualsiasi insieme di fatti, possono esistere n regolarità e strutture concettuali, in grado di metterli insieme coerentemente. La scelta fra queste n regolarità non avviene in base a criteri oggettivi, ma in base a fatti storici. Chiunque pensi il contrario si fa delle grandi illusioni. Non era così, almeno in linea di principio, per la scienza sacra tradizionale, le cui dottrine erano l’applicazione di principi metafisici compresi in via di intuizione diretta. Ma non ha alcun senso confondere le due cose.Non si tratta, dunque, di scegliere fra relativismo ed antirelativismo, ma semplicemente di dare ad ogni cosa il suo giusto posto. Ciò che è assoluto bisogna riconoscerlo come tale, mentre ciò che è relativo, non può essere considerato assoluto, pena il più cieco dogmatismo.

In terzo luogo, quando si parla di incidenza della cultura e delle condizioni antropologiche sul modo di pensare, si dice qualcosa su cui tutti possono essere d’accordo, ma che pochissime persone sono in grado davvero di capire. Occorre capire che i nostri pensieri non sono solo nelle parole che ci attraversano la mente, ma nel modo in cui camminiamo, ci sediamo o respiriamo. E’ (almeno di fatto, se non in linea di principio) possibile concepire certe idee se non si impara a sedersi ed a respirare in un certo modo. Una delle caratteristiche più tipiche della Civiltà moderna è quella di svalutare le differenze antropologiche e ridurre tutte le differenze concettuali ad un piano di sole due dimensioni. L’informatica non è, sotto questo riguardo, che il parossismo di una tendenza che nasce con la modernità. Perciò il punto non è convenire sulle differenze culturali, ma riuscire a percepirne l’abissalità.

Infine, e qui i tre argomenti convergono, ho paura che il termine ‘interpretazione’ sia inteso da me e da Voi, gentili interlocutori, in maniera del tutto diversa. Per me, ‘interpretazione’ è assumersi e farsi carico di un significato e di un aspetto della realtà: si interpreta un ruolo, una sinfonia, una parte teatrale, un’opera d’arte, un simbolo, o anche un testo o una situazione di cui si è spettatori, ma nel senso di assumerne (facendosene carico, portandolo su di sè, portandone anche il peso) un significato, che non può mai pretendere di essere esaustivo, ma se è ‘vero’, deve necessariamente armonizzarsi con tutti gli altri. Naturalmente, possono esistere buone interpretazioni e cattive interpretazioni, ve ne sono in particolare di giuste e di sbagliate, ma non c’è dubbio che, a meno di non avere la pretesa di raccogliere nel proprio limitato essere tutta la Realtà, sempre interpretazioni saranno; e tutto questo, con il relativismo non c’entra assolutamente nulla.


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FRANCESCOM on 10 FEBBRAIO 2021 23:35

Preg.mo sig. Anonimo,

ragioni di opportunità mi fanno desistere dall’approfondire una discussione sui vari significati (almeno una mezza dozzina) del termine “interpretazione”. Quando il discorso si allarga così a macchia d’olio – tanto che partendo dall’epistemologia si arrivi all’ermeneutica e alla semiotica – vuol dire che è tempo di dare una bella sgrossata ai termini, e tornare al vecchio, sano, infallibile, buon senso di gente come mio nonno, che a partire dalla semplicità, faceva chiarezza laddove il filosofese dei filosofi porta non solo opacità, ma anche la artificiosa necessità di creare classi di interpreti professionisti nell’interpretare, a cascata e senza fine, il pensiero di interpreti di altri interpreti. D’altronde, questo è precisamente l’andazzo della cosiddetta filosofia moderna, sempre che di filosofia si tratti. Mi chiedo, infatti, un esempio per tutti, per quale ragione Platone non ha bisogno di interpreti per essere compreso (salvo problemi nella sfera del comprendonio), e un Heidegger sì. E questo porta alla successiva domanda: perché Platone è così chiaro, e Heidegger no? La risposta a queste domande ci avvicina alla comprensione del perché il termine “interpretazione” ha, come ho detto, almeno (ad essere parsimoniosi) una mezza dozzina di significati differenti. E’ evidente che qualcosa non va. E siccome parlare chiaro è segno di rispetto, non ho difficoltà ad affermare che un filosofo incapace di farsi comprendere da un uditorio di media intelligenza e preparazione non è un filosofo buono e neppure cattivo. Non lo è basta. 

Per chiarezza e completezza, il discorso appena fatto non può trovare applicazione nell’ambito dei testi sacri ed anche in quello della poesia. Tralasciando il secondo caso, la difficoltà nella comprensione dei testi sacri è di carattere strettamente ed esclusivamente oggettivo (mentre nel caso della filosofia e quasi sempre soggettivo). La maggior parte dei testi sacri, o di sacra ispirazione, in assenza di una ermeneutica garantita dalla forza stessa della Tradizione, risultano quasi sempre incomprensibili. La “Parola di Dio”, insomma, e la parola dell’uomo non viaggiano su binari paralleli. I Veda sarebbero del tutto incomprensibili senza le Upanishad; e queste avrebbero più ombre che luci, senza i commentari sapienziali dei Dotti (vedi Shankara). E la stessa cosa vale per l’intera tradizione biblica (forse con minori difficoltà per i Vangeli e gli Atti). Ma sia chiaro che il termine “interpretazione”, in questi casi, ha un significato del tutto diverso rispetto a quello generalmente in uso nella modernità. Ayer che interpreta Wittgenstein, non è Nagarjuna che interpreta i Sutra. Il primo opina, il secondo spiega, nel senso letterale di dispiegare, render manifesto ciò che non lo è. E qui la differenza tra soggettivo e arbitrario, e oggettivo e normativo. Per il resto, concordo con quanto lei scrive, preg.mo sig. Anonimo.

 

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 ANONIMO on 13 FEBBRAIO 2021 12:14

 Gentile FrancescoM,

anch’io condivido quanto Lei denuncia circa l’ambiguità e l’insensatezza delle teoriche più avanzate della modernità. Si tratta a ben vedere del prezzo che deve pagare chi, pervicacemente, si ostina a voler sostenere l’ordine di idee su cui si fonda l’intero edificio del Mondo moderno, contro l’evidenza, ormai incontestabile, della sua falsità e contrarietà alla natura più intima delle cose. Ciò non è possibile fare senza cadere nelle più profonde contraddizioni. Da tale punto in poi, allora, il discorso, se si vuole nonostante tutto continuarlo nel medesimo senso, diviene puro verbalismo perché le affermazioni ed i concetti, autocontraddittori, divengono privi di significato. E’ l’infrangersi delle parole che lamenta lo stesso Heidegger contro una barriera che le separa ormai irrimediabilmente dalla realtà: su questa barriera, costituita dalla demoniaca volontà di potenza dello spirito antitradizionale, ogni parola ed ogni concetto si frantumano e ne tornano indietro i pezzi, totalmente privi di senso, ma oltremodo carichi di suggestioni.

Occorre, però, non dimenticare che questo non è ancora lo stadio ultimo:

“E’ da notare, a questo proposito, come la contro-iniziazione, pur inventando e diffondendo per i suoi fini tutte le idee moderne caratteristiche dell’antitradizione negativa, sia perfettamente cosciente della falsità di tali idee, e sappia evidentemente anche troppo bene a cosa attenersi; ma ciò sta appunto ad indicare come, nella sua intenzione, questa sia soltanto una fase transitoria e preliminare, in quanto una simile organizzazione di menzogna cosciente non può come tale essere il vero ed unico scopo che essa si propone; tutto ciò è destinato solo a preparare la successiva venuta di qualcos’altro, che a sua volta dovrà apparire come un risultato più positivo, e che sarà precisamente la contro-tradizione. E’ per questa ragione che, in particolare nelle diverse produzioni di cui è indubbia l’origine o l’ispirazione contro-iniziatica, si vede già delinearsi l’idea di un’organizzazione che sarebbe come la contropartita, e appunto perciò la contraffazione, di una concezione tradizionale come quella del Sacro Impero, organizzazione che dovrà essere l’espressione della contro.tradizione nell’ordine sociale (…)” (R. Guénon, Il Regno della Quantità e i Segni dei Tempi, Milano 1982, cap. 39, La grande parodia o la spiritualità alla rovescia, p. 263.) Per questo motivo, credo, sia più che mai oggi importante combattere, non solo contro l’idea di interpretazione totalizzante nel senso nicciano (“tutto è interpretazione e anche questa è un’interpretazione”), che credo sia quella che Lei ha principalmente in vista, ma soprattutto contro la falsa certezza ed oggettività del “dato inemendabile” che un certo neorealismo, oggi improvvisamente molto di moda, va propagandando.


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FABIO PB on 12 FEBBRAIO 2021 21:30

@Anonimo. Effettivamente , in queste circostanze il rischio di scrivere troppo, esiste. E guai a farcelo mancare! Mi domando quante pagine di commento avrebbe tirato giù, cortese Anonimo, qualora questo rischio non vi fosse stato, tanto più che mi sembrava di aver posto un quesito essenziale, preciso.

A scanso d’equivoci lo ripeto ancora :

– sui significati non si può equivocare, ne va di mezzo la comunicazione! Per capirsi, insomma è necessario superare il bivio interpretativo, fra due dialoganti il linguaggio adoperato dev’essere il medesimo. Se quindi si accetta un confronto ci si deve esprimere allo stesso modo. E’ infatti il linguaggio logico matematico che pretende la verifica dell’ipotesi, che ci fornisce una via di fuga dalle paludi dell’interpretazione. Per superare l’impasse dell’incertezza, quale certificazione può rivelarsi migliore della corrispondenza fra previsione e realtà dei fatti? Quali alternative esistono a questo schema? Suvvia, non si può girare intorno a una cosa tanto semplice. Un’interpretazione non è pertanto tale in senso assoluto, è una forma espressiva transitoria utile ad evitare la cristallizzazione del confronto su posizioni fisse, ma inevitabilmente teoriche. Lo insegnano anche a scuola. La comunicazione non è un passatempo, è un trasferimento di conoscenze.

‘Alla fine un’interpretazione rimane un’interpretazione’ – scrive Lei, gentile amico.

Ma allora – scrivo io – che serve parlarne?. O quale istruttiva conversazione potrebbe nascere quando uno dice aglio e l’altro interpreta cipolla? Per comprendere bene quale conseguenze può portare un simile blocco dialettico pensi alla stele di Rosetta e all’importanza della condivisione del simbolo linguistico. Se l’interpretazione dei dotti fosse rimasta tale, quindi subordinata ai loro pareri, quali informazioni avremmo mai acquisito sulla civiltà egizia? Dobbiamo tenere in mente un adagio famoso che fa pressapoco così: laddove non ci si mette d’accordo su determinati criteri, alla fine quello che conta e che viene applicato, non è quello più utile ma quello imposto arbitrariamente dall’autorità secondo i propri vantaggi. Siamo certi di voler vivere in un mondo in cui l’ultima parola, fra i tanti litiganti, finisce per averla sempre il potere?

                                                                         grazie per l’attenzione.

 

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 ANONIMO on 13 FEBBRAIO 2021 12:05

Gentile Fabio,

il fatto stesso che stiamo discutendo da un po’ per accordarci sul significato di un particolare termine (“interpretazione”), dimostra, mi sembra che le cose non stanno esattamente come Lei sostiene. Certo, fra noi dialoganti, ci stiamo sforzando di arrivare a significati ragionevolmente condivisi, ma questo evidentemente significa che questi significati non sono già dati nella materialità dei così detti fatti. Questo non implica affatto che io non ritenga che esista una realtà assolutamente oggettiva ed assolutamente esatta delle cose, ma soltanto che ritengo che essa non possa essere rinvenuta nei c.d. fatti scientifici e nemmeno, più in generale, nei dati dell’esperienza. Quello che Lei dice sulla comunicazione dimostra esattamente il contrario di quello che vorrebbe sostenere. Una cosa è dire che è possibile e desiderabile un’approssimazione ad una visione e ad un linguaggio condivisi, altra cosa è dire che queste cose siano un fatto già conseguito e compiuto totalmente. In questo caso, saremmo nella situazione sognata da Leibnitz, di fronte alle nostre diverse concezioni, non dovremmo far altro che dirci l’un l’altro: “Calculemus!” . Un po’ di calcoli, per quanto complessi (e con i computer di oggi sarebbe certo più facile), e avremmo finito di discutere. Tutto questo, dal mio punto di vista, è la pretesa del pensiero odierno (non dico solo moderno, ma “odierno”), di sostituire alla vera oggettività, una pretesa oggettività della tecnoscienza, che è invece solo una condivisione delle prassi cognitive.

 

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FABIO PB on 13 FEBBRAIO 2021 19:45

Ottima replica, mi dà modo di completare il mio pensiero. Evidentemente ho dato per scontate cose che non lo sono affatto. Le puntualizzo in breve.

Leggo: “…altra cosa è dire che queste cose siano un fatto già conseguito totalmente”. Non ho scritto, e neppure penso che il metodo scientifico ci consenta di arrivare alla giusta e totale interpretazione dei fenomeni. Nè che sia un metodo applicabile a tutto tondo, in natura.

Il ‘calcolemus ‘ leibnitziano è una ridotta modalità d’approccio alla fisica. Mi sembrava d’averlo già scritto, eventualmente lo ripeto: da un certo momento in poi (inizio Novecento) è la stessa fisica delle particelle, nella sua declinazione quantistica (è questa la scienza moderna) , a definire i limiti esatti del metodo scientifico-deterministico (eredità del meccanicismo newtoniano, adottato ancor oggi impropriamente, in molti settori della ricerca medica e solido ancoraggio per le filosofie positiviste.), e a distinguere pertanto il suo campo preferenziale d’indagine. Oltre quel tipo di fenomeni la scienza tradizionale (causale, deterministica, tecnologica) fallisce miseramente il proprio mandato, semplicemente perché i modelli che propone non collimano con la previsione ‘meccanicista’ dei fenomeni studiati. E qui vale il criterio da me proposto. In natura e perfino nel corpo umano, vi sono sistemi che funzionano aleatoriamente , cioè liberi da vincoli causali, ed altri che possono essere indagati attraverso una rappresentazione meccanica, o idraulica: si pensi all’apparato circolatorio.) E qui torno a bomba su una definizione evidentemente fraintesa, ma che, alla luce di queste mie ultime chiose, dovrebbe ora risultare più comprensibile. E’ proprio questo metodo ( quello di applicare una previsione in anticipo e vederla poi confermata nei fatti ) dunque a rivelare quanti e quali fenomeni non rientrano nella causalità scientifica, a fornirci perciò una chiave interpretativa alternativa a quella deterministico-meccanicista. E’ proprio questo criterio che ne delinea giusti limiti, dato che molti fenomeni (non-meccanici) non soddisfano la verifica da me posta, ovvero la corrispondenza fra realtà e previsione. Lungi da me pensare che la partizione meccanica sia l’ unica forma attendibile di indagine scientifica, Questa affermazione, ora mi pare più chiaro, mi tiene al riparo dalla qualifica che mi attribuisce il gentile commentatore Anonimo. Sono infatti molto lontano dal sostenere la pretesa di affidabilità a tutto tondo della tecnoscienza che è solo una parte (meccanicismo , si è detto) dell’intero campo d’azione della scienza. Questa fallibilità della descrizione causale e del positivismo, era stata già intuita a fine Ottocento e concettualizzata brillantemente persino in campo artistico dal primo cubismo (Braque, Picasso). Eisenberg e gli altri, non fanno che dimostrare sperimentalmente , col principio di indeterminazione , ciò che gli artisti avevano in qualche modo già capito. Chissà se in rete si trova ancora un mio vecchio articolo per il blog Samgha. Forse interessa anche al Pennetta data la citazione del suo pupillo letterario. Questo contributo benché datato, dovrebbe sollevarmi da ogni accusa.

 

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FRANCESCOM on 13 FEBBRAIO 2021 15:40

Scrivo con piacere che questi due ultimi post del cortese Anonimo mi hanno finalmente chiarito (spero ) il suo pensiero su questo punto. E mi sembra pure che, tralasciando spigolature e dettagli, la sua posizione, quella di Fabio Pb e la mia non sono poi così lontane, anzi, non lo sono affatto. E’ logicamente dimostrabile, oltre ogni possibile confutazione, che esisterà sempre un margine interpretativo nella descrizione dei eventi, e qui ho subito cura di sottolineare che uso tale termine nella sua interpretazione più generale, facendo rientrare in essi anche la descrizione di processi astratti. Tale margine è il portato inevitabile della natura delle cose, che impone come impossibile l’assunzione di un punto di vista diverso da quello che ciascun ente fa proprio, per la semplice ragione di essere ciò che è e non qualcosa di diverso. I soli due strumenti che trascendono, dall’alto, questa invalicabile limitazione, sono la matematica e la logica. Ce ne sarebbe un terzo, a dirla tutta, ma non esistono corsi studio per impararne l’uso, ed è il buon senso, admodum rara avis. E pur tuttavia, la sola logica non è sufficiente per eliminare il margine interpretativo (determinato dalla semplice ed evidente esistenza della molteplicità), e questo per una ragione di tipo prettamente psicologico, e che rimanda alla presenza in ciascuno, di tutta una costellazione di premesse implicite nell’approccio al mondo, determinate, a loro volta dall’unicità di ogni biografia. Gli antichi, sempre avanti a noi in tutto l’essenziale, queste cose le sapevano, ed avevano trovato il modo per venire a capo della questione. Semplifico al massimo. Un certo margine di dibattito dialettico, anche acceso, se si vuole di interpretazione, è stato sempre non solo ammesso, ma incoraggiato; ma mai concesso oltre un certo limite. Secondo la Tradizione Sufi “le controversie tra saggi sono un dono del Cielo” (si noti, tra saggi, agli asini era solo consentito ragliare, con moderazione). Oltre quel limite, il dibattito cessava, e IMPERAVA LA FORZA DELLA TRADIZONE, con l’irresistibile Autorità del non umano*.

Vaglielo a raccontare ad Augias!

 P.s.*  Quest’Autorità, oggi, sembra essersi ecclissata, e, come faceva rilevare Anonimo, le forze dell’anti mondo si sono scatenate e hanno preso il sopravvento. Tutto previsto. Questi plumbei becchini che stanno preparando il Grande Reset, resi ciechi e pazzi dalla loro luciferina superbia, ignorano che stanno in realtà lavorando per un Padrone ben diverso da quello cui hanno consegnato le loro anime perdute. Ignorano la dimensione verticale ascendente della Storia, ignorano tutto di Shiva. Il distruttore dei mondi.

 

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FRANCESCOM on 13 FEBBRAIO 2021 15:57

Errata:

al sesto rigo, era “nella sua accezione più generale”, e non “nella sua interpretazione più generale”. Purtroppo, il sistema non consente correzioni. “Interpretazione” è del tutto errato. Chiedo scusa.

 

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FABIO PB on 13 FEBBRAIO 2021 20:02

Grazie mille per il puntuale intervento , gent.mo Francesco. Tuttavia, il criterio della ‘buona previsione’ rimane un efficace discrimine super-partes, nel campo dell’interpretazione scientifica. In molti casi, sia chiaro, non in tutti e forse, addirittura, nella maggior parte, questa prerogativa metodologica -lo riconosco – rimane insoddisfatta (è il ‘margine interpretativo’ indicato da Francesco. ). Non si tratta di tecnicismo, ma di buon senso, un buon senso che ci aiuterebbe a svelare gli inganni dovuti alla pretesa di onnipotenza della scienza classica. E quando si tratta di profitto, gli inganni dei plumbei becchini in camice e alambicchi, sono all’ordine del giorno.

 

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FRANCESCOM on 14 FEBBRAIO 2021 15:25

Ringrazio lei, ottimo Fabio Pb, per aver portato il discorso prossimo a conclusioni che, salvo inediti apporti di cui non riesco ad intravvedere la natura, demistificano e smantellano, piuttosto impietosamente, l’intera impalcatura mitologica su cui la Scienza fonda la sua autorità.

Lei scrive:

 “Tuttavia, il criterio della ‘buona previsione’ rimane un efficace discrimine super-partes, nel campo dell’interpretazione scientifica”.

 Se quello che scrive è vero, se il nocciolo ultimo del fare Scienza consiste nell’azzeccare probabilisticamente delle previsioni, allora la scienza che procede per riduzioni, si riduce essa stessa ad una disciplina oracolare su base matematica. La differenza tra la metodologia di previsione della Scienza e le Mantiche Tradizionali, consiste, secondo gli scienziati (che NON è un titolo onorifico, ma una semplice definizione di appartenenza professionale), nella mancanza di causalità tra il segno e il fenomeno/processo intrepretato ed il risultato atteso, o previsione. E’ come dire, cari scienziati, che è esclusivamente l’oste il titolare, il custode, ed il proprietario del marchio di autenticità del concetto di causalità.Ora una cosa del genere la può dar da bere Piero Angela ai suoi devoti, ma non resiste ad una elementare analisi epistemologica. Si consideri solo ed appena che il concetto di causalità è uno dei più controversi ed elusivi dell’intera storia del pensiero umano. Ma loro ne hanno il monopolio! Bravi! Garantisce Odifreddi, il Cicap, e l’intera comunità scientifica; ossia, loro garantiscono per se stessi.    Per tacere del fatto, che non si è ancora trovato un solo oste che non abbia dichiarato sotto giuramento che il suo vino è il migliore del reame. E per tacere pure che, chi dichiara da pulpito scientifico, che, un esempio per tutti, la divinazione per tramite de “I Ching” (uno dei testi fondanti della più antica civiltà del pianeta, assieme al Tao Tè Ching) è frutto di “superstizione”, ed è prodotta in modo del tutto casuale, (chi lo dichiara) si mostra, egli medesimo, vittima di un genere sui generis di pensiero superstizioso, oltre che prodigiosamente ignorante. In ogni caso, le discipline divinatorie, tutte, sono sempre state tenute in scarsissima linea di conto presso le Civiltà Tradizionali, erano tollerate in Oriente, affatto ben viste in Occidente. Che una disciplina divinatoria, sia pure su base matematica, sia diventata la nuova religione dell’Occidente, la dice lunga sulla degenerazione di questa civiltà.

Ah dimenticavo. Se davvero la “buona Scienza” si riconosce dalla capacità di far previsioni, e se non c’è altro criterio e scopo che questo, perché si chiama ancora “scienza”, cos’è che conosce?

 

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FABIO PB on 14 FEBBRAIO 2021 18:03

Conosce meno cose di quelle che le si attribuiscono!. abbiamo idea di come sia fatto un semplice atomo? In pratica la materia che noi percepiamo solida è in realtà vuoto, tanta è la distanza fra il nucleo, la sua massa,e gli elettroni che gli gravitano attorno. Siamo inoltre una civiltà incapace di esprimere un sapere medico, aldilà della ricerca su base meccanicista (cardiologia, sistema circolatorio, biomeccanica ortopedica etc.) , per tutto ciò che, nel nostro organismo non soddisfa le rappresentazioni causali, la ricerca non fornisce cure effettive , sebbene continui ad assorbire per le sue pseudo terapie parecchie risorse, (oncologia, neuro riabilitazione , psichiatria, tanto per fare dei nomi. ) Anche nel presente frangente storico, e rimaniamo nell’ attualità, si parla di cura al civico che dovrebbe consentire, non di evitare il male, ma di subirne effetti meno devastanti: le cosiddette forme leggere. Una volta che non si finisce in rianimazione dove sta codificata la differenza fra sintomatologie più o meno gravi? Come verranno catalogate e come lo sono state fino ad ora i vari livelli di gravità dei sintomi? Quindi come si fa ad affermare che si abbasserà la percentuale degli casi gravi quando per definire questa gravità non si viene sottoposti a un test ma a un parere medico, ovvero, ancora una volta , all interpretazione dell accademico. Ma per l’appunto, il delirante sentimento di onniscienza non è il mio. Io non ho alcuna fiducia nelle cure che generalmente vedo applicate.

 Il principio di causalità è fallibile proprio perché non lo si può applicare in gran parte della fenomenologia fisica. Ma lo si applica ugualmente, da ciò deriva l inaffidabilità delle soluzioni che pertanto debbono ritenersi pseudo soluzioni. Questo paradosso è dovuto dunque al mascheramento di alcuni parametri che non hanno superato il loro carattere di interpretabilità. Il metodo della ‘buona previsione’ è soltanto un piccolo strumento a nostra disposizione per sbugiardare determinate pretese e remunerative pseudo soluzioni, che vengono così a tappare un buco bello grosso di conoscenza.

Per questa ragione anche io considero un tal tipo di approccio, quello che vedo costantemente seguito dagli accademici virologi, una semplice richiesta di fiducia senza spiegazioni. Sulla premiata ditta Angela Piero & Soci, stendo un velo pietoso, sono solo scientisti sproloquianti che non possono capire la rivoluzione avvenuta ad inizio secolo e che ancora promuovono a tutto tondo, modelli di indagine a dir poco anacronistici , meccanici si è detto, quindi inefficaci ad esplorare la intera gamma di fenomeni fisici . Il buon Newton va tuttavia ancora benissimo quando si tratta di fare muovere un ascensore o sparare un vettore nello spazio più prossimo, questo sì.

 

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FRANCESCOM on 14 FEBBRAIO 2021 19:36

Fabio Pb scrive:

“Il buon Newton va tuttavia ancora benissimo quando si tratta di fare muovere un ascensore o sparare un vettore nello spazio più prossimo, questo sì”. Giusta conclusione, la matematizzazione della natura rende possibili certe cose. Innegabile. E torno a chiedere, dove sta “episteme” nella Scienza, di cosa è conoscenza? Non vorrei essere frainteso, non voglio sminuiere, quanto non voglio esaltare. Anche io, come tutti, credo, sono cresciuto col mito della Scienza, fin quando non ho compreso che la Scienza non è quello che credevo fosse, ed anzi, ciò che credevo (ed è lo stesso per moltissimi) era qualcosa di assolutamente non chiaro. La Scienza, mi si perdoni la ripetizione, di cosa è conoscenza? Se arriveremo ad una risposta, o, perlomeno, se conconderemo su una risposta, parleremo del resto.

 

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 FABIO PB on 14 FEBBRAIO 2021 20:40

Di cosa è conoscenza?

– Di una limitata parte di fenomeni. Non certo di tutti quelli che crediamo. Sì, è duro scoprire che Babbo Natale non esiste. Lo è stato per tutti. Siamo su una chiatta in balia delle tempeste. La purezza d’animo (tornare a una forma di incontaminazione culturale, se questa è la cultura in cui viviamo) ci aiuterà nella buona sorte.

Rimane aperta la questione degli antichi, da Lei opportunamente sollevata, attento e gentile Francesco. Ma questa è un’altra storia. Un saluto e un grazie anche al gentile Anonimo che con la sua pacata analisi, ha stimolato le riflessioni di questo interessante confronto.

 

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FRANCESCOM on 14 FEBBRAIO 2021 22:09

Grazie a tutti gli uomini di buona volontà.

                          ________________________________________________

                                     Questo è tutto

continua qui:  sesta ed ultima parte

domenica 28 febbraio 2021

L'interpretazione del valore letterario (quarta parte)

 Al vaglio due lettere: le domande di un autore esordiente e la risposta di Umberto Eco.

Prima parte 

                                Autori Esordienti: scimmie o dèi? 

Come autori esordienti dovremmo accettare i criteri imposti dalla grande editoria e farcene una ragione, oppure tentare di  formularne di nuovi, di originali e ambire a nuovi spazi e traguardi?  Nelle pagine successive ho inteso rispolverare una vecchia lettera di Umberto Eco allo scrittore esordiente Simone Bartoletti. L’intellettuale, scrittore e semiologo Umberto Eco, rappresenta la punta di diamante di un’elite che si fa forte dei propri titoli, un’enclave di dotti dall’atteggiamento superbo, ai limiti dell’arroganza, anche se mascherato di buon senso borghese. Ma ciò fomenta sinistri sospetti rispetto al nostro quesito e cioè rispetto alla possibilità che le case editrici – attraverso criteri condivisi e condivisibili – riescano a far  emergere la qualità di un’opera mai pubblicata prima. La posizione dell’ ‘immortale’ autore è quanto di meglio (o di peggio) ci si possa aspettare da coloro  che sguazzano e ingrassano all’ombra del sistema selettivo ufficialmente adottato dalla grande editoria. Ma l’aspetto più controverso riguarda la remissività apatica di quelli che , entro un siffatto ordine di idee, hanno tutto da perdere.Purtroppo nella mia ricerca in rete mi sono imbattuto prevalentemente in plausi ammirati per la ‘logica’ di Eco e ancor più tristemente ho preso atto che le approvazioni per le sue parole provenivano oltreché dagli editori, come era ovvio attendersi, anche dagli aspiranti scrittori, i quali avrebbero dovuto sottolinearne quantomeno le inverosimili cazzate.

lettera di Simone Bartoletti (scrittore esordiente)

Caro Umberto Eco, Tempo fa ho inviato un mio “libro” ad alcune case editrici, che non si sono minimamente degnate di darmi una risposta. I loro indirizzi sono stati presi sempre su internet, dove chiaramente si poteva leggere che avevano interesse a valutare inediti. Non ho mai avuto sogni di gloria, anche perché non credo di avere i requisiti adatti, però ho voluto realizzare un mio piccolo sogno, cercando soltanto un parere autorevole su quello che poteva essere saltato fuori dalla mia testa, un consiglio, un cenno alla mia esistenza, niente di più. Ho creduto di poterlo trovare in un’ ambiente di cultura, che vive di arte e quindi ritenuto da me più sensibile, ma sbagliavo, ho trovato la più totale indifferenza nei miei confronti e soprattutto verso i miei sentimenti, verso l’amore che avevo messo in quello che avevo fatto, e il tempo che ci avevo perso. Forse sarò un povero analfabeta che sporca fogli nel tentativo di mettere in fila due pensieri, ma credo che un minimo di rispetto lo meritassi, solo per aver tentato. Invece sono stato schiacciato dalla più totale incuranza del mondo d’oggi. Non voglio cadere nella retorica, ma è veramente triste che su una decina di editori da me contattati, nessuno abbia avuto la “cortesia” di scrivermi due righe, che so: “La ringraziamo per la fiducia a noi accordataci ma siamo spiacenti di dirle che la sua opera è un ammasso di cavolate una latrina maleodorante, ci risparmi d’ora in avanti simili schifezze!”. Era troppo forse? Chiedo l’impossibile? È troppo distogliere per un attimo il pensiero dai propri meschini interessi per pensare che dietro a quel misero lavoro esiste un cervello, un cuore con dei sentimenti e dei sogni infantili? Ne arriveranno a centinaia di porcherie alle case editrici, ma basterebbe una lettera standard per dare una risposta a tutti, per non tradire la fiducia che qualcuno vi aveva riposto. Forse la sensibilità non fa più parte del mondo degli affari, visto che ormai anche i libri, l’arte di scrivere non è altro un modo come un’altro per fare soldi, non è altro che un mezzo, come può essere produrre spazzolini per il cesso, né più né meno.    Non voglio giudicare, non credo di essere un grado, ma se considero le porcherie che vengono stampate, o quel groviglio di letterine messe in fila da chi sa chi o da nomi illustri che garantiscano le vendite, forse, in mezzo a questo letamaio, un rimprovero, un incoraggiamento, una stroncatura definitiva me la meritavo. Adesso vorrei solo sapere se Umberto Eco o uno degli altri editori è disposto a leggere il mio “libro”, semplicemente per avere dei suggerimenti, un “bravo” o uno “scemo”. Se possibile rispondetemi, inviandomi magari un indirizzo al quale mandare il mio lavoro. Vi ringrazio anticipatamente, certo di non ricadere in un nuovo baratro di freddezza e indifferenza.”

                                                                                                  Simone Bartoletti

 'Certo di non ricadere in un nuovo baratro di indifferenza'...                                                                                Sigh! Dalla padella nella brace: il baratro in cui è incappato il giovane ed illuso autore, è anche peggio di quello che s'aspettava. 

                                  Perle di erudita saggezza                                                                  Risposta di Umberto Eco (Quand'era ancora mortale)

Disegno di Tullio Pericoli

                       "NON È BENE INVIAR MANOSCRITTI…"

                                                           Suggerisce l’immortale scrittore.

A meno che:

1)  non si parta da una posizione di assoluto prestigio sociale, che so io,non si  abbia  la fortuna di esser re, presidente di una nazione o deputato parlamentare,  dirigente o consigliere d’amministrazione di un’azienda di stato.

 2) non si abbia a disposizione: un canale televisivo (meglio se sono tre)

 3) non si goda dei favori di  un editore di rango ( condizione conseguente al punto b)

4) non si goda dei favori di una testata ad ampia tiratura                                                        ( condizione  conseguente al  punto a, b, c .)  

5) non si ricopra un ruolo dirigenziale un un’azienda televisiva.

6) non si sia disposti ad infarcire il proprio lavoro di contenuti ideologici.

Per puro caso il signor Umbro Eco poteva permettersi  di soddisfare tutte e sei le condizioni precedenti e, nonostante ciò,  prestando attenzione a non menzionare mai questo suo stato di invidiabile privilegio, si permetteva pure di dare consigli agli scrittori emergenti. Ma leggiamole dunque, le sue impagabili perle di saggezza:

Opera del pittore napoletano Mimmo Di Caterino

Caro Simone  Bartoletti,                                                                                                                                                                 Rispondo volentieri al suo messaggio
 perché spero così di raggiungere altre persone che si trovano nella sua situazione, per dire loro candidamente come vanno le cose a questo mondo. Vengo anzitutto alla sua ultima richiesta, se io sia disposto a leggere il suo manoscritto. La risposta è no, e le ragioni sono tutte ispirate a un profondo principio di lealtà. Io (ma questa situazione è comune a molti scrittori e studiosi di una certa notorietà) ricevo ogni settimana almeno una decina di manoscritti (spediti da persone che non hanno avuto la delicatezza di fare come lei, e chiedermi prima se potevano inviarlo), dei generi più svariati, in gran parte racconti e romanzi, ma anche opere storiche o addirittura dimostrazioni sull’esistenza di Atlantide o del continente scomparso di Mu. A questi si aggiungono bozze di libri inviati liberalmente da editori stranieri che chiedono un blurb, e cioè una di quelle frasi di raccomandazione dell’opera che si stampano poi sull’ultima di copertina o in fascetta. Dieci manoscritti alla settimana fanno 520 all’anno. Una persona come me, che fa il professore universitario, dirige una rivista scientifica e due collane specializzate, è tenuto a leggere (e correggere, e rileggere) tesi di laurea voluminosissime e manoscritti inviati per la pubblicazione, per dovere d’ufficio, oltre a seguire quanto si pubblica nel proprio campo, per tenersi dovutamente aggiornato (anche se la mole di materiale che arriva è anche quella insostenibile). Anche a volersi eroicamente occupare degli altri manoscritti in arrivo, si può dedicare al massimo (diciamo) due ore giornaliere, strappate al sonno, alla lettura di tale materiale – a parte il fatto che, dopo aver letto per obbligo centinaia di pagine, ballano gli occhi. Tenuto conto che per leggere (bene) un manoscritto che può andare da cento a quattrocento pagine, anche procedendo a tre minuti a pagina (che è lo standard della lettura veloce ad alta voce), calcolando un libro medio di 250 pagine, saremmo a dodici ore, e quindi 24 giorni per libro, i conti sono facili da fare. 24 giorni per 250 libri fa 4000 giorni, e l’anno ne ha 365. Pertanto chiunque (che non faccia il mestiere full time di lettore per una casa editrice), ricevendo un manoscritto promette di guardarlo, mente. Al massimo lo annusa, ne legge le prime righe, ed emette un giudizio evidentemente poco fondato. A me non piace ingannare la gente in questo modo.La informo di un altro particolare, su cui nessuno ha mai detto la verità. Quando l’autore noto di una casa editrice invia alla direzione un manoscritto che ha ricevuto, dicendo che vale la pena di prenderlo in considerazione, rarissimamente gli si dà ascolto. Vige la persuasione che l’autore noto abbia rifilato loro qualcuno che lo stava sottomettendo a molte pressioni e che se la sia cavata in quel modo. È triste ma è così. Passiamo ora alle case editrici che sollecitano manoscritti. Di solito cercano autori a pagamento, sono disposte a pubblicare qualsiasi cosa e se non rispondono è perché ne hanno già troppa. Sul funzionamento di queste case si veda cosa racconto nel mio Pendolo di Foucault a proposito del signor Garamond. È un romanzo, ma fondato su fatti reali. Una casa editrice seria e importante, che non sollecita pubblicamente manoscritti, ne riceve comunque tantissimi – certamente cento volte più di quanti ne riceva io. Di solito (ma non esiste una regola generale) cerca di farli guardare tutti. È improbabile che li possa leggere il direttore editoriale (altrimenti non avrebbe tempo per dirigere), e spesso li si affida a lettori esterni.  Quando lavoravo in una casa editrice ne conoscevo uno, intelligentissimo e con una penna intrisa nel vetriolo, che passava la giornata sdraiato sul letto e leggeva tutti i manoscritti che riceveva. Queste letture gli venivano pagate con molta parsimonia, ma tutto sommato così campava. Li leggeva davvero, e mandava giudizi di fuoco – anche se qualche volta esprimeva rispetto e ammirazione per qualche testo. In casa editrice si faceva fatica a leggere tutti i giudizi, di una o due cartelle, che costui inviava giorno per giorno. Io adesso non ricordo bene (anche perché di solito i manoscritti in arrivo sono di carattere narrativo, e io mi occupavo solo di saggistica) ma non ho presente alcun manoscritto che sia poi diventato un libro. Perché? Anzitutto si legga il gustoso libretto di Fabio Mauri, I 21 modi di non pubblicare un libro (Bologna, Il Mulino, 1990; per questo libro ho scritto una prefazione: Chi manoscrive è perduto). Riassumendo, un bravo editore è ansioso di scoprire nuovi talenti ma non si fida dell’autore che spunta improvvisamente dal nulla. Va cercare il talento là dove si forma, così come avviene nello sport, ed è raro che qualcuno arrivi ad essere assunto come centravanti della Juventus se non è stato scoperto e apprezzato mentre giocava in una squadra di serie B, e prima di serie C, e prima ancora nella squadra della polisportiva locale o dell’oratorio salesiano. La vita letteraria, almeno dai tempi di Catullo sino a oggi, è fatta di gruppi, di persone anche giovanissime che s’incontrano e si scambiano i loro lavori, poi li pubblicano su una piccola rivista, poi su una più nota, e passano, per così dire, una prima selezione da parte dei loro pari. Ed è lì che l’editore va a cercare le personalità interessanti. È verissimo che può esistere anche il genio sconosciuto, che vive in un paesino isolato dal mondo, ma di solito ogni attività “creativa” si svolge tra gli altri, e in questo modo si affrontano i primi giudizi, si impara. Se un editore cerca qualcuno capace di fargli una buona biografia di Giulio Cesare, va a sfogliare le riviste di storia, o i programmi dei convegni sulla storia romana. Solo così sa che una persona, che sostiene di essere esperta su Giulio Cesare, è già stata valutata da chi segue queste cose, e ha così una prima garanzia. Ma lo stesso avviene anche per i giovani poeti, che incominciano ad apparire su piccole riviste di poesia, o ricevono il premio di poesia per i liceali di Roccacannuccia, e iniziano a farsi conoscere. Se non hanno saputo arrivare almeno sino a quel punto, dove stavano, con chi si misuravano?  Il genio solitario non è mai escluso, ma quando si legge di scrittori ignorati in vita e scoperti dopo la morte, esempio massimo Giuseppe Tomasi di Lampedusa, si vede che in vita frequentavano cenacoli letterari, erano stimati da molti scrittori magari meno bravi e più fortunati di loro, non erano affatto dei selvaggi spuntati dal nulla. Raramente un grande giornalista è arrivato al quotidiano nazionale senza prima aver mostrato le sue qualità sulla gazzetta locale, o addirittura sul bollettino parrocchiale. Chieda ai grandi giornalisti. Le diranno tanti che hanno fatto una lunga gavetta e solo così sono diventati poi notissimi – anche perché far la gavetta vuole dire migliorare lentamente giorno per giorno. Questa persuasione, che gli editori hanno, che di solito è meglio cercare i futuri campioni in palestra, è giusta, e il più delle volte ha funzionato. Quindi, ai giovani che mi chiedono come fare pervenire un loro manoscritto al grande editore, io dico di non bruciare le tappe, e iniziare a farsi conoscere tra quelli che, come loro, scrivono, e pubblicano lentamente le loro prime prove. Potrei aggiungere che io, neppure da giovanissimo, ho mai mandato manoscritti a case editrici. Ho aspettato che un editore, leggendomi altrove, mi abbia proposto di fare qualcosa. È passato del tempo, ma ho sempre sostenuto che se sei caporale devi darti da fare per diventare sergente, senza voler diventare generale di un colpo. Se poi qualcuno dice orgogliosamente che non vuole sottoporsi al giudizio dei suoi pari ma è disponibile solo per il grande editore, e non vuole fare gavette, perché è convinto di avere scritto un capolavoro (e magari è vero) deve anche pagare per il suo legittimo orgoglio, e spesso accontentarsi di avere scritto un capolavoro, anche se gli altri non gli danno retta. Aspetti la riscoperta dei posteri, nella storia è accaduto. Passiamo alle lettere degli editori. Un editore che non risponde all’invio di un manoscritto (anche se qualche tempo dopo, perché abbiamo visto che, se lo fa leggere, gli ci vuole del tempo) è scortese. Un editore che risponde con la formula solita (“i nostri programmi sono già definiti per due anni”), è un editore per bene, e nessuno può lamentarsi se ha fatto il suo lavoro, che è anche quello di respingere almeno l’ottanta per cento delle proposte che gli arrivano. Quanto alla sua richiesta di ricevere almeno un giudizio sincero come “la sua opera è una schifezza”, ho conosciuto redattori editoriali che scrivevano all’autore perché e dove la sua opera non funzionava, invitandoli a rivedere il lavoro, ma di solito ricevevano in cambio lettere di insulti. Una volta è accaduto a me di scrivere almeno tre cartelle di analisi critica per dire a un signore (distinto professionista) perché il suo lavoro non andava bene e cosa avrebbe dovuto fare per migliorarlo, e qualche tempo dopo quel signore mi ha mandato copia di lettera inviata a un celebre brigatista rosso in carcere, dove lo invitava a dire ai suoi compagni a piede libero di punire non solo i loro diretti avversari politici, ma anche i detentori del potere mafioso editoriale (io nella fattispecie). Questo spiega perché è più comodo per l’editore declinare il manoscritto con una lettera cortese senza compromettersi troppo. Inoltre, se non esiste una editoria di stato, come nei paesi sotto dittatura, una casa editrice è una azienda privata e ha il pieno diritto di pubblicare quello che vuole o che ritiene più redditizio (magari non sempre in termini di denaro, ma anche di prestigio). Se sbagliano, peggio per loro. Editori famosi hanno rifiutato opere, di grande valore letterario o di grande successo commerciale, come Via col vento, Il gattopardo, Il Tamburo di latta, Lolita, e via dicendo, mentre altri sono stati più accorti. Un editore francese, tra l’altro carissimo amico e lettore molto fine, mi ha rifiutato Il Nome della Rosa (per carità, non glielo avevo mandato io, semplicemente lo aveva visto in catalogo dall’editore italiano) dicendomi “la balena è troppo grossa e non può funzionare commercialmente”. Invece un suo concorrente l’ha pubblicato, e gli è andata bene. È la vita editoriale. Ci sarebbe un modo per venire incontro all’autore solitario, evitandogli penose trafile? Forse c’è ma, dal secolo XV, quando è stata inventata la stampa, non è stato trovato. È certo che nei secoli hanno trionfato autori pessimi (ma poi i posteri hanno fatto giustizia), e sono stati lasciati cadere nel nulla autori bravissimi. In letteratura non vale il principio della selezione darwiniana, per cui sopravvivono solo i più forti (ma poi anche lì, perché hanno dovuto scomparire i dinosauri, che erano tanto buoni e simpatici?). Però, se ci voltiamo indietro, ci accorgiamo che tanti autori veramente importanti, che ai loro tempi avevano subito vari ostracismi, ci sono rimasti, e quindi si vede che in questa giungla, sia pure col sacrificio di tanti meritevoli innocenti, la vita è andata avanti in modo ragionevole. E se il vicino di casa di Proust fosse stato tanto più bravo di lui e nessuno se ne fosse accorto. Per lui sarebbe tristissimo, per l’umanità basta Proust, e avanza. So che con queste mie considerazioni non l’ho consolata. Ma, quando ero studente, un mio giovane maestro aveva fatto una conferenza intitolata “La filosofia non consola”, e da quel titolo (anche se non ricordo il contenuto) ho imparato molto. Ci sono due modi di consolare: uno è di dare false illusioni, ed è disonesto; l’altro è di spiegare come vanno le cose a questo mondo, così che gli altri, anche se non intendono adattarsi all’andazzo corrente, sappiano almeno come si può reagire.                                                                       

                                                                                                            Umberto Eco

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mercoledì 24 febbraio 2021

Sull'interpretazione della qualità letteraria (terza parte)

Le riflessioni raccolte nei primi due post sul principio di interpretabilità, hanno preso avvio dalla Scienza e dalla questione dei metodi operativi della ricerca scientifica occidentale, nonché  dalla sua vocazione al tecnicismo, che ha presto acquisito il carisma - proprio come auspicava Francesco Bacone – di polarizzatore etico delle coscienze. Dal comparto delle scienze naturali, il dibattito si è perciò allargato a macchia d’olio, anche ad altre branche della cultura. Per questa ragione, abbiamo ritenuto utile doverci soffermare, fra le altre cose, sul ruolo delle accademia artistiche, per poi ricondurre i termini del confronto ai problemi pratici  dell’editoria e ai criteri di selezione di un’opera letteraria.  Ci è sembrato che anche qui, il tema dell’interpretabilità di giudizio abbia assunto un carattere di assoluta centralità e abbia coinvolto, coi suoi surrogati metodologici, l’ambito della prosa, della narrativa e della saggistica. Le incognite rispetto alla qualità delle produzioni editoriali, rappresentano il nodo dell’intera faccenda, poiché se da una parte il gusto comune non può essere eletto a criterio di merito, dall’altra si pone come alternativa, e non senza contraddizioni palesi, il fumoso criterio dell’opinabilità del giudizio accademico.

  Valutare la letteratura

Premesso che, ‘valutare l’arte’  non significhi affatto, come qualcuno pensa, ‘attribuire  voti’,  ho inteso porre a confronto il parere di due professionisti della parola scritta e parlata, due studiosi di diversa natura, carriera e percorso professionale: il semiologo Lorenzo Renzi e il celebre scrittore  Umberto Eco, anch’egli docente di semiologia.  Il primo si esprime qui in merito alla poesia, il secondo  – attraverso una semplice lettera ad un autore esordiente – fornisce il suo punto di vista e una serie di 'consigli' in merito alla possibilità di valutare un’opera letteraria. Per motivi di laconicità  posterò inizialmente il contributo del professor Lorenzo Renzi,  mentre successivamente pubblicherò il testo dello scambio epistolare fra Umberto Eco e l'aspirante scrittore Simone Bartoletti, in un documento vecchio di qualche anno ma ancora attualissimo. Concluderemo questo argomento con un terzo lavoro del Prof. Luca Pareschi (reperibile qui) che, in seguito ad un’accurata indagine ed a un’interessante sequela di interviste, porterà alla nostra attenzione i pareri e  metodi di classificazione adottati dagli editor delle principali case editrici italiane. Il pensiero di Lorenzo Renzi appare, a mio avviso, come una voce fuori dal coro degli esponenti più titolati del circolo intellettualistico nazionale. Nel rivedere alcune sue convinzioni, oltre ad una umiltà non comune,  possiamo constatare la  una grande sensibilità verso una questione delicata da cui si abbevera l’ideologia e l’autorità dei cattedratici. Ma lui al contrario di tanti (compreso il sottoscritto) si dimostra  troppo elegante per da corpo a una polemica. .

'Fare a Pezzi una poesia'. O no? 

  Il professor Lorenzo Renzi  raccontò di aver un giorno ricevuto nel suo studio padovano la visita di un’insegnante di un istituto superiore, che gli chiedeva di relazionare ad una conferenza di insegnanti. La conferenza – gli suggeriva – non dovrebbe trattare di godimento e di comprensione, ma fornire agli insegnanti un metodo per interpretare e concepire una analisi critica oggettiva delle poesie.
– Un metodo? Chiese il professore.
– Sì, – gli spiegò la giovane insegnante – un procedimento, una serie di operazioni con cui in prima istanza un insegnante e in seconda istanza un ragazzo, possano affrontare un testo poetico. Un metodo valido per ogni testo poetico, cioè un metodo che permetta di scrivere qualcosa di sensato su ogni testo poetico. Automaticamente al professore venne in mente il titolo di un saggio di uno studioso inglese, J.M.H. Sinclair: Taking a poem to pieces. “Fare a pezzi una poesia” . – Questo si può pure fare; ma dopo averla fatta a pezzi, trovarne automaticamente un’interpretazione, no, questo non mi pare possibile. Posso fare l’analisi grammaticale di un testo, non l’analisi poetica. Che possa esistere un’analisi poetica non mi sembra.
L’interlocutrice insistette :
– Ma tutti i testi poetici non presentano forse dei tratti comuni?
– Questo sì –  Ammise lui.
– Allora non si potrebbero cercare prima di tutto questi?
Il professore cominciò a pensare che la giovane insegnante potesse avere più ragione di quanto credeva al principio.
–  Non mi sento tuttavia ancora maturo per dare una risposta nei termini che lei ( e forse anche il lettore di questo spazio on-line) mi chiede: una risposta che sia una ricetta. – Insistette, ma cominciò a riflettere sul fatto che il problema dell’insegnamento, anche una volta che si ammetta che esiste una poesia fuori della scuola e una dentro la scuola, consiste nel come trattarla, che uso farne. Come lavorare insomma sulla poesia?
Egli  provò a fare qualche osservazione a proposito.
– ‘La poesia presenta nella sua grande maggioranza un carattere comune evidente: l’organizzazione formale regolare, cioè il carattere “metrico”. (Beninteso, non solo i prodotti poetici sono composti metricamente: anche forme non-poetiche, dall’ arcaico indovinello al moderno slogan, sono composti metricamente). La critica formalistica e strutturalistica recente, hanno mostrato che i testi poetici presentano, oltre a questa regolarità, anche sub-regolarità, sia della forma che del contenuto, e che indagandole possiamo spesso scoprire dei nuovi sensi, o dei sensi profondi, di queste poesie.                                                                                             Altro aspetto della poesia è il suo spiccato carattere simbolico. Questo carattere è generale, ma certo è più visibile in certe poesie, e in certe correnti o scuole poetiche, che in altre. Certe poesie di poeti italiani contemporanei, come Giudici, Cattafi e Erba, pressoché sprovviste di caratteri metrici, sono tali per il contenuto interamente simbolico. La poesia consiste nella metaforicità dell’intero testo. Al polo opposto c’è una poesia dal contenuto oggettivo, in genere narrativo, sostenuta da una metrica regolare, densa di artifici formali. Anche molta poesia popolare e orale ha questo carattere: e ci si stupisce, a torto, del rigore e della fantasia dei suoi artifici metrici e formali.   Si può addirittura pensare a una compensazione, e a un dosaggio proporzionale di questi due caratteri. C’è una poesia con metrica rigorosa, e basso tasso di metaforicità, e c’è al polo opposto una poesia con poca metrica, ma ad alta metaforicità. Nella prima la bella forma pare inviti ad essere osservata: si è parlato di messaggio centrato su se stesso, autoreferenziale (Jakobson). Non conta ciò che dico – sembra dire il testo –, conta come lo dico. Nello stesso modo, in un quadro, il fatto che vi sia rappresentato un clown o Cristo flagellato è meno importante della disposizione delle linee e dell’incontro dei colori. Nella poesia più simbolica l’essenziale sembra essere invece ciò che non è detto, ma che è oltre il testo: il suo messaggio simbolico.Il professore propose quindi di valutare le poesie secondo questi due parametri. Tasso metrico e tasso simbolico.   Leggo in questa chiave due poesie moderne che appartengono piuttosto al secondo tipo (poca metrica, molto simbolo): Vie dangereuse di Blaise Cendrars (del 1927, in Feuilles de route) e Via Stilicone di Giovanni Giudici (del 1984). Cendrars:

Vie dangereuse:
Aujourd’hui je suis peut-être l’homme le plus heureux du monde
Je possède tout ce que je ne désire pas
Et la seule chose à laquelle je tienne dans la vie chaque tour de l’hélice m’en rapproche
Et j’aurai peut-être tout perdu en arrivant
 
Vita pericolosa:
Sono forse oggi l’uomo più felice del mondo
Possiedo tutto quello che non desidero
E alla sola cosa alla quale io tenga nella vita ogni giro dell’elica mi ci avvicina
E avrò forse perduto tutto arrivando



In questa poesia di B. Cendrars non c’è metrica. Poesia senza metrica vuol dire senza rime, senza ritorni regolari di accenti. Apparentemente, è vero, ci sono dei versi, ma in realtà esistono solo tipograficamente. La loro lunghezza esagerata, del resto, la attribuirei al tentativo di evitare che un verso metrico vero salti fuori, come può avvenire facilmente, per caso. Si tratta chiaramente di una provocazione, cioè di un tentativo, tipico di quegli anni di Cubismo, di Futurismo e di altre correnti rivoluzionarie, di fare della poesia con mezzi antipoetici. Cendrars spara a zero contro i due criteri che ho evocato. Contro i valori simbolici mobilita la più totale prosaicità del contenuto. Per es.:

Diner en ville :
Mr. Lopart n’était plus à Rio il était parti samedi par le “Lutetia
J’ai diné en ville avec le nouveau directeur
Après avoir signé le contrat de 24 F/N type Grand Sport je l’ai mené dans un petit caboulot sur le port
Nous avons mangé des crevettes grillées
 
Cena in città
Il sig. Lopart non era più a Rio era partito sabato con il “Lutetia”
Ho cenato in città col nuovo direttore
Dopo aver firmato il contratto di 24 F/N tipo Grande Sport l’ho portato in una piccola osteria sul porto
Abbiamo mangiato dei gamberoni alla griglia…

Che cos’è ciò che chiamiamo un contenuto prosaico? È qualcosa che non ci riesce di metaforizzare a nessun costo. Sfido chiunque a trovare un valore simbolico in quel contratto e in quei gamberoni alla griglia! Ma nel poemetto in cui versi come questi e Vie dangereuse si trovano gli uni accanto agli altri, Vie dangereuse è un grumo di poesia. E questo perché la sua oscurità ci invita a interpretare il testo come una metafora. La poesia ci presenta uno stato d’animo contrastante con la sua motivazione; si è felici di avere ciò che non si desidera; ci si avvicina all’ essenziale, e questo provocherà la rovina. Ma di che cosa questo stato di cose può essere la metafora? Ma delle contraddittorietà della condizione umana in generale, e dell’uomo moderno in particolare. E potremo qui cercare appoggio, per es., nella filosofia esistenzialista, che Cendrars, dati gli anni, non poteva conoscere, ma preannunciare sì. E quel “giro d’elica” del verso 3? Chi legge questa poesia nel contesto dell’intero poemetto, viene solo a sapere che il poeta è in viaggio per mare sulla costa del Brasile, in crociera. L’elica è, quindi quella di un bastimento. Un viaggio non pericoloso, dunque: è la vita, come dice il titolo della poesia (Vie dangereuse), non il viaggio che è pericoloso, il viaggio è una banale crociera. Chi legge questa poesia nel suo contesto è portato, diciamo, a stralciarla e a fare come chi la legga isolata: nel contesto non dà un senso concreto; proviamo dunque in isolamento a considerarla come una metafora della condizione umana.La vaghezza della metafora è il risultato di un esame negativo di altre possibilità. Notate che la poesia può sembrare un indovinello: chi è la persona più felice del mondo?(Quella che possiede ciò che non desidera.) Prima di chiudere quest’abbozzo di analisi, – Osservò Renzi – voglio accennare alla doppia direzionalità del confronto tra un autore antico e uno moderno. Paragonare Cendrars a Petrarca ci può servire a chiarire a fondo il carattere di enigma frustrato che ha la poesia di Cendrars. In lui c’è un enigma senza soluzione. Ciò che al poeta medievale pareva un problema, al poeta moderno sembra un mistero. Ma si impara qualcosa anche a cambiare la direzione del confronto, e cioè a paragonare un antico con un moderno. Roberto Longhi, il grande storico dell’arte, usava paragonare Giorgione a Manet, Tiziano a Renoir, Ercole de’ Roberti, ai cubisti, non viceversa. Nel nostro caso (e non solo)  il confronto ci aiuta meglio a notare il carattere paradossale della rappresentazione.
__________
PER IL MOMENTO MI FERMO QUI. LE RIGHE  RIPORTATE IN QUESTO CONTRIBUTO MI INDUCONO A SEGUIRE IL SENSO ANALITICO DEL DISCORSO PORTATO AVANTI DAL PROFESSOR LORENZO RENZI CHE CREDO, CON I DOVUTI DISTINGUO, POSSA ESTENDERSI ANCHE AL MONDO DELL’ARTE FIGURATA.


Lorenzo Renzi, Come leggere la poesia, Il Mulino, Bologna 1987.

lunedì 22 febbraio 2021

Sull' interpetabilità dell'Arte (seconda parte)

   

                      La misura (interpretabile) del bello

Che significa valutare un’opera d’arte, un dipinto, un libro, una canzone, o perfino un blog?  Il problema per alcuni  si riduce a una questione di  prezzo, mentre  altri,  nel rifiuto della prima accezione, si dicono convinti  che, sottoporre un’opera d’arte a un giudizio di qualità sia un atto  sacrilego  ed inutile, destinato al fallimento.

  Il principio di non-valutabilità , o  non-classicabilità, diventa quindi, nell’attuale periodo storico, la posizione più rappresentativa di un certo intellettualismo da copertina e di una  sensibilità popolare inconsapevole che ad esso si affida per le proprie scelte di gusto, nel più totale spregio per quella  strana inclinazione dell’animo che  sarebbe bene saper ‘metter da parte’ non appena la si è imparata. I nuovi farisei allora,  preferiscono seguire a traino l’indirizzo accademico, così come nella Gerusalemme di duemila anni fa quando era peccato contravvenire i precetti  dei sapienti o degli eruditi del Tempio, gli unici a possedere  la certificazione del Padreterno rispetto alla mercificazione  delle indulgenze e degli olocausti. L’accademia tuttavia, da che mondo e mondo, è sempre stata vincolata all’autorità che, come emanazione del potere dominante, opera ed ha sempre operato nella storia per alterare le regole del mercato e per drogarlo con le tecniche della pnl (programmazione neuro linguistica).

Si trova in rete  un filmato molto esplicito, realizzato da alcuni detrattori del darwinismo (cavallo di battaglia di un’ accademia scientifica stantia e superata, ma perfettamente ammanigliata ai domini della diffusione informatica) nel quale viene presentato un sistema estremamente valido per certificare le ipotesi scientifiche. Per confutarlo, qualora fosse stato possibile, si sarebbe dovuto operare nella stessa maniera, fornendo cioè prove empiriche, ma a quanto pare nessuno, fra i migliori esperti del settore, ha prodotto prove decisive contro questi esperimenti. Ciononostante il darwinismo, nell'immaginario comune,rimane un'ipotesi ancora largamente accettata e divulgata. E a  nulla sono servite le dimostrazioni di codesti Professori, che hanno messo sotto scacco i sistemi di datazione ufficiali, perché l'accademia, senza preoccuparsi di fornire efficaci controprove (evidentemente improponibili sotto l’aspetto scientifico), si è limitata a cancellare da ogni organo della diffusione mediatica ogni riferimento a questi arditi ricercatori e ai loro lavori. Il professor Enzo Pennetta ne accenna diffusamente qui . Ricordo che un’analoga operazione di insabbiamento, fu intentata contro l’astronomo Arp (radiato dai circoli che contano), reo di aver contestato la validità scientifica del parametro con cui si calcolavano le dinamiche volte a spiegare l’effetto del Big Bang; mi pare si trattasse del red shift  e che l'astronomo dissidente l'avesse definito, se non ricordo male, parmetro interpretabile '.

 E chi non ricorda il carrozzone mediatico allestito per promuovere la ricerca genetica? Anche il progetto Genoma patrocinato una dozzina d’anni or sono dal premio Nobel Renato Dulbecco e finanziato dalle case farmacologiche più influenti del pianeta, è andato incontro a fallimento (qualcuno se ben rammento, ha perfino tentato una truffa) nell'indifferenza generale. Una goccia nell’oceano delle falsità accademiche, le quali hanno un comune un solo fattore : l’interpretabilità dei parametri che si vogliono arbitrariamente imporre e promuovere nella veste di criteri obiettivi, quali non sono, come spiegano in questo imperdibile video , il Prof Sermonti (biochimico), il palentologo Roberto Fondi ( Istituto Scienze Naturali Università di Firenze), il sedimentologo Guiberteau, il geologo Boudreau (Prof. Chimica organica in Louisiana).

                 Celebre illustrazione satirica di fine Ottocento

  Le accademie, dunque, definisconoprima di tutto  la loro fisionomia e la loro ragion d'essere, ma per quanto si affannino non fanno che promuovere modelli, dettare criteri, formare critici onnipresenti sul palcoscenico mediatico, prim'ancora che artisti. Il circolo è vizioso come ben sappiamo, però se approfondissimo un tantino la questione e andassimo scomodare la fisica delle particelle (oltreché PP Pasolini, il semiologo Lorenzo Renzi e una mezza dozzina fra fisici quantistici e premi Nobel) cominceremmo capire che un organismo complesso, quando risponde a un principio d'ordine che può essere meccanicamente rappresentato, è destinato a morte termica. Allora se ne evince che è dal 'disordine' che si forma la scintilla creativa.  

Le tre colonne della cultura 

Arte , Scienza e Religione sono le colonne portanti della cultura e delle culture dei popoli. La funzione dell’Arte è complementare a quella del Sapere e della Religione. Per ciò che concerne, quindi, i parametri valutativi con cui fornire un criterio di stima ai prodotti dell'Arte, della Conoscenza e della Religione, bisogna dire che siamo ancora fermi al punto se considerarli importanti o meno in un processo di analisi critica. Il valore dell’Arte, pertanto, comunque vogliamo considerarlo, rimane un fattore che ci viene imposto dall’alto o, al meglio, dal mercato. Il problema che vorremmo affrontare in questa sede riguarda allora la possibilità di individuare nuovi criteri di valutazione capaci di esprimere un valore di qualità del prodotto artistico o di una conoscenza scientifica. 

 Domanda:

 Cosa siano le Accademie lo sappiamo; il modello dell’Accademia Medicea rappresentava un bene di ricerca a  disposizione del pubblico e del comune.  Le Accademie nascono pertanto autodeterminandosi nella loro comunità, nel nome di una presa di  distanza dalle corporazioni di Arti e Mestieri e di un bello che sapesse di contenuto e non di forma. Quando si parla di Accademia secondo questo significato, si parla di una cosa che con il mercato privato contemporaneo ha poco o nulla in comune, come le Accademie  Rinascimentali non avevano niente in comune con il “mestiere”  dell’artista. Da questo punto di vista occorrerebbe aprire un altro fronte di  discussione, ossia, cosa dovrebbe essere oggi una pubblica  Accademia di Belle Arti?

Risposta:

    Non so come debba essere un'Accademia, ma ho qualche idea su come non dovrebbe essere. Inutile credere che una struttura capace di  manipolare l’informazione e stilare graduatorie arbitrarie di compiacenti meritevoli, possa svolgere una efficace funzione dialettica. Ma l’accademia (nell’ accezione i cui mi sto sforzando di ribadire)  non è attualmente un luogo di confronto autentico, altrimenti promuoverebbe quelle necessità  di valutazione dell’arte e dell’artista in opposizione all'insindacabilità dei parametri di mercato. Essa quindi è il luogo, non tanto del privato, ma più esattamente, del privato che attraverso il controllo delle risorse vuole – come è sempre stato – garantirsi una posizione monopolistica (iper-privatizzazione). Da una vera Accademia dovrebbe partire un logica critica volta a denunciare tutto ciò che avvilisce l’arte. Un’ Accademia dell’Arte dovrebbe  pertanto cominciare a distruggere i vecchi criteri mercantili e affrancarsi dal tentativo del controllo delle risorse (non mi sembra che lo faccia, però), dovrebbe perciò combattere la tendenza del privato al monopolio, in tutti i campi, sbugiardando le strategie di profitto e mettendo alla berlina i ‘sacerdoti’/critici da palcoscenico che solo al criterio del profitto sembrano sapersi attenere. In poche parole Un'Accademia ideale dovrebbe soprattutto istruire ed emancipare le menti. I privati che agiscono in un contesto  garantito dalle leggi del libero mercato, non rappresenterebbero un problema. E’ la loro vocazione al monopolio ad esserlo!    Un’accademia dovrebbe allora e prioritariamente ingegnarsi a formare graduatorie alternative a quelle ufficiali e non rifiutare, per partito preso, il principio in sè. Ed è pur ancora valido il teorema che vuole gli artisti inglobati nelle maglie del sistema accademico, espressione totalitaria del prevaricante privato a vocazione monopolistica. Tuttavia  ciò non vuol dire che l'Accademia così come strutturata sposi il pensiero dei veri artisti, ne promuova le innovazioni. Non significa che si mette a loro servizio, come invece dovrebbe fare una volta vagliato il merito. Non sembra però che le accademie si prodighino a favore degli artisti non-allineati, semmai li affossano, ne temono la  concorrenza che può mettere in ombra i loro pupilli, quelli selezionati per il mercato. Ai tempi in cui il potere dei media non era invasivo come oggi, gli artisti potevano guadagnarsi, a fronte di dure controversie, larghe fette dell’attenzione e approvazione pubblica e solo dopo aver  imposto i contenuti e i significati del loro lavoro (e quando le loro scoperte/rivelazioni arrivavano ad intaccare l’ autorità dei cattedratici) si ritrovavano le porte dell’accademia aperte. Non prima però. Prima venivano mortificati con nomignoli e appellativi ridicoli. Bisogna peraltro osservare che, una volta entrati nelle grazie dell’autorità, essi non potevano più sottrarsi al tentativo di fagocizzazione del sistema il quale, attraverso la grande distribuzione, la promozione e la concessione degli spazi espositivi più in vista, ne costruiva la caratura e l’imperitura celebrità. Lo scopo era ed è, quello di corromperne il pensiero, naturalmente, intaccare la forza persuasiva delle loro scoperte, del significato delle loro opere. Questo è il punto. In pochi resistono la tentazione e quando l’accademia non riesce nella sua opera indefessa di contaminazione dei vivi, provvede a farlo coi morti.      Questo fenomeno si ripropone con sconcertante puntualità nei secoli e in ogni settore della cultura.

                                Georges Braque 

  Se pensiamo all’epopea impressionista non possiamo difatti esimerci dal domandarci cosa ne sia stato della contestazione ai principi dell’ottica newtoniana. Esistono numerosi documenti su questo fatto e mi domando sempre  se un professore dell’artistico conosce questo aspetto ‘scientifico’ del movimento impressionista (dedicherò un post sull’argomento, se ne troverò il tempo.) o della feroce campagna dissacratoria del cubismo al metodo di indagine meccanicista. Il movimento cubista, a vedere la storia, prese le distanze da quegli esponenti che, in cambio della consacrazione accademica, voltarono boriosamente la loro gabbana. 

Se poi volessimo sconfinare nella letteratura avremmo modo di vedere come la  sinfonia sia sempre la stessa. Vogliamo inoltre parlare di PPP Pasolini? I testi scolastici si guardano bene dallo sviscerare le sue effettive  posizioni politiche e filosofiche, il suo attacco cioè al sistema mediatico il quale,  invece che ammorbidire la sua presa sulla società l’ha oggi centuplicata. Ma di Pasolini si ricorda la lirica poetica morbida e quattro inutili versi, oltreché le menzogne sulla sua morte. L’elenco  comprende i Palazzeschi, i Prigogine, gli Heisenberg, i Majorana* passando per figure di assoluto rilievo come Blaise Pascal, e Dio solo sa quanti altri ancora.

                             “ Quando gli artisti approdano alle antologie

                            didattiche o sugli almanacchi ufficiali dei musei,

                            sono belli che sepolti, menti ufficialmente

                            defunte ma buone ancora a cavar quattrini.”

Canta Vecchioni in un motivo d’altri tempi – “se arrivo  vuol dire che serve a qualcuno…”

e gli fa eco Caparezza – “Se la sala è piena il film fa schifo!”

    Non condivido gli eccessi pessimistici del secondo, mentre trovo più nelle mie corde l’intuizione del primo Vecchioni, ‘primo’ nel senso di vecchio cantautore iconoclasta delle origini .

   I libri, tuttavia, possono esser cambiati/riscritti  (non è più necessario bruciarli come nel Fahrenheit 451 di R.Bradbury ), i concetti originali degli autori sovvertiti di sana pianta. Aldilà della giusta avversione di qualcuno per le citazioni, debbo segnalare alcuni vecchi testi (pubblicati da premi Nobel) completamente modificati nelle recenti edizioni. Voglio dunque ricordare ‘La Nuova Alleanza – Y.Prigogine, I.Stengers, del quale conservo le due copie: vecchia e recente. L’ultimo di questi giunto da poco alla mia attenzione, riguarda l’affare Majorana*.  Sul mistero della sua scomparsa, un tal fisico di nome Agamben costruisce ipotesi  (semplici congetture lo si ricordi sempre, mescolate a stralci di documenti originali)  volte a  oscurarne le scoperte e le intuizioni. Ebbene, l’accademia può questo ed altro, quando controlla i domini della diffusione informatica. Ciò, nel caso specifico che stiamo trattando,mi fa pensare che la meccanica quantistica sia temuta, forse per la efficacia comunicativa dei suoi padri fondatori e interpreti. Il tema, apparentemente off-topic, risulta invece assai attinente alle argomentazioni di questo post, proprio perché i fisici quantistici di cui s'è detto poc'anzi, hanno posto gli stessi interrogativi sulla valutazione di un’opera d’arte, sullo spirito di ricerca che anima gli artisti (paragonata alla ricerca scientifica) che io qui, forse velleitariamente, sto sforzandomi di ricordare. Ed allora ecco che oggi, il disegno delle accademie, così come le conosciamo, ci appare ben chiaro nel loro tentativo di modificare, cambiare e ricostruire contenuti distanti dal proprio indirizzo ideologico. Di questo si dovrà pur tener conto quando si parla di accademie. Un’accademia che non voglia ripercorrere gli errori del passato dovrebbe perciò attenersi , come primo proposito, ai programmi di  una linea critica in grado di chiarire, anzitutto, quali metodi analitici utilizzare affinché il valore dell’Arte o della Conoscenza non sia determinato da orientamenti arbitrari. Un’Accademia dovrebbe sforzarsi di fornire questi strumenti, prima di ogni altra cosa.

    UN’ ACCADEMIA CHE VOGLIA DEFINIRSI TALE DOVREBBE PORSI LA PRIORITÀ  DI  CHIARIRE QUALI METODI ANALITICI PRIVILEGIARE AFFINCHÉ IL VALORE DELL’ARTE O DELLA CONOSCENZA NON SIA DETERMINATO DA ORIENTAMENTI ARBITRARI.UN’ACCADEMIA DOVREBBE SFORZARSI DI FORNIRE QUESTI  STRUMENTI D’INDAGINE, PRIMA DI OGNI ALTRA COSA.

  Se non fosse ancora chiaro, bisogna insomma  dubitare dell’accademia che  si sottrae a questi  doveri, e di quegli accademici che pretendono  credibilità in virtù di titoli assegnati loro a tavolino. L’Accademia che ignora queste linee  programmatiche diventa reazionaria e tende  al  sincretismo, proprio come l’ebraismo di duemila anni fa, che per non perdere prestigio (e redditizi   olocausti) si adoperava a assimilare deviazioni mistiche e biforcazioni teologiche nelle liturgie della propria fede, le quali, alla fine, rimandavano ogni diatriba all’ interpretazione insindacabile dei sacerdoti. 

                                                                                            fabio painnet blade

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Sull'interpretabilità scientifica (prima parte)

 


Mai come in questi tempi si fa un gran dire di un mondo diviso in due, quasi fossimo immersi fino al collo in una realtà sfuggente, dai contorni indefiniti, perché - e sono in molti a crederlo - troppo liberamente interpretata rispetto a questioni di etica, economia, religione, scienza o medicina; rispetto, cioè, alle cose importanti della vita. Se è vero che da una corretta percezione della realtà scaturiscono le nostre condotte, e da queste dipende la costruzione di una società liberale e rispettosa di tutti coloro che ne fanno parte, ci troviamo di fronte alla necessità di un ripensamento radicale e collettivo dei rapporti umani, soprattutto per quanto concerne il proposito di dotarsi di nuove regole in grado di definire senza indugi la separazione fra bene e male, ovvero, fra ciò che si dovrebbe o non si dovrebbe fare nell’interesse comune e, di conseguenza, nell’interesse del singolo  che del ‘tutto’ fa parte.

 Il segno di demarcazione di questo confine etico appare oggi alquanto indefinito e tutto sembra confondersi in un amalgama nebuloso; laddove un tempo, a fornirci un preciso binario da seguire era stata la religione con le sue verità assolute e indimostrabili, col suo carisma antico che non ammetteva dubbi di fronte al bene, né  debolezze di fronte al male, oggi vi è un sacramento del tutto nuovo in cui l’amore e la fede per un dio, è stata sostituita con quella  per le scienze naturali (Francesco Bacone).

Francesco Bacone
   

    In seguito alla crisi delle religioni sorta ai margini dell’attuale cultura scientista e il conseguente clima di scetticismo verso il severo dogmatismo delle confessioni monoteiste, l’uomo volse lo sguardo verso la Natura, cercando in essa quel robusto ancoraggio spirituale che la fede non era più in grado di garantire. Non c’è voluto molto quindi, per far sì che questa epocale transizione dell’anima verso nuovi approdi devozionali, giungesse a presentare il conto delle sue contraddizioni.

   Lo studio delle scienze naturali mostrò infatti fin dall’inizio, due facce contrapposte di un’etica impraticabile, dacché non poteva funzionare allo stesso modo sia nel mondo delle bestie che in quello degli uomini. Da una parte, sotto la spinta del darwinismo, si consolidò la convinzione che l’uomo conservasse ancora tutte le caratteristiche istintuali delle sue primitive origini (l’homo homini lupus preconizzato da Thomas Hobbes), dall’altra maturò invece l’idea che la specie umana fosse nel suo intimo dominata da qualità dell’animo sconosciute al mondo animale e che, perciò, fosse spiritualmente vocata al perseguimento del bene (Jean Jacques Rousseau). Ancora adesso le filosofie umanistiche non hanno risolto questo dilemma, il cui più immediato esito è stato quello di aver fratturato  la cultura  in due fazioni  di pensiero contrapposte che si son giurate battaglia, mentre noi, presi nel mezzo e del tutto sprovvisti degli adeguati strumenti critici, tendiamo l’orecchio confuso e disorientato, ora a destra ora a manca, non sapendo più a che ‘santo’ votarci.

            Ogni opinione ha pari dignità. La genesi dell’inganno.     

   Il grido che giunge da più parti, e che postula pari dignità per tutte le opinioni, dietro un fatuo mascheramento di  libertà, ha finito invece per gettarci in un profondo sconforto e ci ha reso incapaci di formulare giudizi con la necessaria autonomia ed equilibrio, o di comprendere le più evidenti differenze fra bene e male, in una sospensione di giudizio che ci ha definitivamente sottratto la possibilità di capire quale condotta seguire quando le questioni in ballo riguardano la società, la nostra vita o il futuro dei nostri figli. Per prendere una decisione, una volta privati dell’autonomia di pensiero (e perciò di scelta), ci ritroviamo costretti, di volta in volta, a fidarci del parere degli esperti e alle indicazioni della scienza (la quale gode di ingiustificata fama di infallibilità), che però non è mai unanime e neppure si pone sopra le parti. Formarsi un’idea sulla traccia dell’informazione disponibile non si è rivelata, infatti, la più felice delle soluzioni, poiché fra i vari personaggi titolati che dovrebbero  munirci di risposte ed analisi esaustive, ci si imbatte di frequente in eruditi da palcoscenico, sovente in competizione fra loro per assicurarsi un posto al sole fra le poltrone del rifulgente carrozzone mediatico. Fra questi però, non ve n’è uno che, anziché proporre la propria ricetta miracolosa come panacea per tutti i problemi, si premuri di  fornire gli strumenti cognitivi adatti a valutare in autonomia le cose e ad emancipare le coscienze. Ciò che si pretende dunque da questi pulpiti moderni, è la fiducia incondizionata, non certo le capacità per applicare una qualche forma di analisi critica. Anche perché, siffatte capacità, andrebbero prima formate e coltivate attraverso l’applicazione. Eppure tutto ciò che si chiede non è altro che fiducia,  una semplice espressione di fede. Vien lecito chiedersi a chi offrire la nostra fedeltà? A chi credere? Quale criterio, o quale atteggiamento mentale ci spinge a prestare attenzione ad un accademico  piuttosto che a un altro?, per poi finire inevitabilmente ingoiati nel vortice dei pareri arbitrari, degli equivoci, dei pregiudizi o delle facili  perorazioni sfacciatamente promozionali, mascheratamente risolutive. Un vero disastro in cui gongola soddisfatto solo chi, dal nostro disorientamento, trae vantaggi, i migliori privilegi e insperati proventi. Il mercato delle opinioni insomma paga, e profumatamente, chi le offre, ma non chi le acquista. Io invece mi interrogo con preoccupazione se sono ancora in grado di capire, pur senza essere un ricercatore celebre, un medico un musicista  o uno scrittore, quale cura, musica o libro scegliere, fra i  tanti che si ‘illuminano d’ immenso’ nella grande vetrina dei mercati generali. A ben vedere, dunque, quel che ci capita di vagliare per soddisfare il bisogno di conoscenza, non è altro che il parere di  un medico, di un artista o di un letterato, a ciascuno dei  quali, secondo un comune modo di intendere, non dobbiamo concedere niente più che un’illimitata dose di fiducia.

Già, ma come si esce da questa fregatura?

   Eppure, nonostante tutto, sembra proprio che l’idea, o l’illusione, che un modo per tirarci tutti fuori da questo inghippo, esista! Come? Cominciando a realizzare anzitutto che il sistema sdoganato come infallibile, si regge, in realtà, su basamenti alquanto fragili, su un castello di carte grottesco, che può esser esso in crisi  tirando via da sotto,  la carta giusta. Una sola carta. In pratica , affinché  la cultura metta a nudo i propri  inganni, sarebbe sufficiente, da parte nostra, finirla una volta per tutte di prestar fiducia alle opinioni altisonanti, e a tutte quelle interpretazioni proferite da bocca di dotto. 

La carta che regge il castello.



   Per far sì che la Conoscenza possa essere un bene fruibile, possibilmente su larga scala, la fede non c’entra nulla. Dobbiamo cominciare a toglierci dalla testa il preconcetto di un  Sapere che possa essere comunicato dall’uno a l’altro in misura fideistica. Contestualmente, dobbiamo allora cominciare a capire che un’ipotesi dotta, per esser promossa al rango di tesi, necessiti di alcune semplici verifiche, talvolta di banali riscontri logici, non certo di proclami altisonanti. Per avere accesso alla conoscenza di un qualsiasi fenomeno riconducibile alla realtà che ci circonda, mettiamo a caso questo fenomeno sia un’epidemia, bisognerebbe superare il criterio di interpretabilità, già nella fase della rappresentazione del suddetto fenomeno, quindi la rilevazione delle sue condizioni iniziali. In sostanza, ciò può voler dire  che bisognerebbe servirsi, prima di ogni altra cosa , di un medesimo linguaggio. Nel caso della fisica - ma i medici sostengono anche nel caso della loro disciplina - il linguaggio non può essere che quello matematico; matematico dev’essere il linguaggio con cui si raccolgono i dati, le rappresentazioni del fenomeno nello spazio-tempo, matematico dev’essere il linguaggio dell’ipotesi di funzionamento e della previsione con la quale si formula lo spostamento, o cambiamento di stato, di un qualunque sistema fisico. Una volta stabiliti questi paletti, non resterà che osservare la perfetta corrispondenza fra previsione formulata in anticipo e realtà, ma questo non richiede cognizioni matematiche, perché si tratterebbe solo di  una semplice, quanto ineludibile, constatazione. Quest’ultimo passaggio non richiede pertanto un attestato di fede ma un semplice ragionamento. Un ragionamento  non si può aggirare con la scusa dell’inacessibilità alla matematica, della nostra scarsa preparazione in materia, se non altro perché dipende da poche considerazioni: 

 A)    L’indagine scientifica su base matematica non è  sufficiente a leggere qualsiasi condizione fisica, qualsiasi realtà presente in natura. Alcune non riusciamo a rappresentarle efficacemente, altre non riusciamo a rappresentarle affatto!

B) Il metodo di cui si è detto  può essere applicato  solo dove sussistano due differenti previsioni rispetto a una medesima incognita. Non sempre, dunque, le ipotesi soddisfano la prova            (punto A), ma quando una di quelle in gioco la soddisfa - quando cioè la previsione combacia con l’effetto reale - solo allora possiamo ritenere di aver acquisito, per quanto piccola, una forma di conoscenza effettiva.

C)    Pertanto, quando si può, bisogna cercare di capire il limite delle rappresentazioni e delle ipotesi di moto, ed eventualmente,  quale di queste può staccare il biglietto dell’attendibilità scientifica. Ma occorre farlo, e saperlo fare, da soli! Non bisogna seguire suggerimenti!

D)    Una cosa è certamente vera: senza il superamento del carattere di interpretabilità di una rappresentazione fenomenica o dell’arbitrarietà di un calcolo predittivo non autenticato  dalla corrispondenza con l’effetto fisico ottenuto, nessuna congettura potrà essere spacciata per conoscenza!  

                                                    Questa è la carta su cui si regge l’intero                                                         castello! 

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