lunedì 22 febbraio 2021

Sull'interpretabilità scientifica (prima parte)

 


Mai come in questi tempi si fa un gran dire di un mondo diviso in due, quasi fossimo immersi fino al collo in una realtà sfuggente, dai contorni indefiniti, perché - e sono in molti a crederlo - troppo liberamente interpretata rispetto a questioni di etica, economia, religione, scienza o medicina; rispetto, cioè, alle cose importanti della vita. Se è vero che da una corretta percezione della realtà scaturiscono le nostre condotte, e da queste dipende la costruzione di una società liberale e rispettosa di tutti coloro che ne fanno parte, ci troviamo di fronte alla necessità di un ripensamento radicale e collettivo dei rapporti umani, soprattutto per quanto concerne il proposito di dotarsi di nuove regole in grado di definire senza indugi la separazione fra bene e male, ovvero, fra ciò che si dovrebbe o non si dovrebbe fare nell’interesse comune e, di conseguenza, nell’interesse del singolo  che del ‘tutto’ fa parte.

 Il segno di demarcazione di questo confine etico appare oggi alquanto indefinito e tutto sembra confondersi in un amalgama nebuloso; laddove un tempo, a fornirci un preciso binario da seguire era stata la religione con le sue verità assolute e indimostrabili, col suo carisma antico che non ammetteva dubbi di fronte al bene, né  debolezze di fronte al male, oggi vi è un sacramento del tutto nuovo in cui l’amore e la fede per un dio, è stata sostituita con quella  per le scienze naturali (Francesco Bacone).

Francesco Bacone
   

    In seguito alla crisi delle religioni sorta ai margini dell’attuale cultura scientista e il conseguente clima di scetticismo verso il severo dogmatismo delle confessioni monoteiste, l’uomo volse lo sguardo verso la Natura, cercando in essa quel robusto ancoraggio spirituale che la fede non era più in grado di garantire. Non c’è voluto molto quindi, per far sì che questa epocale transizione dell’anima verso nuovi approdi devozionali, giungesse a presentare il conto delle sue contraddizioni.

   Lo studio delle scienze naturali mostrò infatti fin dall’inizio, due facce contrapposte di un’etica impraticabile, dacché non poteva funzionare allo stesso modo sia nel mondo delle bestie che in quello degli uomini. Da una parte, sotto la spinta del darwinismo, si consolidò la convinzione che l’uomo conservasse ancora tutte le caratteristiche istintuali delle sue primitive origini (l’homo homini lupus preconizzato da Thomas Hobbes), dall’altra maturò invece l’idea che la specie umana fosse nel suo intimo dominata da qualità dell’animo sconosciute al mondo animale e che, perciò, fosse spiritualmente vocata al perseguimento del bene (Jean Jacques Rousseau). Ancora adesso le filosofie umanistiche non hanno risolto questo dilemma, il cui più immediato esito è stato quello di aver fratturato  la cultura  in due fazioni  di pensiero contrapposte che si son giurate battaglia, mentre noi, presi nel mezzo e del tutto sprovvisti degli adeguati strumenti critici, tendiamo l’orecchio confuso e disorientato, ora a destra ora a manca, non sapendo più a che ‘santo’ votarci.

            Ogni opinione ha pari dignità. La genesi dell’inganno.     

   Il grido che giunge da più parti, e che postula pari dignità per tutte le opinioni, dietro un fatuo mascheramento di  libertà, ha finito invece per gettarci in un profondo sconforto e ci ha reso incapaci di formulare giudizi con la necessaria autonomia ed equilibrio, o di comprendere le più evidenti differenze fra bene e male, in una sospensione di giudizio che ci ha definitivamente sottratto la possibilità di capire quale condotta seguire quando le questioni in ballo riguardano la società, la nostra vita o il futuro dei nostri figli. Per prendere una decisione, una volta privati dell’autonomia di pensiero (e perciò di scelta), ci ritroviamo costretti, di volta in volta, a fidarci del parere degli esperti e alle indicazioni della scienza (la quale gode di ingiustificata fama di infallibilità), che però non è mai unanime e neppure si pone sopra le parti. Formarsi un’idea sulla traccia dell’informazione disponibile non si è rivelata, infatti, la più felice delle soluzioni, poiché fra i vari personaggi titolati che dovrebbero  munirci di risposte ed analisi esaustive, ci si imbatte di frequente in eruditi da palcoscenico, sovente in competizione fra loro per assicurarsi un posto al sole fra le poltrone del rifulgente carrozzone mediatico. Fra questi però, non ve n’è uno che, anziché proporre la propria ricetta miracolosa come panacea per tutti i problemi, si premuri di  fornire gli strumenti cognitivi adatti a valutare in autonomia le cose e ad emancipare le coscienze. Ciò che si pretende dunque da questi pulpiti moderni, è la fiducia incondizionata, non certo le capacità per applicare una qualche forma di analisi critica. Anche perché, siffatte capacità, andrebbero prima formate e coltivate attraverso l’applicazione. Eppure tutto ciò che si chiede non è altro che fiducia,  una semplice espressione di fede. Vien lecito chiedersi a chi offrire la nostra fedeltà? A chi credere? Quale criterio, o quale atteggiamento mentale ci spinge a prestare attenzione ad un accademico  piuttosto che a un altro?, per poi finire inevitabilmente ingoiati nel vortice dei pareri arbitrari, degli equivoci, dei pregiudizi o delle facili  perorazioni sfacciatamente promozionali, mascheratamente risolutive. Un vero disastro in cui gongola soddisfatto solo chi, dal nostro disorientamento, trae vantaggi, i migliori privilegi e insperati proventi. Il mercato delle opinioni insomma paga, e profumatamente, chi le offre, ma non chi le acquista. Io invece mi interrogo con preoccupazione se sono ancora in grado di capire, pur senza essere un ricercatore celebre, un medico un musicista  o uno scrittore, quale cura, musica o libro scegliere, fra i  tanti che si ‘illuminano d’ immenso’ nella grande vetrina dei mercati generali. A ben vedere, dunque, quel che ci capita di vagliare per soddisfare il bisogno di conoscenza, non è altro che il parere di  un medico, di un artista o di un letterato, a ciascuno dei  quali, secondo un comune modo di intendere, non dobbiamo concedere niente più che un’illimitata dose di fiducia.

Già, ma come si esce da questa fregatura?

   Eppure, nonostante tutto, sembra proprio che l’idea, o l’illusione, che un modo per tirarci tutti fuori da questo inghippo, esista! Come? Cominciando a realizzare anzitutto che il sistema sdoganato come infallibile, si regge, in realtà, su basamenti alquanto fragili, su un castello di carte grottesco, che può esser esso in crisi  tirando via da sotto,  la carta giusta. Una sola carta. In pratica , affinché  la cultura metta a nudo i propri  inganni, sarebbe sufficiente, da parte nostra, finirla una volta per tutte di prestar fiducia alle opinioni altisonanti, e a tutte quelle interpretazioni proferite da bocca di dotto. 

La carta che regge il castello.



   Per far sì che la Conoscenza possa essere un bene fruibile, possibilmente su larga scala, la fede non c’entra nulla. Dobbiamo cominciare a toglierci dalla testa il preconcetto di un  Sapere che possa essere comunicato dall’uno a l’altro in misura fideistica. Contestualmente, dobbiamo allora cominciare a capire che un’ipotesi dotta, per esser promossa al rango di tesi, necessiti di alcune semplici verifiche, talvolta di banali riscontri logici, non certo di proclami altisonanti. Per avere accesso alla conoscenza di un qualsiasi fenomeno riconducibile alla realtà che ci circonda, mettiamo a caso questo fenomeno sia un’epidemia, bisognerebbe superare il criterio di interpretabilità, già nella fase della rappresentazione del suddetto fenomeno, quindi la rilevazione delle sue condizioni iniziali. In sostanza, ciò può voler dire  che bisognerebbe servirsi, prima di ogni altra cosa , di un medesimo linguaggio. Nel caso della fisica - ma i medici sostengono anche nel caso della loro disciplina - il linguaggio non può essere che quello matematico; matematico dev’essere il linguaggio con cui si raccolgono i dati, le rappresentazioni del fenomeno nello spazio-tempo, matematico dev’essere il linguaggio dell’ipotesi di funzionamento e della previsione con la quale si formula lo spostamento, o cambiamento di stato, di un qualunque sistema fisico. Una volta stabiliti questi paletti, non resterà che osservare la perfetta corrispondenza fra previsione formulata in anticipo e realtà, ma questo non richiede cognizioni matematiche, perché si tratterebbe solo di  una semplice, quanto ineludibile, constatazione. Quest’ultimo passaggio non richiede pertanto un attestato di fede ma un semplice ragionamento. Un ragionamento  non si può aggirare con la scusa dell’inacessibilità alla matematica, della nostra scarsa preparazione in materia, se non altro perché dipende da poche considerazioni: 

 A)    L’indagine scientifica su base matematica non è  sufficiente a leggere qualsiasi condizione fisica, qualsiasi realtà presente in natura. Alcune non riusciamo a rappresentarle efficacemente, non riusciamo a rappresentarle affatto!

B) Il metodo di cui si è detto  può essere applicato  solo dove sussistano due differenti previsioni rispetto a una medesima incognita. Non sempre, dunque, le ipotesi soddisfano la prova            (punto A), ma quando una di quelle in gioco la soddisfa - quando cioè la previsione combacia con l’effetto reale - solo allora possiamo ritenere di aver acquisito, per quanto piccola, una forma di conoscenza effettiva.

C)    Pertanto, quando si può, bisogna cercare di capire il limite delle rappresentazioni e delle ipotesi di moto, ed eventualmente,  quale di queste può staccare il biglietto dell’attendibilità scientifica. Ma occorre farlo, e saperlo fare, da soli! Non bisogna seguire suggerimenti!

D)    Una cosa è certamente vera: senza il superamento del carattere di interpretabilità di una rappresentazione fenomenica o dell’arbitrarietà di un calcolo predittivo non autenticato  dalla corrispondenza con l’effetto fisico ottenuto, nessuna congettura potrà essere spacciata per conoscenza!  

                                                    Questa è la carta su cui si regge l’intero                                                         castello! 

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3 commenti:

  1. "Ogni opinione ha pari dignità".
    Dietro questa frase apparentemente democratica, si nasconde in realta' la volonta' di piallare gli studi che approfondiscano.
    Questo e' il Postmodernismo, in cui siamo talmente immersi (da ormai un secolo) che non viene mai menzionato (se non a sproposito, per intendere "molto moderno").
    Rinascere vergini ogni giorno, QUESTO e' il vero aspetto del Postmodernismo. Ed e' un'arma formidabile per chi detiene il potere (loro rinascono, tu no).

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  2. Più che di 'Postmodernismo' parlerei di logica plutocratica universale e vecchia quanto il mondo. Ogni potere autoritario ha sempre giocato le sue carte sulla confusione,sulla frammentazione delle idee, poiché laddove non c'è differenza fra opinione e opinione,fra interpretazione e interpretazione, sia che si voglia scegliere un libro, un partito, una cura, sia che si voglia capire la storia coi reperti delle antiche tradizioni (anch'essi ben discriminabili per attendibilità), quella che prevale è sempre quella dominante. A differenza di altre epoche, sembra che oggi si faccia molta difficoltà a capire questa strategia e di conseguenza a concepire una reazione culturale di compenso. MI sembra che questa serie di articoli sull'interpretazione, vorrebbe provare a formulare una alternativa,e a pianificare una sorta di contro-postmodernismo culturale.

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  3. La frase 'ogni opinione ha pari dignità è ovviamente falsa! Ma in un mondo dove tutto è interpretabile, dove un parere vale un altro, a prescindere dal come lo si esprime, dal livello di conoscenza che ogni ipotesi dovrebbe manifestare, ecco che la confusione regna sovrana. In questo clima di incertezza generale l'ipotesi che conta , sia che riguardi una cura, un gusto artistico, o un indirizzo scientifico, finisce per essere sempre quella imposta dall'autorità, la quale, avvalendosi soltanto del controllo della comunicazione, non avrà più bisogno nemmeno di motivarla. A questo punto, qualsiasi spiegazione che contraddice quella ufficiale, non verrà creduta dalla massa.

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