martedì 11 maggio 2021

La Bibbia nelle considerazioni di un matematico (seconda parte)

  

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  Agli albori del terzo millennio può ritenersi colto un letterato che non ha mai sentito parlare del fenomeno della precessione degli equinozi? Può ritenersi credibile ? Oppure deve esser posto alla stregua di un intellettuale che non ha mai letto un solo capitolo della Bibbia?                                                       _________________________________________________________                                                         

   E-mail n° 2 (risponde il matematico, Professor P)

caro fabio, 

   l'indirizzo è corretto, ma temo di non aver nulla da dire su certi argomenti. come avrà capito dal mio "dibattito" con lui, biglino ed io abbiamo gli stessi "nemici" (coloro che leggono a bibbia alla maniera dei teologi e della chiesa), ma non gli stessi "amici" (coloro che combattono le assurdità dei "nemici" inventando altre altrettanto assurde).  

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E-mail n° 3

  Caro Professore ,

  legga bene questo contributo come omaggio alla sua autorità:

http://profezieevangeliche.blogspot.com/2019/06/la-lista-dei-re-dei-regni-di-giuda-e.html

Poi mi dirà se un simile studio meriti di rimanere celato. E  rifletta su come si può perdere l'occasione di trarre facili profitti dal lavoro altrui. Troveremo altri intellettuali più svegli  di lei disposti a condividere l'autorialità del nostro saggio

  La gente ignorante prima nega una cosa;  poi la minimizza; infine decide che la sapeva già da tempo                                                       

                                                                                                         Alexander von Humboldt

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   E-mail n° 4

         caro fabio, interessante, ma la mia impressione è la stessa di quando ho letto (si fa per dire) i lavori di newton sulle "cronologie degli antichi regni": capisco che queste cose possano interessare a qualcuno (anzi, a molti), ma la mia domanda è: perché mai dovremmo preoccuparci delle cronologie di due piccoli regni di migliaia di anni fa, giuste o sbagliate che siano? solo perché stanno scritte nella bibbia? cos'ha la bibbia di speciale, rispetto alla letteratura mitopoietica di decine o centinaia di altri simili regni antichi? newton almeno una risposta ce l'aveva: sospettava che fosse sbagliata tutta la datazione antica. ma lei?

     a presto, e buoni calcoli!

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 E-mail n° 5

 Caro e preg.mo Professor P ,

        della letteratura mitopoietica frega niente a nessuno e in quanto alla storia dei regni antichi se ne fa un gran dire ma, stringi strigi, nessuno si è mai preso la briga di leggerla. 

    Perché la Bibbia dovrebbe essere diversa da analoghi racconti mitici? (questa è la sua domanda)

 - Risposta: Perché è l'unica raccolta di testi alfabetici e cifrati, a contenere correlazioni (non-confutabili e molto precise) con la durata di fenomeni astronomici. E a ben vedere i numeri non sono stati mai alterati nel tempo, come il testo alfabetico. Ecco perché! 

  Mi dicono tuttavia che, ultimamente la CEI ha provveduto a farlo (basta avere una vecchia edizione e confrontarla con una recente. E' tutto vero! I numeri sono stati  cambiati per far tornare i conti apparentemente sballati!), incorrendo così nella celebre maledizione apocalittica: "...a chi vi aggiungerà qualcosa Dio farà cadere addosso i flagelli descritti in questo libro; e a chi  toglierà qualche parola a questo libro profetico  Dio lo priverà dell'albero della vita  e della città santa, descritti in questo libro".   (Ap Gv 22, 18-19.) Divertente eh? A leggere la cronaca di questi tempi, sembra pure vero. Tutankhamon o  Montezuma, in confronto, fanno tenerezza! 

                                                              La zuccheriera di Nonna Papera   


         
Tornando a noi aggiungerei che perfino il Pentateuco contiene misure molto precise ricavate da banali rapporti aritmetici. Banali, ma non intuitivi, a quanto sembra. Il criterio con cui sono stati criptati rappresenta il vero mistero, perché sono stati lasciati proprio sotto il nostro naso. A negarlo per partito preso,  si finisce per fare una brutta figura. Dopo la nostra chiara esposizione, come negare che le liste dei regni di G e I, se sommati correttamente, non contengano il numero 720?  Se quindi, queste ed altre  relazioni non contestabili come tali (cioè come risultato di operazioni aritmetiche) venissero descritte da un celebre intellettuale, anziché da un signor nessuno, con crede che potrebbero riscuotere una discreta popolarità? Perché, da buon specialista, non cerca conferme? E magari non accerta come sono state ottenute certe cifre, anziché, rompersi la carena del buon senso nelle secche di uno scetticismo irragionevole che, davvero, non si addice al suo carisma di asciutto ragionatore. Grazie comunque per l'incoraggiamento a proseguire i 'miei calcoli'. Devo però dire che lo sforzo è stato minimo, dacché appartengono a una matematica appannaggio di popolazioni vissute migliaia di anni fa. E' la modalità di decriptazione utilizzata, casomai, a destare stupore: questi eruditi ebrei, in fin dei conti, conoscevano la mente umana meglio della matematica, ecco perché dico che hanno racchiuso i loro segreti nella zuccheriera di Nonna Papera, in bella vista, e là sono rimasti tutto questo tempo.  



                             Spero così di aver soddisfatto la sua domanda.

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E-mail n° 6

caro fabio,

 grazie per l'apprezzamento. ma onestamente non riesco a capire l'interesse delle cronologie antiche, giuste o sbagliate che siano. se anche fosse vero che le cronologie dei regni di giuda e israele contengono il numero 720, e non ho motivo di negarlo, a chi potrebbe interessare? a me no di sicuro. La bibbia non vedeva al di là del proprio naso. ci sono gioielli di profondità in testi coevi di altri paesi, dalla grecia all'india alla mesopotamia. perché mai perdere tempo, con i numeri soprattutto, su un libro che credeva che il rapporto fra la circonferenza e il diametro di un cratere circolare fosse uguale a 3 (primo libro dei re, VII, 23-26; secondo libro delle cronache, IV, 2-5) ?  c'è di meglio al mondo, ma naturalmente ognuno ha i suoi gusti, ci mancherebbe. 

 a presto, e buonanotte ormai

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E-mail n° 7

 Caro P, voleva dire che i redattori biblici avrebbero dovuto scrivere che il cratere aveva una circonferenza di 31,4 cubitiCioè la loro conoscenza della matematica si potrebbe dedurre dalla precisione di questi rapporti? e' questo il concetto?

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E-mail n° 8 (risponde Professor P)

Esatto!

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 E-mail n°9

Caro  P,

Tornando a bomba sui nostri ragionamenti, mi pare che c’eravamo interrotti su una delicata questione: Gli autori della Bibbia conoscevano la matematica?

   Lei sostiene di no, motivando questa possibilità col fatto che  ‘veri’ matematici avrebbero dovuto sviluppare la relazione circonferenza/diametro del cerchio nella sua forma completa (decimale quindi).  A questo giudizio un po’ categorico, vorrei controbattere indicando l’approssimazione più famosa della Bibbia, il 72*,  che nessun accademico metterebbe in discussione come misura della durata della trecentossessantesima parte di un ciclo precessionale. Molto strano che non ne compaia menzione nel suo bel libro (Testo che non posso citare per espressa volontà del Professore P). Preferisco credere nella sua malafede piuttosto che in una imperdonabile quanto improbabile disattenzione.  Nel caso da lei menzionato (della relazione fra circonferenza e diametro di un cerchio) nel libro 1Re e nelle Cronache, trattasi di evidente approssimazione, dovuta alla consuetudine di avvalersi di cifre tonde al posto di quelle decimali che proprio non si potevano utilizzare in una narrazione favolistica*. 

 * Il Mulino di Amleto, (Garzanti Ed.) è il miglior testo in circolazione sull’argomento.

                                                                            la prova

 Nessuno dubita, quindi, che gli antichi osservatori del cielo conoscessero il fenomeno precessionale e,  in via del tutto indiziale, appare persino inimmaginabile che sapessero calcolare certi fenomeni  cosmici e non l’esatta relazione fra circonferenza e diametro di un cerchio. Tuttavia vorrei ragionare in modo più rigoroso. Per dimostrare che conoscessero, fra le altre cose, la durata del ciclo precessionale, bisogna infatti trovare testimonianza scritta della  misura decimale riferita al 72.

E qui si pone un limite all’interpretazione delle nostre rispettive posizioni perché, dovrebbe riconoscerlo, se veramente le cifre decimali indicanti l’esatta misura dell’ approssimazione 72, fossero celate  nel testo biblico, la sua idea che vuole gli autori biblici piuttosto ‘ignoranti’ in fatto di matematica, non avrebbe più ragion d’essere. Non è concepibile infatti che padroneggiassero l’astronomia non sapessero calcolare un banale pi greco. Insomma, entrambe le ipotesi non potrebbero più convivere sotto lo stesso tetto !  Ne è persuaso Professor P?    

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E-mail n° 10

no, non sono persuaso. un popolo che non aveva nemmeno idea di come approssimare il pi greco, non poteva ovviamente calcolare il periodo della precessione degli equinozi. e non ci sono notizie di nessuna conoscenza matematica biblica più che elementare (sappiamo che contavano fino a due,   visto che ci sono due libri dei re e due cronache... ).  le ricordo che anche gli indiani scrivevano in quel periodo testi sacri, nei quali si trovano comunque fior di risultati matematici, anche a proposito del pi greco. idem per i babilonesi e gli egizi. uno scrive ciò che sa, e gli ebrei evidentemente non sapevano nulla di scientifico. e infatti, lei è costretto a fare salti mortali, al proposito. il libro di santillana non è per nulla scientifico. andava benissimo per un letterato come calvino, che comunque poi l'usava per scriverci le sue cosmicomiche, ma per il resto è una sopravvalutata e inconcludente divagazione filosofico-letteraria scritta da un dilettante, che era laureato in fisica, ma che insegnò sempre storia (e si vede).  la precessione degli equinozi è una scoperta di ipparco, che a differenza degli ebrei e di santillana era un serio scienziato, che sapeva cosa stava facendo, e soprattutto aveva i mezzi tecnici per trarne le dovute conclusioni.  in ogni caso, è inutile fare i salti mortali per trovare coincidenze numeriche nascoste in testi sacri che, nella migliore delle ipotesi, parlano per metafore, quando ci sono i lavori scientifici che parlano chiaramente    e precisamente.

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E-mail n° 11

 Sì, di matematica ne sapevano poco, infatti non risultano operazioni più complicate delle 4 cardinali.    Ma averle così ben celate indica una indubbia conoscenza della mente umana. Almeno questo, deve riconoscerlo! Pure Calvino non eccelleva in materie scientifiche, chi dice di no!  Ma non sono io a consacrarlo e smerciarlo nelle antologie didattiche. Rilevo solo quanto può esser stata influenzata la sua opera (tanto celebrata), mica i risultati scientifici dell’incontro con Santillana. Non è comunque di erudizione matematica che si cercavano conferme bibliche, ma di semplici numeri. Avendo già esposto il procedimento elementare ( dalle età dei patriarchi. ricorda?) con cui siamo risaliti alla misura (corrispondente a quella moderna) di 71,458333 anni, mi è sembrato non si possa negare che gli ebrei la conoscevano e che l’abbiano riportata esattamente altre volte nel Pentateuco (Forse non era farina del loro sacco, ma questo lo sta deducendo lei, visto che non si può  proprio negare l’avessero scritta) e non l’hanno fatto attraverso ‘salti mortali’ o una ricerca per combinazioni alla Drosnin (prima o poi qualche combinazione che ci soddisfa , si trova) , ma attraverso operazioni elementari, quindi intuitive.Io parlo di questo.  In effetti de Santillana non pone nessuna base scientifica, ma nel momento in cui si trovano queste correlazioni (che lei crede – illogicamente -  siano il frutto di complicate trame combinatorie) in maniera così semplice, quelle di Santillana diventano intuizioni e pure brillanti. Anche l’idea che in fondo attraverso l’osservazione si possa monitorare in molti anni ciò che la tecnologia permette di fare in poche ore, non credo sia campata per aria. Ripeto, non ci fossero queste cifre decimali tanto simili e ripetute, così da scongiurare la possibilità che siano casuali, non ci sarebbe nulla da obiettare, le sue osservazioni sarebbero pienamente condivisibili. Ma queste cifre rimangono là, identiche, nei testipiù antichi della Bibbia, ed allora qualche riflessione occorre farla, anche se non si ha tempo da perdere. E se questi numeri compaiono assai prima di Ipparco e le ragionevoli ipotesi operative  di Santillana non sarebbero credibili, quale opzione rimane in gioco? Gli alieni?                                                                                                                    Non capisco come possa  rifiutare l’idea dell’esistenza di queste cifre che non può né considerare casuali, né successive a Ipparco e neppure pensare che una semplice divisione aritmetica, per essere individuata, richieda ‘salti mortali’ (gliel’ho detto è stato abbastanza semplice ricavare il 71,4583333 dai censimenti del libro dei numeri e dal salmo 90.) Non crederà anche lei alla ‘pista aliena’? Mi dica di no, la scongiuro. Ma se lo nega, non può poi far finta che i numeri non siano dove li abbiamo trovati  e che nessuno ce  li abbia messi!

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giovedì 6 maggio 2021

La Bibbia nelle considerazioni di un matematico (prima parte)

 

Mi affaccio nuovamente su una delle questioni più importanti trattate e argomentate in questo blog, quella cioè della Bibbia e dei suoi contenuti cifrati.  Pochi giorni fa, un fugace scambio con uno stimato neurologo  (del quale manterrò per il momento l’anonimato),  mi ha riportato ad alcuni significativi passaggi della corrispondenza intrapresa con un'altra figura dotta, un matematico che, per sua espressa volontà,  chiamerò Professor P.                  In questo contributo ho voluto proporre le sue posizioni e soprattutto le sue convinzioni rispetto al valore e ai significati del testo biblico, che si sono rivelate del tutto sovrapponibili a quelle dello stimato medico  (Professor F), al quale inoltro l’invito a seguire il nostro dibattito nella speranza trovi buone ragioni per intervenire e, volendo, per rendere pubblica la sua identità. In caso contrario può naturalmente servirsi dell’anonimato con il  nickname che gli sembrerà più opportuno. L'operazione da me intrapresa in questo scambio 'a distanza', ambisce a un confronto essenziale, finalizzato alla ricerca di conferme, o di preziose smentite, che possano fornirmi l'occasione di rivedere, aggiustare o, piuttosto, estirpare di netto quanto da me/noi indagato e pazientemente riportato fra le pagine digitali di questo spazio.  

Ecco dunque i primi passaggi delle e-mail che - grazie   all’intercessione del   biblista ed esperto di ebraico antico Mauro Biglino - ci siamo ‘cortesemente’ scambiati col Professor P.

 Attenzione, la mediazione dello scrittore torinese non significa affatto che condivido il suo  pensiero rispetto ai temi di cui si è detto, verso il quale invece mi sono posto come acerrimo detrattore, palesando così la sua sincera disponibilità a seguire un dialogo evidentemente, per lui, non privo di interesse. Lode dunque, a Mauro Biglino, per la sua encomiabile cortesia. 

Ecco la prima comunicazione inviata al Professor P , di seguito le mie repliche.

1^ e-mail

Gent. Professor P,

   la ringrazio per la disponibilità e ringrazio anche lo scrittore Mauro Biglino che, nonostante l’evidente inconciliabilità delle nostre rispettive posizioni, ha deciso di aiutarmi, mostrando una delicatezza genuina e non comune. O forse, animato dalla sua proverbiale curiosità,  nutre anche lui un particolare interesse per certe tematiche. Chissà. I matematici da me interpellati,  hanno invece preferito schivare ogni confronto,  per  scarsa  dimestichezza  con la  materia devozionale,  si son affrettati a motivare; mentre dal pulpito opposto, quello dei teologi, l’indifferenza è stata perfino maggiore. A sentir parlare di ‘riscontri matematici’ anche questi ultimi, dunque, si son tirati pregiudizialmente indietro. Il Cardinale Gianfranco Ravasi, in una e-mail alquanto sbrigativa, ha definito le nostre analisi (senza nemmeno tirarci un’occhiata), ‘ipotesi fantasiose’, ignorando forse che la traccia iniziale che vuole i testi sacri depositari  di precisi contenuti scientifici, non proviene da un fesso qualsiasi, qual io posso essere, ma da un certo Giorgio De Santillana. Se questa è la profondità di pensiero del più alto rappresentante dell istituto della Pontificia Cultura, bisognerebbe davvero convincere il Capoccia a tirar via la Bibbia dalle mani dei pretiAdesso però, vorrei mettere da parte il mio sarcasmo spicciolo per catapultarla subito nel vivo della faccenda  compendiata nell’allegato che porta il suo nome  il cui contenuto è raccolto in questo breve articolo https://arteeordineanarchico.blogspot.com/2021/04/gli-anni-dei-patriarchi-antidiluviani.html  pubblicato pochi giorni fa su questo stesso sito.

                                                                                                                                 Illustrazione di fabio painnet blade


Continua con le risposta del matematico 

giovedì 29 aprile 2021

Gli anni dei patriarchi antidiluviani (una corrispondenza numerica non confutabile)

 

    I  Testi cosiddetti ‘Sacri’  - com’è noto – sono stati curati da numerosi autori quasi del tutto sconosciuti, infatti solo ad alcuni è stata attribuita una fonte (non verificabile); le religioni, è bene dirlo, hanno provveduto nel tempo a selezionare a proprio arbitrio i reperti più svariati sebbene riguardanti protagonisti comuni, portando alla conoscenza dei propri credenti, contributi e storie diverse; in questo modo, ciò che per taluni rappresenta, e ha rappresentato nei secoli, oggetto di devozione, per altri non è, e non è stato, che materiale inutile e privo di valore, quando non del tutto fuorviante (apocrifo).                                                                                                                                                                                    Nell’affrontare queste letture ho così cercato di liberarmi da ogni pregiudizio, da ogni suggerimento che provenisse da conoscenze acquisite. Robert Bauval, autore con Sandro Zicari del bel libro Eresia Vaticana, ci    parla di un mullah ‘ignorante’(qui il video )* che, nell’osservare il logo di una compagnia aerea saudita aveva individuato un preciso riferimento alla cristianità. La Croce dei cristiani era stata riprodotta e mescolata in mezzo ad altri tratti del disegno che riproduceva il simbolo identificativo sulla carlinga di ogni velivolo e su ogni singolo depliant informativo. Non appena il padrone della compagnia, di fede islamica, venne a conoscenza del fatto non esitò a rimuovere quel segno sacrilego da tutti i supporti su cui era stato così abilmente mimetizzato.

                        Robert Bauval

    Anch’io mi sono rivolto alle sacre scritture ebraiche con lo stesso piglio del mullah ‘ignorante’, spogliandomi di ogni concezione, di ogni opinione qualificata, di ogni abito culturale che potesse indurmi ad una lettura orientata. Così facendo ho ridotto i condizionamenti che avevano forse  ingannato milioni di sguardi distratti, e così facendo non ho potuto esimermi dal notare che questi Testi tanto diffusi nel mondo, assieme a una consistente parte redatta in lingue più volte tradotte, modificate ed interpretate, hanno conservato inalterata la loro parte numerica. Ho cominciato allora a considerare  le scritture bibliche come un preciso codice alfa-numerico nel quale solo la parte cifrata si era mantenuta immutata nel tempo, a prescindere dalla versione proposta/imposta dagli esegeti di turno.                                                                                                                        Che gran parte dei testi biblici riportino sequenze di cifre è un dato incontestabile, un po’ meno scontato è invece il fatto che , tali codici e numeri,facciano riferimento a concetti e rappresentazioni astronomiche.  Non si tratta tuttavia di rapporti dedotti a posteriori, ma di correlazioni esatte che, proprio  in  virtù della  loro precisione, fungono  da  riscontri assoluti. Si può dire infatti che l’esatta  corrispondenza di un numero con una misura astronomica possa essere dovuta al caso? Gli statistici sanno bene che, quando la probabilità che si verifichi un dato evento è infinitesimale, ci si deve razionalmente porre il dubbio che non si tratti di coincidenza ma, semmai, di inadeguatezza dei nostri procedimenti di stima. Alcuni in realtà hanno intuito la possibilità che vi siano relazioni importanti fra le numerose sequenze di cifre riportate nei passi biblici, ma a  quanto mi risulta nessuno pare aver spinto le proprie indagini fino alle dimostrazioni. Il mio lavoro si è svolto nel segno di questa necessaria obiettività di giudizio.

Nelle analisi raccolte in questo saggio ho cercato di innestare al corpo di testi alfa-numerico una chiave logica, giungendo alla conclusione che, lungi dal rappresentare quantità casuali, le cifre riportate in alcuni libri (Genesi, Numeri), spesso attribuite a età di individui (anziani) o a censimenti di persone, forniscano in realtà codici astronomici di movimenti planetari significativi per la  cultura ebraica (come traiettoria  e durata di  particolari fenomeni lunari) e strettamente correlati al ciclo precessionale degli equinozi. Ho inizialmente concentrato ogni indagine intorno alla questione dell’età dei patriarchi antidiluviani*  (vedi successivo paragrafo:  La trecentosessantesima parte del ciclo precessionale degli equinozi), individuando immediatamente una cifra precisa. Mi ha sorpreso soprattutto il fatto che tale calcolo, per quanto banale ed intuitivo, non sia  mai stato menzionato  in opere di genere  analogo (e a quanto mi risulta nemmeno di genere diverso.) Il numero di cui detto sopra, quello ricavato da una calcolo elementare, rappresenta la durata della trecentosessantesima  parte del ciclo precessionale degli equinozi (i1 grado), che per cultura ebraica, com’è risaputo,  è un fenomeno cosmico di imprescindibile importanza. Per rispetto alla matematica, devo tuttavia precisare che, tale numero è stato calcolato successivamente (nel paragrafo dedicato al Salmo 90), in rapporto alla misura del giorno solare differente di soli trentasette secondi rispetto a quella rilevata nella nostra epoca.  Il fatto che gli sconosciuti autori dei testi biblici,  si siano premurati di criptare un valore numerico (per loro assai significativo) non può esser messo in dubbio, tant’é  che esso ricorre con la stessa precisione anche nel libro dei Numeri. Su entrambi i testi, la medesima misura compare quindi  in forma criptata e somigliante al punto da risultare pressoché sovrapponibile. Il vero mistero, allora, diventa quello di capire come sia stato possibile che nessuno studioso se ne sia mai accorto prima. Su questa misteriosa cifra (‘misteriosa’ poiché gli autori dei testi biblici hanno inteso nasconderla anziché riportarla esplicitamente) occorre chiarire i motivi per i quali non può essere il risultato di un’operazione casuale:

Primo motivo: la somiglianza del dato astronomico effettivo rilevato con strumenti moderni, col dato riportato nei testi è sorprendentemente precisa.

 Secondo motivo: La cifra in questione ritorna puntualmente in altri testi (Numeri, Salmi, Seconda Lettera di Pietro). Nel libro dei Numeri, ad esempio, essa compare nel secondo dei due censimenti della popolazione israelita. Anche qui, l’espediente del ‘censimento’ sembra solo un pretesto per sigillare, entro formule criptate di matrice alfa-numerica, quantità esatte da porre in relazione fra loro. Solo questo fatto mostra che, pur con reperti provenienti da fonti disgiunte, gli autori si rifacessero ad un unico metodo di rilevazione. Oggi sappiamo che  questo metodo  si  attiene  al criterio più  semplice adottato  per  l’osservazione  e  lo  studio  del  movimento ciclico  della precessione degli equinozi.         Nelle pagine del sito di Adriano Gaspani ho riportato alcune informazioni fondamentali per capire cosa effettivamente sia il fenomeno astronomico della precessione degli equinozi e attraverso quali criteri lo si rilevi al giorno d’oggi .

Nella tabella successiva ho elencato quattro esempi di cifre estrapolate dalla rete. Come vedremo, nessuna di esse corrisponde alla misura riportata nei testi biblici. 


                                    I dati della rete

 

Sito              durata del ciclo precessionale (in anni solari)         1/360

 

www.centrometeo.com          25.800 anni (circa)           71, 666...(periodico)

www.astronomia.com          25.785 anni                     71,6275…

wikipedia                           25.765 anni                      71,569444      

www.oagenova.it (pdf. Pg.7)  25775  anni                      71,597222

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                                         Gli anni dei patriarchi antidiluviani

Quando si parla di età dei patriarchi antidiluviani ci si riferisce solitamente a una serie di dieci cifre al cui significato è stato più volte conferito un senso razionale ma de tutto vago. I traduttori del testo biblico della CEI, così come in altre edizioni, affermano chiaramente che quei valori sono da intendersi soltanto come attributi di ‘grande longevità’.

   La nota 5 a pag. 17 della - Bibbia versione CEI, Ediz. San Paolo 1989, riporta le seguenti parole: “I numeri usati nella Bibbia, come questi, indicano la longevità straordinaria attribuita ai patriarchi anteriori al diluvio e non sono da prendere nel loro valore reale.” 

-  E ancora dalla versione CEI - VII ediz a cura della UECI Edizioni Paoline 1980, nota 5 a pag 5 : “...Le cifre degli anni non hanno valore cronologico ma esprimono una grande longevità secondo un criterio che finora ci sfugge.”   

    Fin dal primo momento mi sembrò del tutto ovvio che tali numeri fossero da mettere in relazione con un coefficiente, un comune denominatore che bisognava individuare in via prioritaria se si voleva venire a capo della questione. La procedura del computo temporale adottata dagli antichi astronomi e trascritta dagli autori sconosciuti dei testi biblici, utilizzava dunque una rappresentazione dilatata dell’anno solare, nel senso che ogni anno propriamente detto era convenzionalmente suddiviso in una precisa quantità parti da cui si poteva ricavare la durata di altri anni denominati ‘piccoli’. 

In questo passaggio ho voluto semplicemente riproporre all’attenzione del lettore i termini di una questione teologicamente rimasta in sospeso, in quanto ho ritenuto del tutto sconveniente, sotto il profilo scientifico-aritmetico, l’idea che tali cifre non volessero significare nulla .  


Età dei patriarchi antidiluviani (Genesi: 5)

Nome            Età               Età del concepimento   ………………………………                                                                                del primo figlio

 

Adamo                930      ……………130

Set                       912      …………... 105

Enos                    905      …………...   90

Kenan                  910      ……………  70

Malaleel               895      ……………  65

Iared                    962      ……………162

Enoch                  365      ……………  65

Matusalem           969      ……………187

Lamech               777      ……………182

Noè                     950      (all’inizio del DU Noè aveva 600 anni)

 

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Tempo totale dalla nascita di Adamo alla morte di Noè = 8575 anni

 




Gli antichi autori della Bibbia, osservatori e attenti relatori di quanto accadesse nel cielo, dati alla mano conoscevano bene il fenomeno della precessione degli  equinozi. Che conoscessero il fenomeno  della precessione degli equinozi e che  lo  misurassero con  precisione nella quantità di 25725 è  dimostrato dalla relazione  8575 / 120 , tratta da Genesi 5 ( Sommatoria età patriarchi = 8575 e Genesi  6; 3-4  = 120)  che abbiamo inteso indicare la durata esatta (anni 71,45833333…) della trecentosessantesima parte del ciclo  precessionale,  lungo - come detto -  25725 anni.

   La relazione a cui ho fatto cenno, ben delineata nei numeri riportati in Genesi 5 e Genesi 6,  ci induce a considerare, come misura conosciuta dagli antichi, la quantità di 25725 anni solari. Questo numero, basato sul principio dell’immobilità del polo dell’Eclittica (e non quello della sua variazione, scoperto in tempi recenti e di cui non risulta traccia nelle Sacre Scritture) indica che il criterio è frutto dell’ingegnosità umana e non di intelligenze aliene, le quali, muovendosi nello spazio, non avrebbero certo  potuto ignorare la dinamica esatta dei sopra citati movimenti astrali.

   Che piaccia o no, dobbiamo quindi accettare l’idea che il calcolo degli antichi astronomi fosse frutto della loro competenza e non di entità  venute da chissà dove. Ben più difficile è di sicuro sostenere l’idea che la scoperta e il calcolo di simili cicli temporali si siano potuti realizzare grazie alla competenza di solerti osservatori che si sono anzitutto preoccupati di tenere archivi dettagliati di una minuziosa documentazione tecnica.   Per l’uomo moderno risulta difficile, se non impossibile, immaginare che in epoche tanto remote gli uomini sapessero seguire lo spostamento impercettibile  di  una   costellazione,  o   di  un  pianeta. Se  pensiamo al   fenomeno  della   precessione  degli  equinozi   e  alla  sua  durata (stimata nella  misura di quasi ventiseimila anni solari), in molti, fra studiosi e astronomi, danno per scontato che nessuno avrebbe avuto i mezzi per scoprirlo in una data antecedente a quella ufficiale (127 AC.) 

    In sostanza,  gli ‘esperti’ del nostro secolo, quasi all’unanimità, concordano fra loro nell’affermare che, per registrare con precisione un movimento così lento, ed oltretutto nel corso di poche decine di anni, sarebbero necessari strumenti estremamente sofisticati, e che questi non fossero noti agli antichi astronomi.  Tale idea, spesso sostenuta da  esimi cattedratici, ha dato  adito  alle ipotesi  più svariate riguardo la possibilità di  vita aliena sul  nostro  pianeta poiché - secondo molti - soltanto attraverso la trasmissione diretta di informazioni, le antiche civiltà terrestri avrebbero potuto registrare con precisione simili misurazioni astronomiche. Sappiamo che oggi, questa convinzione, con tutti i suoi limiti scientifici, fertilizza e incentiva un commercio editoriale redditizio, quindi non deve stupire la messa al bando dei testi e delle idee di Giorgio de Santillana, uno dei primi ad affermare la possibilità che calcoli e misure  scoperte dagli antichi studiosi dei cieli siano da attribuirsi alla semplice capacità di  osservare i moti delle stelle, a patto che, gli osservatori in questione, fossero stati in grado, non solo di tenere dati e misure in memoria, ma anche di preservare le documentazioni  da possibili tentativi di occultamento. La vera abilità andrebbe, a mio avviso, cercata proprio nelle tecniche di criptazione adottate e non tanto nella tecnica di osservazione, la quale  in realtà, non sembra affatto complicata. Essa si fondava anzitutto sul sorgere eliaco delle stelle, elemento fondamentale dell’astronomia babilonese, e necessitava del riferimento fisso rappresentato dalla linea dell’orizzonte (il telescopio degli antichi); se quindi ci si accorgeva che una certa stella, solitamente presente all’alba equinoziale, non era più visibile in quel dato giorno dell’anno, significava che gli ‘ingranaggi’ del cielo si erano spostati, ovvero, che la terra non compiesse  solo un movimento di rotazione attorno al proprio asse ma anche qualcos’altro. Se, quindi, questa stella apparteneva ad una configurazione zodiacale voleva dire che il sole equinoziale stava lentamente entrando in un’altra figura. Ciò suggerisce che nell’antichità erano ben consapevoli dello spostamento della stella polare e che, quelle civiltà, erano già  perfettamente capaci di mettere in relazione i diversi movimenti del nostro pianeta.  Su questo punto gli specialisti moderni  sono  entrati  in gran confusione. Anche Giorgio de Santillana sembra sostenere

 l’incapacità da parte degli  antichi di comprendere cose simili, più probabile, semmai, che essi potessero soltanto descrivere ciò che vedevano adoperando un linguaggio specifico. Fermo restando ciò, dobbiamo solo ipotizzare che in un arco di tempo di 1000 anni, gli antichi osservatori del cielo fossero riusciti a distinguere un moto che copre un angolo di circa quattordici gradi, individuando, nel quotidiano ruotare del cielo intorno al polo, una serie di fenomeni e soprattutto una zona contrassegnata dal  cono giroscopico descritto dal lentissimo movimento precessionale, che non fa riferimento ad alcuna stella, come avviene per l’asse di rotazione terrestre ma, rispetto a quest’ultimo moto, considerato assai più stabile. Nella loro mente presero forma allora le simmetrie meccaniche, la ‘macchina del tempo’ o, come diceva Platone l’ ‘immagine mobile dell’eternità’.

   Questa macchina del tempo poteva quindi essere contrassegnata da stazioni importanti per effetto dello spostamento continuo dell’equatore celeste causato dal moto giroscopico. Le due circonferenze delimitate dallo spostamento dell’equatore celeste, si intersecano dunque in due punti opposti, detti equinoziali, i punti cioè in cui sorge il sole nei due equinozi dell’anno. Il sole pertanto, percorrendo l’eclittica nel corso dell’anno, incontra l’equatore celeste in un punto che col passare degli anni si sposta lungo la fascia dei segni zodiacali. Il fenomeno così descritto da Giorgio de Santillana ( Il mulino di Amleto – Adelphi Editore) è chiamato quindi ‘precessione’,  perché i segni zodiacali si muovono in senso contrario a quello stabilito dal sole nel  percorso annuale. La moderna concezione scientifica in seguito, ha spogliato il fenomeno della precessione dai suoi grandiosi e antichi significati, riducendola a una questione di poco conto. E’ bene ribadire tuttavia, che in passato le cosa erano viste in maniera diversa, non solo questi moti delle stelle (in realtà dell’asse terrestre) erano importanti, ma ci si poneva anche lo scrupolo di tramandarli alle generazioni successive, per questo motivo li si concepì, non come incomprensibili strutture astronomiche (come si fa oggi, dove occorrono specialisti del ramo per capire certe formule), ma nella forma di poemi che, attraverso un linguaggio perfettamente accessibile alla gente comune, narrassero cicli di regni e di sovrani , storie di uomini e di dèi impegnati in una sempiterna lotta per la successione.         

  Ma  veniamo  al  calcolo aritmetico  propriamente  detto. Nella  Bibbia masoretica (ma anche nelle altre), la somma delle età dei discendenti adamitici, Noè incluso, è uguale a 8575 anni. Se però andassimo a leggere un po’ più avanti, Genesi 6; 3-4 , troveremmo immediatamente l’altra cifra della relazione che ci riporta al numero indicato nei Testi. Genesi 6, 3: “Allora  il  Signore disse:  il mio spirito non resterà sempre nell’uomo, perché egli è carne e la sua vita sarà di centoventi anni.” Il numero da dividere alla somma delle età dei patriarchi antidiluviani è allora il centoventi (8575:120=71,458333…) e il risultato di questo rapporto moltiplicato per 360 (gradi) ci fornirà con estrema precisione il valore di 25725 anni (e non 25784 anni). Ciò basta, e avanza, per dimostrare quanto affermato in precedenza.

    Charles Percy Snow, nel  sul libello Le due culture, denunciava un grave handicap della cultura occidentale. Egli sottolineava in senso critico  l’antagonismo  fra  intellettuali  umanisti e ‘scientisti’,  ciascuno dei quali riteneva (sbagliando) che il proprio indirizzo costituisse la ‘totalità’ della cultura. Egli racconta del saccente sarcasmo degli intellettuali  di  formazione   umanista  verso quegli   scienziati  che non avevano mai letto opere fondamentali della letteratura inglese. Essi venivano liquidati come ‘perfetti ignoranti’. Charles Snow , sentendo forse di far parte di questi ultimi, sosteneva invece che l’ignoranza dei letterati di stampo umanista non fosse meno sorprendente. Così scrive ne Le due culture  ( C. P.Snow, Marsilio editore 2005) :    “ ...un paio di volte mi sono indignato e ho chiesto alla compagnia (di letterati umanisti) quanti di loro se la sentivano di spiegare cosa fosse la seconda legge della termodinamica. La risposta era fredda ed altresì, negativa. Eppure chiedevo qualcosa che è l’equivalente di ‘avete mai letto un’opera di  Shakespeare ?’. Credo che se avessi fatto una domanda ancor più semplice – per esempio: ‘che cosa sapete della massa e dell’accelerazione?’  Che è l’equivalente scientifico di : Sapete leggere?’ non più di una su dieci, di quelle persone (che si reputava) di elevata cultura  mi avrebbe saputo rispondere.    Compresi che la maggioranza delle persone (che si reputano) più intelligenti del mondo occidentale  capiscono di scienza quanto un loro antenato  dell’età neolitica.”  Charles Snow in pratica riteneva un intellettuale che non  conosce  Shakespeare al  pari  di  uno  che non  conosce il secondo principio della termodinamica.

In virtù di quanto affermato in precedenza, in senso fortemente provocatorio, mi domando io: agli albori del terzo millennio può ritenersi colto un letterato che non ha mai sentito parlare del fenomeno della precessione degli equinozi può ritenersi credibile ? Oppure deve esser posto alla stregua di un intellettuale che non ha mai letto un solo capitolo della Bibbia?  La luna e  la terra, col suo ciclo precessionale o con quello di rivoluzione intorno al proprio asse e intorno al Sole, rappresentavano fenomeni molto importanti per le antiche civiltà.  Nulla di strano che i nostri antenati intendessero studiarne e descriverne i moti; non deve sorprendere pertanto che avessero imparato a suddividere e calcolare i  loro movimenti in virtù dello spostamento (angolare) degli astri. Dobbiamo credere allora che essi conoscessero bene la corrispondenza temporale di un grado rispetto al ciclo precessionale, al moto di rivoluzione della terra intorno al sole o persino a quello della luna intorno alla terra, la durata cioè di un trecentosessantesimo di un anno o di una lunazione (tab 01). 




*..You Tube: Robert Bauval racconta l’episodio del mullah 'ignorante'

https://www.youtube.com/watch?v=XBrcN2kJmeE  ( al punto 4:24, circa)

 

 

giovedì 11 marzo 2021

Allevatori di varianti virali

                                      Sono diventato un allevatore di varianti.

Al momento credo di far parte di quell'allevamento di varianti di cui si parla in questo video yt. Ok, ma l'approccio psicologico ha un suo peso. Forse tentare una cura sarebbe stato meglio, se qualcuno avesse proposto una cura... Poi c'è l'aspetto delle pressioni psicologiche: rischiare di perdere il posto di lavoro (se dipendente di azienda sanitaria), rischiare di non potersi spostare da una regione all'altra avendo urgenza di farlo, etc, etc. Ovviamente ciò significa che non sarò sempre disponibile a farmi 'pungere', ma per il momento, tenuto conto delle condizioni ambientali, sociali e psicologiche, mi sono giocato  temporaneamente la carta del certificato di vaccinazione.



Qualcuno mi chiede perché, rispetto all'attuale campagna di vaccinazioni ho cambiato idea. Ovvero, perché pur partendo da una prima, naturale diffidenza, in seguito mi sono vaccinato.
POtrei rispondere che rispetto a una conoscenza tanto fluida e in continua evoluzione, rimanere dello stesso partito è il tipico atteggiamento da ottuso. Le informazioni sono troppe e spesso discordanti, rimanere cristallizzati su una posizione di partenza per partito preso o poter rinfacciare al prossimo 'l'avevo detto io...', penso sia una delle cose più imbecilli che si possa fare. Il nostro parere è come una zattera in balia delle onde: a volte tocca remare, a volte tocca subire. Ciò che conta non è rimanere sempre della stessa opinione, ma avere il coraggio di cambiare a seconda delle nuove evidenze. L'importante è scegliere un legno robusto per la nostra zattera, cioè sviluppare un giudizio sulla bontà delle fonti di informazione. Per la mia chiatta ho scelto l'albero del Professor Enzo Pennetta, il suo tronco sembra fatto di duro e ottimo legno.

lunedì 8 marzo 2021

Il lato oscuro della pubblicazione a tutti i costi (L'interpretabilità. Parte quinta)

 

                 IL latO OSCURO DELLA PUBBLICAZIONE A TUTTI I COSTI

Per quanto ne so io, in Italia per pubblicare un manoscritto bisogna seguire i ‘consigli’ del finanziatore, accondiscendere alle sue preferenze e in certi casi - qualcuno racconta - persino ai suoi pruriti. Battute a parte, bisogna tener conto  che  ‘rendere pubblico’ significa anche occupare spazi (pubblici) che il mercato non ha già fatto propri, non ha ancora invaso. Questa, comunque la si voglia intendere, rimane l’unica strada percorribile se si è intenzionati a conquistare l’attenzione del prossimo e se lo si vuole fare in grande. E’ lecito pertanto domandarsi attraverso quali mezzi sia possibile esercitare una qualche forma di attrazione attentiva, perché l’attenzione, notoriamente, non è una facoltà (o un bene) di cui si può disporre a fondo perduto.       

Come mi faccio notare?         

     Il primo studioso ad analizzare questi aspetti e a formulare un primo concetto di Economia dell’Attenzione è Herbert Simon, il quale, nei suoi scritti degli anni ’70, introduce l’idea che l’attenzione costituisce una risorsa dal momento in cui ci si trova di fronte a un eccesso di informazioni che tende a sopraffare l’individuo. Le informazioni sono, in effetti, fornite in quantità tale – soprattutto se pensiamo ai giorni nostri, dove Internet e tutte le sue applicazioni hanno enormemente ampliato la rete informativa dei media anni ’70 – da eccedere la capacità individuale di assorbimento, cosicché l’attenzione diviene il fattore che permette di limitare e gestire il loro consumo. In un mondo ricco di informazioni, la ricchezza delle informazioni significa una carenza di qualcosa d’altro: ovvero la scarsità di qualsiasi cosa l’informazione consuma. Ciò che l’ informazione consuma è piuttosto ovvio: l’attenzione di chi la riceve. Quindi una ricchezza di informazioni crea una  povertà di  attenzione e il bisogno di allocare quell’ attenzione efficacemente nella sovrabbondanza di fonti di informazione che potrebbero consumarla nel mondo culturale, l’attenzione rappresenta un fattore economico che segue le dinamiche del capitalismo. Introducendo  l’argomento in maniera accattivante, lo studioso chiede ai suoi lettori che cosa sia più affascinante dell’esercitare il proprio potere di fascinazione o che cosa sia più emozionante del vedere puntati su di sé gli occhi attenti di un pubblico o del sentire i suoi applausi. La risposta appare piuttosto scontata. Come una droga, l’attenzione agisce portando chi la riceve a desiderare di riceverla sempre, acquisendo così un potere che surclassa altre forme di ricchezza e potere tradizionali.

Georg Franck-Oberaspach. Ökonomie der Aufmerksamkeit

    Georg Franck (The economy attention. 1999),osserva acutamente come nella nostra società del benessere le insegne della ricchezza materiale non siano più un fattore discriminante, ragion per cui il desiderio di distinzione crea una domanda di attributi che siano più selettivi del reddito monetario, attributi che continuino ad appartenere solamente a una élite. Indiscusso comune denominatore delle odierne élites è la notorietà, che non è altro che lo status di un soggetto in grado di ottenere la maggiore attenzione possibile, ed è dimostrabile anche solo considerando l’importanza assunta dai personaggi televisivi o cinematografici, il fascino che esercitano loro stessi o i gossip di cui sono protagonisti. La notorietà è una qualità distintiva che,  contrariamente alla ricchezza, non può divenire fenomeno di massa. Non sembra derivare necessariamente dalla ricchezza, ma nemmeno da grandi talenti o dai nobili natali, sembra essere piuttosto il frutto di una carriera standardizzata per iniziare la quale si deve avere un requisito fondamentale: la capacità di farsi strada nei media.   Quando la comparsa nei media del soggetto interessato viene commentata e discussa dal pubblico, quando, in pratica, “se ne parla”, allora si mette in moto un meccanismo per l’ottenimento di un successo più duraturo: le apparizioni del soggetto devono farsi più frequenti così da far sì che il medium possa attrarre la maggiore attenzione possibile e si crei quindi possibilità di profitto. La presenza nei media diviene la misura del successo del personaggio ma anche del medium stesso, che può a questo punto sfruttare lo spazio pubblicitario commerciabile ottenendo profitti finanziari. Secondo Franck, il reddito da attenzione supera quello finanziario proprio per la sua capacità di stimolare i media e, di conseguenza, di caricare lo spazio pubblicitario di  un potere più forte di attrazione. I media costituirebbero quindi un sistema di canali che fornisce informazioni al fine di ottenere attenzione. Viene a questo punto da chiedersi da dove derivi questo potere dei media. Finché le tecnologie erano costituite da pubblicazioni di tipo artigianale o, semplicemente, non avevano ancora permeato l’intera economia, l’economia dell’attenzione come intesa da Franck viveva il suo periodo pre-industriale. La sua fase industriale iniziale si ha nel momento in cui le prime, relativamente semplici, tecnologie di informazioni e comunicazione vengono sviluppate: la tecnologia di stampa, la radiodiffusione e la cinematografia per la prima volta assemblano quantità critiche di attenzione in forma anonima, trasformando il culto delle star in un fenomeno di massa. È allora che l’attività di attrazione si professionalizza, che l’industria pubblicitaria diviene deliberatamente accattivante .

                                                    Economia dell’attenzione in pillole:

  • L’attenzione non è disponibile in misura proporzionale all’attuale flusso informatico poiché non è un bene rinnovabile o illimitato.
  • La capacità attentiva deve quindi operare selezioni sul flusso informatico virtuale
  • I sensi infatti si rapportano differentemente alla realtà, alcuni sono più recettivi di altri nel contesto della specie, poiché essi agiscono per non far disperdere l’attenzione.
  • Antropologicamente parlando la dispersione di attenzione compromette le capacità cognitive e con esse la possibilità di recepire informazioni fondamentali per la sopravvivenza.
  • L’attenzione non può recepire tutte le informazioni virtuali ma solo una parte di esse, ed allora si avvale di una selezione predefinita dall’alto (dall’autorità).
  • Quando le informazioni provengono dalla realtà, non sono quindi virtualizzate, la selezione avviene secondo meccanismi biologici pressoché spontanei.