lunedì 28 febbraio 2022

Le sere e le mattine con l'oro in bocca (Nona parte)

          Le corna del montone vengono dunque spezzate, nel senso che non rispondono più al tempo dominato dal suo segno, poiché appartengono a un passato trascorso e radicalmente mutato.  Nella conversazione fra i due santi, a fine capitolo (Dan 8: 14-15 ), si afferma che il tempo del sacrificio, e della desolazione durerà ‘2300 sere e mattine’. E qui sorge spontanea la domanda: quanto tempo corrisponde alla durata di duemilatrecento sere e mattine’?  L’enigma è reso perfino più intricato dalla traduzione che più frequentemente abbiamo avuto occasione di consultare nelle versioni Cei riservate al grande pubblico. Ed in effetti, in molte di queste si è ventilata l’ipotesi che il conteggio dovesse riguardare il tempo in cui venne abolito il sacrificio quotidiano, mentre – si è constatato su un maggior numero di versioni – la parola ‘abolito’ pare non essere quella più consona alla comprensione dell’oggetto in questione, cioè il calcolo dei tempi della grande tribolazione.


  Riproporremo più avanti l’intera questione che, secondo noi, riguarda il solito vizietto dei traduttori ‘ispirati’ dalla Fede o dalla traccia che ne hanno disegnato gli storicisti, sovente interessati a far quadrare i conti delle ‘cronaca’ ufficiale, per la gioia degli insegnanti e dei catechisti, mossi dall’affanno di comprovare la reale esistenza del Salvatore, quindi la sua valenza storica.

E fin qui, crediamo di non dover aggiungere nulla a quanto già scritto,  né di confutare l’evidenza di importanti ricerche, il cui valore e l’attendibilità ci sembrano del tutto ammissibili quando le soluzioni sono animate dalla coerenza di un metodo. Ad ogni modo, in questa sede, ci è sembrato doveroso sottolineare come l’utilizzo di un solo termine abbia potuto conferire un orientamento di significato entro l’ ampio contesto narrativo.

     Le poche righe alla fine dell’ottavo capitolo sono dedicate all’interpretazione del sogno del montone e del capro. L’Autore usa la forma del dialogo fra due santi che in pratica, contestualizzano il tempo in senso storico, secondo una cronologia dibattuta vivacemente e amata dai cerchiobottisti di ogni risma. Da parte nostra possiamo ripetere che, ancora una volta, ci terremo fuori da eventuali speculazioni, soffermandoci invece sulla valenza quantitativa, indiscutibilmente di ordine temporale, che l’Autore voleva intendere col termine ‘sere e mattine’. 

   Cominceremo ad esaminare questo difficile passaggio rammentando  al lettore i contenuti del post che abbiamo dedicato al Salmo 90, più specificamente al suo risultato finale. Nell’equazione svelata infatti, il seme è ben determinato e viene espresso in ore solari. Il seguente criterio (cioè la risoluzione espressa in ore solari) è stato seguito, per quanto abbiamo potuto notare, anche in relazione alle cifre del capitolo sui censimenti (Libro dei Numeri), del quale però al momento non possiamo pubblicare nulla. Un altro versetto  biblico tratto dalla Genesi (Gen 7,4), che i più non tarderanno a riconoscere, recita così: “...perché di qui a sette giorni farò piovere sulla terra” ; anche in questo caso viene  chiaramente indicata l’equivalenza fra giorni e gradi precessionali. Ci è parso allora che quei sette giorni indicati nella Genesi fossero indubitabilmente gradi precessionali di 72 anni proprio perché, sommandoli agli anni compresi fra Adamo e Noè, che sono 1656, si ottiene una misura molto significativa: 2160; infatti 1656 + 504 (72 x 7 ‘giorni’) = 2160. Ecco un classico esempio in cui i ‘giorni’ indicati nel testo non possono essere tradotti altrimenti che gradi precessionali. Ma è il risultato numerico a fornirci un indizio verosimile! Null’altro! In molti oramai concordano con questo criterio, e se questi molti avessero ragione, e noi con loro, dovremmo cominciare dubitare che nel libro di Daniele le mattine e sere volessero indicare giorni . Se l’intenzione dell’Autore  fosse stata questa, egli non avrebbe utilizzato la locuzione ‘sere e mattine’; crediamo pertanto di  avere molte buone ragioni per sostenere che con quelle precise parole egli volesse suggerire l’ unità di misura temporale delle ore solari. Siamo nell’ordine della scala precessionale, ed allora anche le semplici ore, una volta addizionate, potrebbero suggerire qualcosa di interessante.

                                                              Breve preambolo al calcolo delle ore .

    Nel 1° secolo a.C. gli ebrei dividevano il giorno (inteso come intervallo di luce solare) nel dì che, dall’alba fino al tramonto,  durava dodici ore. Questo significa che nel nostro semplice calcolo ci atterremo alla rilevazione del tempo diurno all’equinozio primaverile                                          

 

 Ora solare nel 1° secolo e nel ventesimo secolo d.C.

1ª ora

6-7

5ª ora

10-11

9ª ora

14-15

2ª ora

7-8

6ª ora

11-12

10ª ora

15-16

3ª ora

8-9

7ª ora

12-13

11ª ora

16-17

4ª ora

9-10

8ª ora

13-14

12ª ora

17-18

  La sera nella Bibbia può indicare il pomeriggio oppure il tramonto oppure la prima parte della notte. È sempre il contesto che ci dice in quale momento della giornata collocare la “sera” biblica.

 https://www.biblistica.it/?page_id=1094

              Secondo il nostro punto di vista, il mattino sarebbe compreso fra le 6 e le 9, mentre la sera propriamente detta fra le 15 e le 18. Di conseguenza le ore del  mattino, dalle 6 alle 9, sono dette rispettivamente: prima, seconda , terza ora; quelle dalle 15 alle 18 : decima, undicesima e dodicesima ora. Abbiamo trovato conferma pressoché unanime presso fonti ebraiche facilmente reperibili sulla Rete, le quali , in pratica ribadiscono che il sacrificio quotidiano si  praticava nelle comunità ebraiche nell’arco di queste sei ore. La cosa ricopre un certo valore se si considerano le parole usate in Dan 8, 10-14:          “Da uno di essi uscì un piccolo corno, che si ingrandì enormemente in direzione del mezzogiorno, dell'oriente e del paese splendido. 10 Crebbe fino a raggiungere l'esercito del cielo; fece cadere a terra una parte di quell'esercito e delle stelle, e le calpestò. 11 Si innalzò fino al capo di quell'esercito, gli tolse il sacrificio quotidiano e sconvolse il luogo del suo santuario. 12 In luogo del sacrificio quotidiano fu posto il peccato e fu gettata a terra la verità; ciò esso fece e vi riuscì.. 13 Poi udii un santo che parlava. E un altro santo chiese a quello che parlava: “Fino a quando [durerà] la visione del sacrificio quotidiano, dell'iniquità devastatrice, del luogo santo e dell'esercito abbandonati per essere calpestati? - 14  Egli mi rispose: Fino a duemilatrecento sere e mattine; poi il santuario sarà purificato.” A noi, tali parole sono sembrate una precisa indicazione cronologica che lasciava intendere non si parlasse di ‘giorni’ e nemmeno di ‘anni’. Forse, l’Autore del libro intendeva parlare di ore solari.    Poniamo adesso questa ipotesi al vaglio dei numeri e valutiamo la quantità 2300 x 6 h.  Occorre tuttavia riprendere preventivamente, a rigor di logica e precisione, alcuni termini del brano, dal momento che la traduzione, non essendo stata unanimemente confezionata  in un’unica versione, ha dato luogo a una serie di fraintendimenti. Fra le numerose pagine redatte dagli esegeti che hanno voluto privilegiare il significato storico a discapito di quello allegorico-cosmico, espressioni quali, ‘fece cadere una parte di stelle e le calpestò’, sono state poste a margine. Ma quando, nel versetto 12, si dice che ‘in luogo del sacrificio quotidiano fu posto il peccato’, si sta fornendo un quadro d’insieme piuttosto preciso. A questo enigma è rivolto infatti il quesito che troviamo al versetto 13.  Infatti ciò che si domanda Daniele, e il lettore con lui,  è la durata del periodo in cui il peccato aveva sostituito il sacrificio quotidiano. Aldilà del rituale dei  sacrifici praticati nel Tempio e di quelli contemplati nelle leggi del popolo ebraico fin dai tempi mosaici, dobbiamo dire che,  in senso più ampio e quindi cosmico, col termine sacrificio quotidiano potrebbe intendersi quello andato perduto con l’Età dell’Oro. Sarebbero dunque, l’equilibrio di una condizione divina, quello  fra la luce e la tenebra (infatti le ore di differenza fra giorno e notte sono aumentate, fino a contarne ben quattro) , o l’armonia dell’ordine sociale e spirituale ad esser stati perduti e, come una colpa, questo crimine verso l’aurea pace degli dèi,  reclamerà  nei secoli dei secoli il giusto tributo espiatorio. Il peccato, rappresentato nell’episodio dell’uccisione di Caino in Genesi, (perpetrata da parte del nipote di Lamech, che dà luogo al castigo di ‘settantasette volte sette’), così come le settanta volte sette del perdono cristiano, fino alla profezia delle Settanta settimane, aldilà dei raffinati teologismi, riportano astronomicamente a una medesima soluzione, con pochissimo margine di approssimazione fra l’una e l’altra quantificazione cifrata che ci presentano i testi biblici. In tutti questi casi, proprio come nel versetto 13 dell’ottavo capitolo del Libro di Daniele, si è dunque voluto affermare che il peccato e la desolazione si sono sostituiti al sacrificio (dolorosa perdita) del principio armonico in cui è nato il  mondo. Ancora una volta, fissato un inizio (alla fine dell’Epoca Aurea), si chiede fino a quando durerà questo peccato da noi inequivocabilmente inteso in valenza astronomica come il periodo in cui si sono originate le ‘stagioni’(aumento della discrepanza giornaliera fra luce e tenebra) e, in ultima istanza,  della sofferenza per la fine dell’armonia, essendo stato il bene più alto ad esser stato sacrificato (Fatto sacro). Qui il traduttore Cei aggiusta un po’ il testo, perché il verbo “durerà”, non presente nel testo originale, è stato sostituito con 'sarà" (meglio sarebbe stato porlo tra parentesi quadre per segnalare la sostituzione) “sarà”. L’espressione interrogativa ebraica ‘ad-matày?’ significa, tuttavia, “fino a quando?”. Sbagliano quindi quei traduttori che riportano la locuzione  “per quanto tempo?”. Troviamo un esempio calzante in Es 10:3: “Fino a quando (ad-matày) rifiuterai di piegarti davanti a me?” (CEI). Ciò che si sta domandando non è per quanto tempo, ma il limite di tempo, ovvero, quando finirà l’azione oltraggiosa.

 Riporto per amor di precisione altre due versioni della traduzione del versetto Dan 8:13 della Nuova riveduta (Nr) e della Nuova Diodati (ND).                                                                                                          

                                                                      §     §     § 

      ND: “Fino a quando durerà la visione del sacrificio continuo e la trasgressione della desolazione che abbandona il luogo santo e l'esercito ad essere calpestati?». 14 Egli mi disse: «Fino a duemilatrecento giorni; poi il santuario sarà purificato”.

   Nelle versioni Cei più diffuse, specie in quella del 1974, si può invece trovare: “Fino a quando durerà questa visione: il sacrificio quotidiano abolito, la desolazione dell'iniquità, il santuario e la milizia calpestati? 14 Gli rispose: Fino a duemilatrecento sere e mattine: poi il santuario sarà rivendicato”. Detto così, supponendo cioè  che la domanda sia riferita al tempo in cui durerà il ‘sacrificio quotidiano abolito’, sembra che l’Autore voglia specificare il tempo in cui è stata abolita la norma che sanciva la pratica sacrificale, e dunque questa traduzione renderebbe necessaria  una nuova querelle, se il libro, cioè,  parlasse dell’abolizione delle pratiche liturgiche e sacrificali ordinata del sovrano babilonese, oppure a quella determinata in seguito alla seconda distruzione del tempio di Gerusalemme, compiuta dalle legioni di Tito. La traduzione che perciò accettiamo come definitiva è quella della Nuova riveduta. Detto ciò, lasciamo volentieri ai dotti di professione queste interessanti controversie, a noi basta quanto dedotto dall’analisi e dalla stima dei tempi astronomici, fermi nella convinzione di poter approdare a una maggior coerenza di significati. 


                                             Ed ora, la parola ai numeri

    L’operazione elementare 2300 x 6 h, fornisce in senso temporale un preciso risultato: 13.800 ore solari. Ciononostante non vogliamo limitarci ad imporre un semplice parere, quindi, andando avanti nel ragionamento e applicando il criterio principale da noi rispettato fino ad ora, non ci resta che rapportare la quantità trovata  alla scala precessionale: i giorni saranno quindi convertiti in gradi, che diventano, per l’appunto 575  (Inutile dire che si tratta di gradi precessionali di 72 anni solari ciascuno).  In definitiva, con le sue enigmatiche parole, l’Autore del testo intendeva forse riferirsi a un tempo precessionale di 575 gradi, pari a 41400 anni solari. Se facessimo partire questi 575 gradi a ritroso, dalla fine dei tempi (cioè dai 19 gradi dell’Acquario all’ indietro) andremmo a  valutare l’inizio della grande tribolazione nel punto corrispondente a 15 gradi della Vergine. I 526 gradi precessionali (dalla Vergine al punto zero Pesci) sono esattamente 37872 anni solari, una scadenza assai vicina al termine dell’Età dell’Oro e all’inizio dell’Età dell’Argento, contemplata nella scala guenoniana. In questo caso, tenuto conto che non tutti i testi raccolti entro un libro biblico (in questa circostanza quello di Daniele profeta) debbono per forza appartenere ad una singola fonte di provenienza, ma che invece - come affermano parecchi studiosi - tali testi raccolgono un assortimento di contributi selezionati da varie fonti della tradizione, possiamo perfino appoggiare l’idea che il Libro di Daniele abbia voluto censire una raccolta delle più autorevoli ricerche  giunte alla sua epoca, mantenendone il solco narrativo originale. Se così fosse stato, e se così dobbiamo intendere la raccolta di fonti diverse che - come fosse un’opera unica – oggi chiamiamo  Libro di Daniele, potremmo apprezzare la precisione a cui sono giunti i redattori dei capitoli in cui si divide l’intero testo. Da una parte vi è l’episodio di Lamech, in Genesi, che ci aveva portato alla scadenza di 539 gradi precessionali (77 volte 7: ricordate?), dall’altra il capitolo ottavo del Libro di Daniele calcola 575 gradi, che in fondo spostano di pochi millenni indietro l’inizio dell’Età dell’Argento o, in alternativa, posticipano, l’inizio dell’Ultima Era, cosiddetta ‘della Salvezza’ (o della Rivelazione). Con la profezia delle Settanta settimane si traccia, in quest’ottica, un ulteriore intervallo temporale che, a posteriori, verrà ripreso dagli evangelisti. 

    Per il momento non vogliamo appesantire troppo il contenuto di questo articolo e ci limiteremo a richiamare l’attenzione del lettore su questa particolare cifra che, dalla prospettiva astronomica, sembra allinearsi a importanti movimenti astrali  e collimare con analoghe scadenze. Quando affronteremo la questione delle settanta settimane, siamo sicuri però che gli ultimi nodi finiranno per venire al pettine. 

Continua qui         

                       

mercoledì 9 febbraio 2022

Romanzo




                                                Prologo



Gentile Dott.  F,

    vi scrivo in un momento drammatico. Il mio capezzale è distante dal vostro studio, troppo distante nello spazio e ancor più nel tempo per sperare di potervi ricevere prima di esser morta. Vi chiedo solo di ascoltare la mia storia, portarmi conforto e garantire che la mia versione dei fatti possa raggiungere un’epoca della cui esistenza non posso che nutrire speranze. Tengo in particolare che mi  parliate un po’ di  questo vostro mondo, delle usanze e dei suoi costumi, ma soprattutto delle  genti e della civiltà che in esso hanno convissuto nel corso dei secoli. E’ un luogo felice o vi prosperano odio e rivalità?  Perché ve lo chiedo?  Vi starete domandando. -  Già:  perché?

   Se vi rispondessi che le mie son naturali premure di madre, non capireste. Pensereste di  aver a che fare con una pazza, perlopiù malata e moribonda.  Ed allora non ve lo dirò! Non ora. Non adesso. Forse in seguito comprenderete, ma per farlo dovrete disporvi all’ascolto, o alla lettura delle parole dell’ unico testimone  vivente  di una grande storia.

 

     Ohxen’im bat Asherah 


      §  §  §

  

    Di solito non ricevo grandi quantità di corrispondenza e quindi non ho l’abitudine di consultare la casella di posta elettronica. Da almeno quattro giorni ristagnava infatti una comunicazione solitaria, il cui mittente non pareva appartenere alla ristretta cerchia delle frequentazioni abituali e nemmeno a quella, altrettanto limitata, dei miei pazienti. Diviso a metà fra la consueta indolenza da fine settimana e la curiosità sbrigativa del mio temperamento impiccione, mi decisi a leggere e, in poche battute, a rispondere con garbo a quella missiva. 

    Come primo approccio inviai al mittente alcune semplici domande,  tanto per sapere se si trattasse di una vecchia conoscenza o di una persona che, solo dopo aver conferito con un mio paziente, si fosse decisa  a scrivermi. Di una cosa ero arcisicuro: un nome del genere non l’avevo mai sentito e neppure avrei avuto la necessaria fantasia per immaginarlo di sana pianta. Il contenuto della lettera mi trasmise ovvie curiosità. Incerto sul da farsi invitai la misteriosa donna a spiegarsi meglio, così da consentirmi di acquisire informazioni più precise sul suo conto. 



Gentile Sig.ra Ohxen’im bat Asherah, mi chiedevo 

come avesse avuto il mio recapito telematico, 

dato che non credo di averla mai conosciuta; tuttavia 

ciò non cambia di una virgola la mia disponibilità.

Potrei combinare un incontro con lei e riceverla

 nel mio studio domani stesso, ma suppongo non 

 sia nelle condizioni migliori per affrontare un

    viaggio. Le chiederei quindi di procedere con 

calma e di riprendere la sua storia dall’inizio.

 Non trascuri particolari e non si ponga

 limiti di spazio, proceda pertanto incominciando il                                                                                                                  racconto dall’inizio, dal suo primo ricordo e proceda pure speditamente.”


     

   Scrissi poche righe, intuendo che una simile vicenda avesse un principio lontano e che la donna che si era presentata col nome di Ohxen’im, soffrisse da tempo di disturbi dovuti a visioni notturne molto simili a sogni o, forse, di natura alquanto diversa. Dall’altra parte l’invito venne raccolto senza alcuna titubanza. Da quel momento in poi mi qualificai come dottor Effe. 

   Ricevetti la risposta appena un paio d’ore più tardi e già, fin dalle prime righe, avvertii nelle sue parole un repentino cambio di personalità: quella che all'inizio mi era sembrata una donna matura, si era calata nei panni di una giovane, forse un’adolescente. Mi ritrovai confuso, sebbene non di rado i miei pazienti saltano da una situazione all’altra senza curarsi di seguire un ordine cronologico, o un eloquio regolare. Rammentai però che fui proprio io a chiederle di riprendere il filo della storia dall’inizio e fui persino molto magnanimo nel concederle la possibilità di dilungarsi, senza imporre limiti di sorta, secondo una prassi clinica volta a garantire tranquillità. Lei non fece altro che attenersi alle mie indicazioni, senza alcun preambolo, senza ulteriori chiarimenti.


   

                                                    §  §  §

e-mail  n° 2

 

   La ringrazio per l’invito. Apprezzo la premura e la delicatezza mostrata nei miei confronti, vale a dire nei confronti di una perfetta sconosciuta. Dovrei presentarmi, lo so, e fornire i miei dati anagrafici, però al momento avrei soltanto bisogno di parlare un poco con qualcuno che sappia rispettare la mia esigenza di riservatezza. Perdoni, dottore, la mia pretesa. 

    Posso dirle che da qualche tempo ho cominciato a sognare in maniera assai realistica e che queste visioni mi hanno trasmesso forti turbamenti. Non chiedo che  essere aiutata a vivere serenamente gli ultimi giorni della mia esistenza terrena. Conosco la sua professionalità, per questo motivo ritengo che potrebbe concedermi un insperato  sostegno psicologico.

  Queste visioni insolite, insomma, sono iniziate pochi mesi fa e da allora non si sono più interrotte. Nel sonno  vedo immagini  che non appartengono a ricordi recenti e nemmeno lontani: forse non appartengono neppure al mio vissuto;  ciononostante tutto intorno a me scorre in maniera tanto chiara da  farmi smarrire gli appigli  con la realtà. Con la realtà di  questa parte, che è la nostra.

  Le prime volte che mi capitava di fare tali sogni non riuscivo a mantenerne la memoria, finché  i paesaggi presero forme familiari, i volti delle persone che ero certa di non aver mai veduto prima, cominciarono a trasmettermi sensazioni rassicuranti e poi, un giorno, al primo risveglio dopo periodi di totale confusione, mi parve tutto estremamente più preciso, più logico. 

   In uno dei primi sogni procedevo spedita su una strada polverosa, ero forse in un bosco e davanti a me ruscellavano  le acque allegre di un torrente posto a confine di una regione vibrante di mistero. Mani esperte sembravano aver ritratto la natura col rigoglio dei grandi arbusti ghiandiferi o con la monumentale autorità dei fitotitani dal fusto largo fino a dieci cubiti. Non so perché  continuo a chiamare tali alberi con quel nome assurdo. So solo che, dall’altra parte (nell’immaginazione onirica) mi sembra tutto perfettamente inserito in un contesto riconoscibile benché, strano a dirsi,  avulso  da riscontri reali. 

   Superai così quel  fiumiciattolo, con l'acqua alla vita,  facendo attenzione a non bagnare lo zaino. Quante volte, da bambina, un  luogo simile era stato teatro dei miei giochi. Però in quell’attimo preciso provavo sgomento e  dicevo a me stessa:

 – tieni gli occhi aperti, Ohxen! il bosco può riservare brutte sorprese. 

   Una volta giunta sulla riva opposta mi scrollai l’umidità di dosso con energici calcioni al suolo per poi alzare gli occhi verso l’orizzonte: le rassicuranti architetture delle grandi torri della luce mi avrebbero aiutata a ritrovare la strada di casa, al sopraggiungere  della sera. La notte mi ha sempre trasmesso le peggiori paure e sentivo che  quel luogo, al calar del regno delle ombre, avrebbe nascosto presenze minacciose; meno male mi  portavo sempre dietro un armamento leggero. Non erano i quadrupedi dai lunghi denti ad impensierirmi, difficilmente dopo la colonizzazione mihole e le invasioni latranidi ne avrei potuto incontrare qualcuno, perché nel tempo avevano mutato le migrazioni, andando ad insediarsi nelle regioni dove la luce nasceva e da dove i bagliori delle dodici lune di Tarhar A’Ru non si sarebbero potute scorgere. Una volta raggiunte le steppe del nord est, alle pendici dei freddi altipiani, non tornarono più nelle terre d’origine, dove rivali efferati  avrebbero reso precaria la loro sopravvivenza. 

   Ecco un’altra anomalia: le immagini del sogno si accompagnano sempre ad informazioni precise, nomi, situazioni che conoscevo e ripetevo perfettamente. Nel riprendere coscienza, rammento sempre i nomi delle cose e delle persone, in seguito la sensazione di familiarità svanisce. 

   Il ‘Medio Amadah’, che negli spazi onirici era la terra degli avi e  patria dei popoli amadahntini, era una località priva di coordinate geografiche: non esisteva perciò da nessuna parte del mondo reale.  In quel luogo sorgeva una città chiamata Tarhar A’Ru, e come ogni agglomerato urbano, anch'esso produceva enormi masse di rifiuti che venivano ammassati entro apposite aree per lo smaltimento, ubicate a debita distanza; queste avevano la funzione di garantire scorte  alimentari pressoché illimitate ad ogni genere di predatore, la cui presenza avrebbe altrimenti minacciato la popolazione residente. Per costoro difatti, era molto importante conoscere la posizione di tali luoghi maleodoranti, di solito confinati entro aree vistosamente segnalate sul territorio. Non v’erano dunque motivi per coltivare timori seppure, di tanto in tanto, capitava che qualche esemplare in fregola si portasse nei pressi dell’area edificata, o trovasse dimora in mezzo alla vegetazione. Paura e diffidenza lo potevano rendere pericoloso, dacché l’aggressività delle belve è ravvivata più dal timore di ciò che non conoscono che dalla fame. Sapevo perciò di dover girare alla larga da certi tipetti dai modi scontrosi e meglio avrei fatto se mi fossi tenuta lontano dalle discariche. Tempo addietro avevo veduto una di queste pericolose creature – la cui immagine mi tornava chiara anche in stato di veglia. - che grattava il terreno fresco del sottobosco in cerca di radici o grassi insetti commestibili. Avevo quindi atteso che si allontanasse facendomi scrupolo di non tradire la mia presenza. Quando però la bestia si era arrestata a pochi passi e aveva cominciato  ad annusare l’aria, avevo percepito un brivido lungo la schiena, una di quelle sensazioni che portano gli intestini a liquefarsi nelle brache in men che non  si dica.  Non ne avevo fatto un dramma, perché nelle mie perlustrazioni portavo sempre a tracolla un folgoratore elettrico. Di questo mostriciattolo ricordavo caratteristiche precise: era un prototipo maschio di vecchia generazione, un ibrido che aveva potenziato alcune facoltà e perduto altre, in una mescola di caratteri difficilmente prevedibile. Era stato un primo tentativo sperimentale  al quale ne sarebbero seguiti di nuovi. Il modello        ‘Zero punto Zero’, meglio conosciuto come mostro squartatore, era stato rimesso in libertà poiché le leggi amadahntine impedivano la soppressione di un individuo con un innesto genico primario, (della specie mihole) maggiore del quindici per cento. Il tasso ben più alto innestato su Zero punto Zero era servito così a salvargli la vita. In seguito si era velocemente e imprevedibilmente  riprodotto, mescolando i propri caratteri a quelli di altre specie compatibili, col risultato di sparpagliare nel bosco una considerevole quantità di materiale genico pronto a scattare su arti rapidi e  zanne letali con cui straziare le carni di chiunque avesse avuto la sorte talmente avversa di capitargli davanti. La pelle mi si accapponava all’idea di venir colta da un fortunale nel bel mezzo della notte (unica condizione che avrebbe reso i circuiti  della mia arma da passeggio,  nulla più di un ingombrante ammasso di ferraglia). La foresta tuttavia, più che di insidie, risuonava di vita. Nell’ attraversarla provavo sempre una piacevole fatica, i sensi si acuivano e muscoli sotto la pelle guizzavano come anguille. Sgusciavo così nel reticolo cespuglioso, finendo occasionalmente nel fango. L’unica minaccia di questi luoghi era data dall’acqua che poteva risalire in superficie dai bacini sotterranei, formare pozze invisibili e ingoiare uno sprovveduto in pochi istanti. La terra umida poteva insomma diventare molto pericolosa e, come nell’animo di ogni mihole, anche a me  procurava un terrore illogico e ancestrale: nessuno d'altronde aveva mai lasciato le penne in queste fosse melmose, perché mai sarebbe dovuto capitare proprio a me ? Temevo troppo l’acqua per farmi sorprendere. Ero disorientata dalla pioggia, atterrita dalla nebbia, detestavo il vapore delle fornaci e perfino un piccolo addensamento nuvoloso poteva destare in me oscuri presagi. Al contrario era la folgore a restituirmi coraggio. La cosa poteva apparire del tutto insensata perché la pioggia non aveva mai provocato vittime, mentre i fulmini del cielo scaricavano a terra un tal potenziale di energia  da lesionare edifici o carbonizzare come uno stecco il più robusto fra i più poderosi lottatori mihole. Il timore dell’umidità, l’avevo appreso da bambina, era un ingrediente imprescindibile nei racconti dei vecchi, nelle favole o nelle tragedie mitiche del mondo antico, un mondo che aveva maturato questi archetipi in un tempo lontanissimo e che, in un assurdo contro-meccanismo di difesa, pareva adesso minare la fiducia infantile verso la natura, luogo dell’imprevedibile, tana degli istinti e delle crudeltà; qui l’acqua rappresentava il fluido malefico, il demone da combattere e sconfiggere.   Eppure, era in essa custodita anche l’essenza vitale di tutte le creature dell’universo e, se non di quello, dell’intero pianeta. I luoghi selvaggi, insomma, mi attraevano da morire; avevo imparato come coglierne l’armonia, i colori  e soprattutto i profumi con quella loro proprietà indecifrabile e meravigliosa di saper suscitare memorie lontane; ritrovavo nella Natura la gioiosa vocazione alla maternità, non alla prevaricazione e all’abominio. Nel suo utero smisurato erano state partorite tutte le genti; tuttavia la mia civiltà millenaria, per voce dei saggi, ne coltivava l’insensato timore. Al diavolo i saggi! - Pensai. Avrebbero avuto bisogno di una bella svecchiata,  pure loro. 

   Come tutte le femmine mihole, anch’io abbeveravo i miei buoni conflitti interiori nelle esitazioni di un pessimismo latente che si faceva vincere solo dalla forza del ‘mito della sopravvivenza’, unica forma di speranza collettiva nata dalla fiducia sul progresso e sul lavoro degli scienziati. I giovani maschi all’opposto, non vivevano le stesse paure (mitiche) come debolezze, ma come sfide e, in età matura, i più capaci avrebbero intrapreso carriere di alto livello nei laboratori della ‘Salvezza’, per ricoprire incarichi di gran prestigio coi titoli altisonanti di Garanti della Conoscenza, di Custodi Sapienziali, di eruditi e specialisti del ramo tecnico. Io intendevo diventare esattamente come loro e fornire un valido contributo all’attuazione dei Grandi Piani della Rinascita, i programmi scientifici più ambiziosi che fossero mai stati concepiti da una civiltà. Ed allora, quando mi capitava di immergermi nella vegetazione di quei paradisiaci spazi, gli ammonimenti dei vecchi si scioglievano come rugiada al primo tepore mattutino, la natura pareva sorridermi amica e solleticarmi l’animo coi suoi segreti, le  fragranze cremose pennellate nell’ atmosfera. La menta selvatica aveva il potere di darmi una leggera vertigine. Amavo la menta selvatica e chissà - mi chiedevo - se erano riusciti a trapiantarla anche nell’ area del laboratorio, se le creature ne conoscessero il profumo, se anche loro venissero prese da quella dolcissima fitta dietro le orbite che si andava poi ad irradiare negli interstizi più intimi della Dura Madre e da lì in tutto l’organismo, come un anfetaminico sparato nelle vene. Inalai a pieni polmoni e accelerai il passo dove le conifere si infittivano a tal punto da negarmi la possibilità di osservare il cielo e in esso le fluttuanti traiettorie dei folletti vaporosi: quattro nuvolacce malevole non sarebbero riuscite a rovinarmi la giornata.

   La pianura cominciò intanto a degradare in un pendio leggero che pareva adoperarsi a fondo per fiaccare la mia tenacia. Ad ogni piè sospinto respiravo felicità purissima; mi sembrava di aver camminato a lungo mentre Uspà sul suo carro irraggiato di fuoco, aveva già percorso almeno un terzo del suo perenne tragitto segnato al mattino da petali d'oro purissimo che alla sera andavano diradandosi in un velo leggero ricamato di stelle. Nonostante la fiacca, le mie forze non davano segni di cedimento. Ancora poche centinaia di passi e avrei avvistato il lato sud della grande recinzione metallica. Percepii il dolce ondeggiare delle felci giganti, il canto mite delle fronde e tante altre melodie che si conciliavano con gli echi di piccole bestiole laboriose. Quel posto mi pizzicava il cuore di emozioni e aveva il potere di farmi sentire bella, formicolante di desideri e curiosità. Nel bosco avevo tutto ciò che mi occorreva, nel suo grembo mi sembrava di tenere i sogni in una mano e i peggiori crucci si piegavano al cospetto di un ottimismo leggero. Nulla mi avrebbe portato a fondo, nell’abisso, dove le cose semplici si fanno oscure e impenetrabili: tutto insomma era a portata di mano e non v’era altro da fare che cogliere la vita e gioirne come un dono.

         Mi abbandonai alla dolce spinta del vento, contemplai la danza aggraziata delle foglie secche, le sentivo frusciare sulla pelle Un soffice tappeto  di colori inerti mi mostrava la strada. E finalmente raggiunsi il giardino proibito. Mi soffermai a perlustrare ogni particolare potesse tornare utile, un grosso masso muschiato, un albero o un rovo amico che  mi avrebbe fornito la copertura giusta per  osservare senza esser osservata; poi mi decisi consumare un pasto frugale, mentre cesellavo nella memoria tutti i dettagli del paesaggio e dell’ostile barriera metallica. Pianificavo di  tornare al più presto, oltrepassarla e avere finalmente accesso ai luoghi interdetti della riserva.  


 


      

 

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