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La prima parte si può consultare qui
Introduzione Tengo a specificare in modo chiaro e scevro da fraintendimenti, che il moto dell’Obliquità dell’eclittica ha grande importanza nella scansione delle fasi di oscillazione assiale a cui il mito sembra far riferimento. Con ciò, non vogliamo suggerire che gli antichi redattori dei testi fin qui esaminati, conoscessero a puntino i lenti movimenti oscillatori dell’asse terrestre ; tutt’al più possiamo supporre che avessero notato come questa misura variasse nel tempo. I mezzi per farlo li avevano e, quasi sicuramente, perfino molto prima di Enopide di Chio. A questo impercettibile movimento diedero tuttavia un’interpretazione metafisica, valutando con eccessiva disinvoltura, un ipotetico ‘tempo zero’ in cui l’inclinazione di 23 gradi e mezzo sarebbe calata fino a raggiungere la perpendicolarità esatta fra eclittica e asse terrestre, che poi è la sovrapposizione dei due piani rappresentati dall’eclittica e dall’equatore celeste. Avevano quindi immaginato una condizione tale da annullare le differenze fra giorno e notte, azzerando al contempo la discrepanza climatica stagionale e, in definitiva, l’esistenza delle stesse stagioni. Essi pensavano che dopo un tempo di pace ed armonia fosse sopraggiunto un periodo di squilibrio cosmico, lo stesso menzionato in molte profezie fra cui spicca quella di Daniele. La tradizione biblica ha attribuito a questo periodo significati nefasti. L’aumento del caldo estivo o del freddo invernale furono perciò concepiti come tempi di sofferenza, in contrapposizione alla serenità e al benessere, raggiunto nella decaduta Età dell’Oro. In tempi di desolazione, l’uomo avrebbe così dovuto procacciarsi i mezzi per la sopravivenza a costo di inaudite sofferenze. Il mito biblico lo racconta chiaramente già nei primi passi della Genesi, anche se non fa mai cenno alla raffigurazione astronomica che oggi chiamiamo Obliquità dell’eclittica. Siamo in realtà stati noi a formulare quest’associazione, a causa della perfetta corrispondenza fra gli anni indicati dai testi biblici e i gradi, per l’appunto, dell’Obliquità dell’eclittica. Se quindi accettassimo i presupposti della rappresentazione metafisica (mai confermata da evidenze scientifiche) di una terra in rapporto di perfetta ortogonalità col piano dell’equatore celeste, non dovremmo faticare molto per capire quali ragionamenti (la traiettoria delle case zodiacali e quello degli umani) , possono aver portato gli antichi autori dei Testi a concepire la celebre raffigurazione favolistica del tempo in cui 'gli dèi camminavano sulla terra insieme agli uomini'. Attraverso le parole del mito, appare evidente che, per loro, l'eclittica fosse, molto tempo fa, unita all'equatore celeste ed insieme formassero una sola traiettoria comune percorsa sia dalle costellazioni zodiacali, sia dagli uomini.
E dunque, in conclusione, sentiamo di dover ribadire che l'Obliquità dell'eclittica, nei termini che sono propri della nostra epoca, fosse un fenomeno, in senso planetario, sconosciuto agli antichi narratori del mito che peraltro avevano ben rilevato le scadenze millenarie degli effetti che l'oscillazione assiale provocava sul clima e sulla geologia del pianeta.
Sole d'oro e ghiacci d'argento
Nel modello guenoniano, quest’epoca di
vertice, in cui l'Obliquità dell'eclittica cresceva da 23,5 a 24,5 gradi, è stata fatta corrispondere al termine dell’Età dell’Argento, che durò
19000 anni dopo la fine di quella aurea. Ciò che si verificò da questo momento
in avanti è stato fonte d’ispirazione di racconti mitici in seno a molte
culture che, in pratica, mentre i ghiacciai cominciavano a sciogliersi,
produssero suggestivi racconti per voce
di abili cantori col vizio dell’astronomia, in cui l’umanità veniva falcidiata da leggendari diluvi preceduti da epocali incendi
in cui il globo del pianeta prendeva drammaticamente fuoco per mano di dèi
distratti, o un po’ imbranati come Fetonte Figura B
Nel grafico da noi proposto nella Figura B, abbiamo messo in evidenza alcune date dei periodi guenoniani, le abbiamo contrassegnate nei punti C, alla fine dell’Età dell’Oro (o primo termine dell’arcaica Età del Sole= Oro), e nel punto D, all’inizio della Nuova Era (quella che ancora deve arrivare, detta dell’Agnello nella tradizione apocalittica evangelica). Può rivelarsi utile a questo proposito provare ad affiancare le varie scale di tipo astronomico (Inclinazione OE), geologico, antropologico e mitologico (Sogno di Nabuccodonosor e scala guenoniana).
Nella Figura D si legge a grandi linee che alla fine dell’Età dell’Argento (scala del ‘MITO’) l’Obliquità dell’eclittica misurava 24° 30’ e il pianeta stava uscendo dalla sua fase più fredda per passare ad una più temperata, nella quale i ghiacci avrebbero cominciato a ritirarsi. Dal punto di vista geologico comincia il processo inverso a quello che ha prodotto la grande glaciazione di Wurm. I successivi 19000 anni di temperature in aumento, anche per il sommarsi di periodi invernali in cui la vicinanza al sole intiepidiva il clima, condussero il nostro pianeta alla situazione climatologica attuale, e ad un’inclinazione assiale di 23° 27’.
Nella
Figura D abbiamo sovrapposto le seguenti scale secondo una linea retta di
valori crescenti che nella Figura B rappresentava un intero ciclo temporale:
a) scala
dell’OE, valori angolari (colore rosso)
b) scala geologica (colore neutro e azzurro)
c) scala
antropologica (colore verde)
d) scala
del mito
e) scala
zodiacale (Ere precessionali di 2160 anni ciascuna)
Nella prima scala (a) abbiamo evidenziato col colore rosso, i
valori dell’inclinazione assiale terrestre; nella seconda (b) l’epoca della
glaciazione di Wurm (colore azzurro) nella sua fase più stabile; nella scala
antropologica (c) abbiamo segnalato con tre cerchietti verdi i risultati di studi accademici che stabiliscono tre date in cui può esser nata l’agricoltura;
seguita dalla scala del ‘Mito’ (d) con le età dell’Oro, dell’Argento e del Bronzo; infine nella scala zodiacale (e)
abbiamo posto in risalto il susseguirsi delle case precessionali, secondo il
moto della precessione degli equinozi. Balza all’occhio come l’intero ciclo di
quasi ottanta mila anni solari comprendesse in misura quasi esatta (ma c’è
voluta l’amputazione mitica della casa dell’Acquario per farle coincidere) la
somma di ben tre cicli precessionali.
La
scala antropologica Rispetto
a questa classificazione, bisogna spendere però due paroline, dacché il
giudizio degli esperti, ai più, non è
sembrato del tutto unanime. Ed in effetti secondo alcune accreditate ricerche,
i primi segni della tecnica di coltivazione agricola andrebbero datati ad oltre
20. 000 anni fa (21.000 a.C.,
secondo la Treccani). Questa interessante datazione - a nostro modestissimo
avviso - non va in conflitto con altre
posizioni dotte che propongono un limite cronologico non superiore ai 10-12000
anni fa. E neppure riteniamo prive di fondamento quelle nozioni scolastiche che
ponevano le origini della fase agricola dell’umanità, nella mezzaluna fertile
(Mesopotamia) in un tempo lontano cinque o seimila anni. Le tre datazioni
risultano altresì equamente attendibili
se si considerano alcuni fattori logici:
a) Datazione
20.000 anni fa. In questa lontana epoca le tecniche di coltivazione avrebbero
potuto svilupparsi in misura sperimentale. Il clima rigido dovuto alla
recente glaciazione wurmiana era di
sicuro una condizione difficile alla quale bisogna aggiunge re però la grande
quantità di terre emerse nell’Europa meridionale, come nel resto del globo e
dal clima temperato di questi luoghi,
resi fruibili per il livello estremamente basso degli oceani.
b)
Datazione 10.000-12.000 anni fa. Questa datazione risulta particolarmente attendibile
se si tiene conto che già da allora le persone si raggruppavano in agglomerati
urbani (prima urbanizzazione: Gerico, Aleppo, Göbekli Tepe) e dovevano
soddisfare una esigente necessità alimentare. Non beneficiano ancora degli
utensili più adatti alla coltivazione e alla preparazione della terra, possono
però contare sulla disponibilità e sulla partecipazione collettiva.
c) Datazione 7000 anni fa. In quest’epoca di grandi regni e grandi sovrani, l’umanità poteva
contare sull’apporto di una tecnologia avanzata e sull’uso appropriato dei
metalliche aprivano la strada a nuove tecniche e utensilerie da lavoro sui
campi, oltreché all’impiego di animali.
In altre parole, si può dire che
nell’Europa continentale, dalla penisola iberica all’area mesopotamica, già 20.000 anni fa l’umanità, nonostante la
recente glaciazione, fosse in grado di
sviluppare una modesta produzione agricola; poteva contare difatti su territori
emersi o sulla fertilità di aree termali abbastanza vaste, come sul lago di Nemi
nel meridione della penisola italica, teatro di antichissime ritualità pagane
legate indiscutibilmente al culto della fertilità. Ce ne fornisce ampia
documentazione James Frazer, nella sua opera più conosciuta, ‘Il ramo d’oro’. Tornando a bomba sulla questione
delle date, e all’interrogativo lasciato in sospeso (Perché da C a b1-b2 si era
accumulato ghiaccio?), cominceremo col dire che l’inclinazione assiale di
38-40.000 anni fa, (stimata su valori quasi sovrapponibili a quelli attuali ma
in crescita, mentre quelli attuali sono in decrescita), cominciò a presentare
un quadro climatico in progressivo ‘raffreddamento’ che circa 13.000 anni dopo (26.000 anni prima di Cristo),
avrebbe dato origine a una fase di stabilità di ulteriori settemila anni,
portando al suo estremo massimo il fenomeno di glaciazione chiamato
‘wurmiano’. Dopo questo evento culminante, l’inclinazione avrebbe cominciato a
invertire la rotta al punto da raggiungere il valore attuale di 23° 27’.
Abbiamo
affermato in precedenza che alla fine dell’Età dell’Oro (che ad esser chiari, è
sempre stato inteso come simbolo solare), avremmo avuto un divario notte giorno
lungo 4 ore (giorno di 10 ore al solstizio d’inverno e 14 ore al solstizio d’estate. E viceversa
per la notte - che sono valori medi rispetto ai limiti calcolati per inclinazione di 22°30’ e di 24° 30’). Dalla fine dell’epoca
aurea, dunque, procedendo in avanti nel tempo geologico e astronomico, la terra, seguendo la sua orbita ellittica,
come accade oggi, a volte si avvicinava al sole (perielio) a volte si
allontanava (afelio), in un ciclo lungo 24000 anni, cosicché quando il
passaggio all’afelio corrispondeva con la stagione fredda (per 12000 anni)
gli inverni diventavano più freddi e le
estati più miti. Evidentemente queste condizioni, si presentarono durante l’Età
dell’Argento, con l’Obliquità dell’eclittica al suo apice, e i ghiacci presero
ad accumularsi ai poli e sugli altipiani, anche a basse quote. Col superamento
del punto b1 l’incidenza delle condizioni opposte produsse via via estati più
calde e più miti inverni, determinando
lo scioglimento lento e progressivo delle riserve di ghiaccio. Secolo dopo
secolo, grazie anche all’inclinazione dell’Obliquità dell’eclittica ancora su
valori alti, la frequenza degli inverni temperati sommati alle estati
roventi cominciò a limitare l’accumulo
di ghiaccio che, dal punto della sua
massima espansione (Wurm), intraprese
una lunga fase di scioglimento,
destinata nel tempo di 20.000 anni circa
a far ridurre dalle banchise artiche le stratificazioni di ghiaccio. E’ ciò che
accade oggi, con la terra al perielio ai primi di gennaio. Fra 12000 anni circa
lo sarà ai primi di luglio. Tuttavia fra 12.000 anni l’Obliquità dell’eclittica
sarà talmente bassa da rendere estati e inverni piuttosto temperati. Fu un
giovane astronomo serbo, Milutin Milankovitch che negli anni Venti del secolo
scorso svelò, anzi per meglio dire, propose la soluzione da noi adottata che
rimane tuttora la più attendibile.
Dal punto b1 di massima inclinazione assiale il mito avrebbe così raccontato della fine dell’Età dell’Argento e avrebbe preso a formulare nuove narrazioni in forma di favole, per spiegare l’avvento di nuovi mutamenti climatici e nuovi panorami. Di particolare interesse, in Sardegna, il toponimo del massiccio del Gennargentu, sul quale si è scritto tanto, lasciando però sostanzialmente irrisolti grossi interrogativi sulle origini del nome e sul periodo in cui sarebbe stato coniato dai locali. Letteralmente il nome Genna Argentu, significa porta d’argento. Fatto insolito per un luogo che non ha mai veduto estrarre dal sottosuolo un solo grammo di questo prezioso minerale, presente in molte altre località dell’isola. Ma non su questo altipiano! Se, come noi pensiamo, questo nome si rifaceva invece all’epoca della glaciazione di Wurm, significherebbe che è antico almeno quanto il tempo in cui, con la denominazione ‘Età dell’Argento’, anche in altre parti del mondo, si alludeva a un’epoca di vaste aree ghiacciate. Oro= Sole/calore, Argento= ghiaccio/freddo. Se dunque l’Età dell’Oro avesse indicato l’Età del sole, e quella del Bronzo un periodo di arsura, non vediamo perché quella dell’Argento non potesse riferirsi a un’età di freddo artico. Col suo termine naturale, il mondo si sarebbe affacciato a una nuova età di trasformazioni, anche e soprattutto climatiche. Le estati, in corrispondenza del passaggio della terra al perielio, presero così vigore e, a partire da 19-20000 anni fa, i ghiacciai incominciarono a sciogliersi lentamente, restituendo al pianeta quel particolare equilibrio destinato, in un futuro tutt’altro che prossimo, ad abbattere il precedente divario climatico stagionale. Con la nuova era di ‘armonia’, e col nuovo ordine climatico privo di grossi sbalzi stagionali e col sole tenuto a debita distanza nella stagione calda, presumibilmente le attività agricole perderanno la loro capacità produttiva e l’umanità dovrà forse rinunciare, a fronte di inaudite sofferenze, all’abbondanza di quella risorsa alimentare. Forse proprio a questa crisi si riferisce il libro dell’Apocalisse di Giovanni.
Conclusioni.
Abbiamo
creduto utile ed opportuno soffermarci sugli aspetti astronomici della questione,
soprattutto perché riteniamo che la tesi avanzata dagli analisti del mito non
riguardi un fenomeno cosmico verificatosi realmente. In sostanza, quando i
racconti del mito arcaico assicurano ( o lasciano intendere) che l’asse
terrestre abbia raggiunto i zero gradi dell’Obliquità dell’eclittica, formulano
un ragionamento dedotto dal fatto – questo sì, forse correttamente valutato –
che l’inclinazione assiale oltre 30.000 anni fa , andasse crescendo fino ad
invertire la rotta al suo culmine massimo, registrato circa 20.000 anni fa, per
poi proseguire la sua lenta oscillazione decrescente per raggiungere l’attuale misura di 23° 27’.
Non ci stupisce, perciò, che gli interpreti del mito arcaico abbiano supposto (
in via del tutto teorica) la condizione di assoluta perpendicolarità dell’asse
terrestre con l’eclittica, alla quale hanno ricostruito il significato
dell’Età dell’Oro. Il dato certo che questo limite fosse mai stato raggiunto,
nessuno però l’ha mai rilevato, né l’avrebbero potuto fare gli antichi
astronomi. La moderna astronomia, supportata da evidenze di carattere
geologico, indica invece che il range di variazione dell’Obliquità
dell’eclittica si è contenuto nelle ultime centinaia di migliaia di anni fra i
valori di 22° 30’ e 24° 30’ circa. Nel linguaggio del mito , avvezzo a
rappresentare una prospettiva superna ben distante da quella umana (“Per i tuoi
occhi, Signore, mille anni sono come un giorno e quattro ore di veglia nella
notte” – Salmo 90) i tempi dell’inclinazione assiale terrestre e gli effetti sul
pianeta, sono stati appiattiti nei celebri racconti di diluvi e incendi
catastrofici . A nostro ponderato avviso, viceversa, appare perfino ovvio che
all’origine delle stagioni e del riscaldamento globale, il livello delle acque
marine, come dentro una immensa vasca da bagno, si sia sollevato
considerevolmente dopo la glaciazione di Wurm , ed è altrettanto ovvio che
tutto ciò sia accaduto lentamente (percezione fisica umana) nel pieno
rispetto dei tempi geologici previsti e calcolati. Nel linguaggio favolistico
del mito, allora, l’inondazione secolare di terre un tempo emerse , può esser
stato concepito come un allagamento di proporzioni planetarie/universali, quale
in effetti fu. L’idea delle catastrofi appare così ai nostri occhi come una
pura congettura mal supportata da elementi probatori di ordine geologico e
astronomico.
Vorremo spingerci ad affermare, a
rifinitura di questo articolo, come il progressivo decremento dell’inclinazione
assiale terrestre (OE) potrebbe portare verosimilmente a una minor differenza
di temperatura fra estati e inverni e
quindi , in virtù di quanto scritto finora su queste pagine digitali, alla
mancanza di stagioni. Anche se, bisogna dire che ciò, in senso assoluto,
potrebbe avvenire solo se l’asse terrestre raggiungesse - irrealisticamente
- la perpendicolarità con l’eclittica. E
dunque, se all’estremo dell’inclinazione assiale dell’Obliquità dell’eclittica,
la tradizione escatologica evangelica aveva idealizzato il ‘tempo del bene
assoluto’, non possiamo scandalizzarci se all’estremo opposto il mito continuò a idealizzare ‘il tempo del male’, o perlomeno
quello della tribolazione cosmica, entro i margini di un concetto ripreso
persino dal Divin Poeta quando racconta dell’inferno come di un luogo freddo,
inospitale e di inaudita sofferenza. Che
i nostri antenati non fossero trogloditi vestiti di pelli grezze e che fossero perfettamente in grado di calcolare
l’inclinazione dell’asse terrestre già da alcuni secoli prima di Cristo, lo
sappiamo con certezza e, proprio come ipotizzato per la questione del ciclo
precessionale, nessuno ci vieta di pensare che , data la semplicità del metodo
di rilevazione (uso dello gnomone), questa abilità fosse stata appresa
dall’uomo e poi perfezionata durante chissà quanti anni, o
forse secoli, prima di Enopide di Chio. Se quindi i nostri ragionamenti sui
numeri contenuti nel Libro di Daniele trovassero ulteriori e più titolate
conferme, dovremmo alfine arrenderci all’evidenza e non potremmo più negare
l’arguzia e il livello di conoscenza scientifica raggiunta da uomini che fino
ad ora avevamo sbrigativamente bollato come primitivi; dovremmo pertanto
cominciare a considerare che essi avessero potuto valutare con sufficiente precisione la
variazione nel tempo dell’asse orbitale del pianeta e correlare ad essa
importanti cambiamenti del clima per poi contrassegnare, col linguaggio del mito arcaico, le
loro conoscenze e le loro ‘profezie’.