La perpendicolarità dell'asse terrestre col piano dell'eclittica: reale fenomeno planetario o abbaglio dei mitografi?
Odilon Redon. La caduta di Fetonte
Introduzione
Lo schema del grande fuoco, preceduto dall’equilibrio della fase aurea,
secondo le analisi sviluppate nel sito Axis Mundi, rappresenterebbe i grossi cambiamenti
climatici conseguenti al ciclo
stagionale che a sua volta sarebbe stato provocato dallo spostamento dell’asse
terrestre combinato ad altri minimi fenomeni orbitali, fenomeni tanto ridotti
che gli esperti li hanno ignorati e ritenuto insignificanti per tanto tempo. Una serie di fattori astronomici in stretta concomitanza
fra loro, avrebbe provocato l’alternanza del caldo estivo (il
fuoco del mito, per l’appunto) e del freddo invernale, fattori decisivi per lo
sviluppo dell’agricoltura e della pastorizia. I ritmi delle attività umane si
regoleranno e consolideranno successivamente intorno a questa importante
caratteristica climatica: le stagioni, che forniranno all’uomo la possibilità
di costruire, sull’accumulo delle risorse alimentari, le prerogative della
propria sopravvivenza e del successivo incremento demografico.
Una
catastrofe recente o un abbaglio collettivo?
Ciò che però sembra sfuggire alla nostra perspicacia è il periodo effettivo durante il quale sarebbe realmente avvenuto questo importante stravolgimento climatico e si sarebbe verificato su tutto il pianeta il ben noto fenomeno dell’alternanza stagionale. Andrea Casella e Marco Maculotti, stabiliscono come data di riferimento l’Era dei Gemelli (quando La vergine occupava il coluro soltiziale estivo), indicando pertanto la data (approssimativa) di 4500 anni a.C. E qui i nostri conti, confermati dai numeri riportati nel Libro di Daniele, non paiono in sintonia coi due Autori. Da tener presente, in questo caso, è il fatto che la fine dell’Età dell’Oro sarebbe astronomicamente determinata (secondo gli Autori citati) dallo spostamento della via ascendente che originariamente, cioè durante l’Età dell’Oro, era stata identificata con la Via Lattea. In sostanza, sempre secondo il parere degli Autori in questione, in questo periodo si sarebbe verificata l’inclinazione dell’asse terrestre, fenomeno che l’astronomia ufficiale avrebbe anticipato di parecchio tempo. Secondo noi, invece, non si sarebbe trattato di un movimento rapido, ma casomai lento, corrispondente al fenomeno dell’obliquità dell’eclittica, la cui misura attuale, 23 gradi e 27 primi, si sarebbe potuta calcolare, con le dovute approssimazioni, già diversi secoli prima di Cristo (Enopide di Chio). A rafforzare questa nostra idea, sta il fatto incontestabile che a piccole variazioni dell’inclinazione dell’asse terrestre corrisponderebbero forti cambiamenti climatici. Andiamo comunque, con ordine, andando a ripescare alcuni punti controversi del post su Axis Mundi dal titolo: ‘Il significato dell’Età dell’Oro. Astrea e la caduta di Fetonte’’, a firma di Andrea Casella.
L’Autore comincia la sua
analisi ricordandoci che il mito dell’Età dell’Oro è stato menzionato nei testi
sacri di molte tradizioni, per poi giungere alla nostra epoca per bocca e penna
di poeti e antichi cantori.
PREMESSA. “Tutti i popoli del mondo – scrive il Casella – hanno raccontato come fosse una favola, il mitico Primo Tempo dell’umanità, un periodo di abbondanza e armonia in cui gli déi camminavano sulla terra con gli uomini.” Ancor oggi, nel lessico popolare con questo appellativo si usa indicare un’epoca di fasti, glorie passate e di equilibrio sociale. Anche a nostro avviso, la celebre formula poetica nasconde ‘sotto il velame di versi strani’ ben più concreti contenuti astronomici. Così continua Andrea Casella: “La nostra era, quella dei Pesci, iniziata intorno all’anno zero (Zero Pesci), in precedenza era stata l’Era dell’Ariete e ancor prima, l’Era del Toro (4200 anni a.C.). Circa 6500 anni precedenti la venuta del Cristo, poco prima dell’alba dell’equinozio di primavera avremmo visto splendere nel cielo le stelle del segno dei Gemelli, mentre al solstizio d’estate avremmo potuto ammirare sorgere eliacamente il segno della Vergine (Astrea), all’equinozio autunnale la costellazione del Sagittario e al solstizio d’inverno quella dei Pesci. Erano dunque questi i quattro pilastri che reggevano il mondo quadrangolare degli antichi osservatori del cielo, alla fine dell’Età dell’Oro. Si dice infatti che la Vergine celeste, in quel tempo, camminasse fra gli uomini distribuendo pace e giustizia. Alla fine del penultimo Manvantarah, non a caso Vishnù appare sotto forma di pesce” e , aggiungo io , anche dalle catacombe romane e da scavi effettuati nei dintorni, ci giungono vari reperti che raffigurano animali comuni dotati di coda di pesce.
In genere, gli archeologi non hanno mostrato attenzione per queste lastre di pietra scolpite a mano, forse perché incapaci di fornire una qualche interpretazione. In questo senso, le successive parole del Casella paiono suggerire qualcosa di importante: “Vishnù-pesce annuncia a Satyavrata (Manu) che presto il mondo sarebbe stato sommerso dalle acque (diluvio) e che, per salvarsi, egli avrebbe dovuto rifugiarsi in un’arca (legno di frassino per la mitologia nordica. E qui torna il motivo/simbolo del legno).
Il dato davvero dirimente ce lo forniscono tuttavia De Santillana e la Dechend (paragrafo tratto da Il Mulino di Amleto): ‘Al tempo Zero (è la definizione indicante lo Zep Tepi egiziano) i due cardini equinoziali del mondo erano stati quelli dei Gemelli e del Saggitario, tra i quali si estendeva l’arco della Via Lattea’. L’immagine dell’arco sfavillante della Via Lattea teso fra i cardini equinoziali esprime chiaramente il concetto di via (ascendente e discendente) aperta: ecco perché uomini e dèi potevano incontrarsi! Viene dunque sottolineato come la virtù dell’Età dell’Oro fosse in senso cosmico la coincidenza del punto d’incrocio fra eclittica-equatore celeste e eclittica-Galassia, che raccordavano il nord e il sud del firmamento. “Come detto - prosegue il Casella – la Vergine celeste sorgeva eliacamente al solstizio d’estate portando in mano una spiga di grano (la stella detta Spica è infatti l’astro principale della costellazione) come nunzia della mietitura”. A suo giudizio, pertanto, questa epoca (circa 6000 a.C.) avrebbe visto nascere l’agricoltura; ma questa datazione rimane per noi incerta, perché non risulta confermata da precisi studi di settore (Antropologia, Biologia), nei quali si tende invece a collocare l’origine di questa fondamentale tecnica di coltivazione, intorno a 10-12000 anni fa o , secondo studi più recenti, addirittura a 21000 anni prima di Cristo, e non perciò in corrispondenza dell’ultima Era dei Gemelli.
Leggiamo ancora su Axis
Mundi: “Scrive Robert Graves (nell’introduzione
a I miti greci), meno attento alla
questione delle date: ‘In tutta l’Europa neolitica le credenze religiose erano piuttosto omogenee e tutte basate sul culto della dea madre dai
molti appellativi: L’antichissima relazione fra la Vergine e il Sole, giunge
attraverso i meandri del tempo fino a periodi relativamente recenti,
riversandosi nella dottrina iniziatica dei Misteri Eleusini, con Demetra che
partorisce Dioniso. Ora, è fin troppo noto
che l’Età dell’Oro vide come suo sovrano Kronos-Saturno (figlio di Gaia e di
Urano stellato). I Saturnali potrebbero allora esser stati, più che una
festa antropaica in cui si sovvertivano
i ruoli sociali, una commemorazione di quell’aureo tempo mitico in cui non
c’erano distinzioni tra dèi del
firmamento, uomini della terra e
spiriti. Si potrebbe, a tal proposito, condurre uno studio comparato su tutte
le festività arcaiche, il cui significato primordiale potrebbe essere
soprattutto astronomico e astrologico; significato che in seguito si perse
nell’apparenza di una ritualità dedicata alla vegetazione, all’agricoltura
organizzata, al grano e alla fertilità (Frazer). Risulta alquanto significativa anche la ritualità
degli indiani (d’America) Cherokee
( J. Frazer
. Il ramo d’oro. Pag 585) i quali raccontano di un’antica disperazione umana
per la perdita dei punti cardinali del ‘campo celeste’. Andrea Casella commenta così : “Come si sa, quella
condizione aurea venne meno intorno al
4500 a.C. . Di questa tragedia è rimasto un pallido ricordo che narra di un
incendio della terra.” E di
quello sconquasso parla anche la vicenda di Fetonte. Fetonte convinse un giorno
suo padre, Helios, a lasciargli condurre il suo carro.
Sfortunatamente, durante il tragitto i cavalli si imbizzarrirono, spaventati
dagli animali dello zodiaco e Fetonte finì la sua corsa andando incontro alla
morte, mentre il carro si rovesciava e incendiava tutta la terra.Così Manilio in Astronomica I° ( pg.
748-749): “ Il mondo prese fuoco e in nuove stelle accese chiaro ricordo di suo
fato reca”. Che le peripezie di Fetonte non fossero solo il pretesto per una
storiella moraleggiante lo dimostra anche Platone per bocca di un sacerdote
egizio (Timeo 22c-d) che conversando con Solone rivela: “Ci sono state molte
catastrofi per l’umanità e molte ancora
ve ne saranno, le più grandi dovute al fuoco e all’acqua, altre meno gravi
provocate da infinite cause. Ciò che si racconta per esempio anche da voi e che una volta Fetonte, figlio del Sole,
dopo aver aggiogato il carro del padre
ed essendo incapace di guidarlo lungo il percorso stabilito dal
genitore, fece bruciare tutto ciò che si trovava sulla terra e morì lui stesso
fulminato”. Giustamente Andrea
Casella ricorda che la vicenda di Fetonte si tramanda sotto forma di mito, mentre la verità è che
si dà una deviazione dei corpi che si muovono nel cielo intorno alla terra e
una distruzione di ciò che si trova sulla terra, per un eccesso di fuoco. Ma
cos’è, più precisamente, questo fuoco ? Sembra qualcosa che abbia a che fare
direttamente col cielo. “Questo fuoco , conclude il Casella, non è altro che il
coluro equinoziale di cui abbiamo parlato, corrispondente al cerchio massimo
passante per i poli celesti e i punti equinoziali, e che , nell’Età Dell’Oro,
coincideva con la via Lattea, tenendo uniti saldamente l’Equatore celeste e
l’eclittica. Gli Aztechi consideravano Castore e Polluce, le due stelle
principali della costellazione dei Gemelli, i primi bastoncini da fuoco, quelli
da cui l’umanità aveva imparato come produrre la combustione per sfregamento”. Per Andrea Casella
insomma, tutto sembra abbastanza chiaro,
a patto di considerare che nell’Età dell’Oro, il primo termine dell’arco
equinoziale della via Lattea era posto nei Gemelli.
Tornando al pezzo su Axis Mundi (Approfondimenti su Il fuoco celeste, Kronos, Fetonte e Prometeo) si è dunque visto che nell’Età dell’Oro le tre grandi linee celesti erano unite a costituire l’armatura-asse del mondo. La via che collegava, la terra dei vivi, il cielo e il regno dei morti, era aperta e non vi era distinzione fra uomini in carne ed ossa e immortali. Il problema rimasto insoluto riguarda perciò l’esatta cronologia in cui questa epocale separazione cosmica sarebbe avvenuta, poiché il segno dei Gemelli, quello a noi più prossimo, al quale in tutta evidenza si riferisce il Casella, (cioè al tempo di circa 8000 anni fa o, 6000 anni prima di Cristo.) non sembra trovare conferme nelle soluzioni delle moderne discipline scientifiche.