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domenica 14 novembre 2021

Diluvi, cataclismi ed altre leggende (Quinta parte)

             

 La profezia di Daniele  La prima parte qui

 La posizione della scienza ufficiale, ovvero, l’ apporto della geologia e                      dell’antropologia

   Oltre le divergenze con le ricerche più attuali del ramo antropologico, bisogna aggiungere che un cataclisma su ampia scala,  provocato dallo spostamento repentino dell’asse terrestre non sarebbe potuto rimanere celato alle moderne indagini  geologiche. Secondo gli esperti di questa disciplina infatti, eventuali precipitazioni e conseguenti diluvi di portata apocalittica andrebbero correlati a  periodi immediatamente posteriori  alla grande glaciazione di Wurm (che poi prende nomi diversi a seconda del luogo in cui si è verificata); a quanto registrano le rilevazioni geologiche, questi periodi di lento intiepidimento del clima, si sono indiscutibilmente verificati  non meno di quindici-diciassettemila anni prima della Nascita di Cristo.

 Secondo l’articolo da noi preso in esame nel link sopra, piccole variazioni dell’asse terrestre, nell’ordine di un grado ogni ventimila anni, avrebbero provocato un primo accumulo di ghiacci che, in seguito a valori in apparenza irrilevanti dell’inclinazione dell’asse terrestre (24,5°-23,5°), si sarebbero progressivamente ritirati. Fatto curioso è che, in risposta all’approssimazione del Casella (post precedente), Geologia e Astronomia vanno a collocare le loro datazioni  (in rapporto all’ultima grande glaciazione di 26000 anni fa),  proprio nei periodi più vicini alla versione mitologica induista e biblica.

Dallo schemetto (Fig A) che ci siamo presi la briga di realizzare, si evincono limiti e durata dei vari Yuga dell’ultimo Manvantara (Renè Guenon . Forme tradizionali e cicli cosmici-Edizioni Mediterranee), e si possono stimare  chiaramente le date di 19000 anni solari precedenti il punto ‘Zero Pesci’ (In pieno Kali Yuga),  poste alla fine dell’Età dell’Argento che si interpone coi suoi 19000 anni fra l’Età dell’Oro e quella del Bronzo e Acciaio (19000+19000= 38000). Stiamo, ovviamente, parlando della classificazione guenoniana e non della nomenclatura  ufficiale fornita dagli antropologi per le varie età dell’evoluzione sociale umana.         

https://scienzapertutti.infn.it/chiedi-allesperto/tutte-le-risposte/1918-0417-come-varia-l-inclinazione-terrestre-nel-tempo  

    Secondo quanto letto finora rispetto le conclusioni del pur pregevole Andrea Casella, ritengo di poter dire vi siano nel suo articolo alcuni punti  controversi. Primo fra tutti quello delle date riportate in questo passaggio: “La condizione aurea venne meno intorno all’anno 4500 a.C. Di questa tragedia – egli scrive – è rimasto solo un pallido ricordo che narra di un incendio della terra.” Di quel dramma parla anche la vicenda di Fetonte che ci giunge da un’epoca lontana, secondo noi ben più lontana da quel ‘4500 a.C’. Non vi sono infatti riscontri scientifici, o evidenze geologiche di alcun tipo a conferma di una catastrofe di portata pari a quella ipotizzata dal Casella nel 4500 a.C..

   Ho creduto più ragionevole pensare che queste narrazioni mitiche (Fetonte, Prometeo) abbiano avuto origini assai più remote, poiché avrebbero potuto far riferimento a fenomeni registrati entro precisi fasi geologiche, dovute a variazioni climatiche di un certo rilievo (glaciazione di Wurm) e astronomiche, a loro volta provocate dal lento movimento di inclinazione assiale terrestre conosciuto come Obliquità dell’eclittica. Quando certi autori parlano di un tempo in cui equatore celeste ed piano dell’eclittica corrispondevano perfettamente  (grado dell’Obliquità dell’eclittica= 0, non si era cioè verificata l’inclinazione assiale di 23° e 27’ e la terra ruotava in perfetto assetto perpendicolare rispetto al sole), pongono come certezza un dato non realistico, ma metafisico. Una tal perpendicolarità, se mai vi fosse stata, non si sarebbe certo verificata in epoche recenti (le conseguenze avrebbero infatti lasciato tracce indelebili ed evidenti all’indagine geologica) ed è pertanto ovvio che le leggende che parlavano di via ascendente aperta e di uomini che camminavano con gli dèi, fossero mitizzazioni riferite a qualcos’altro o , semmai, a un periodo in cui l’asse terrestre avesse certamente preso un’ inclinazione minore, ma sempre entro i suoi limiti naturali di 22° e 30’. Che questo fenomeno fosse perciò accaduto appena seimila anni fa sembra una conclusione del tutto arbitraria coniata dall’articolista di Axis Mundi. Ciò di cui invece parla l’astronomia moderna, senza lasciare margini di dubbio alcuno, è che l’asse terrestre, nelle ultime centinaia di migliaia di anni,  ha sempre oscillato entro margini conosciuti e compresi fra 22,5 e 24,5 gradi in un tempo di circa 40.000 anni solari. Alcuni recenti studi attestano che forse maggiori inclinazioni possono essersi verificate in precedenza, ma in un tempo di milioni di anni (addirittura un’ottantina, secondo alcuni studi). Insomma, il livello della variazione dell’Obliquità dell’eclittica pare esserci stato, sebbene in misura ridotta; eppure  è la stessa scienza  a dichiarare che ciò sarebbe stato sufficiente a produrre forti mutamenti del clima. In un tempo però estremamente lento, sia chiaro. A noi tuttavia, basta questo semplice ma inconfutabile dato per attribuire un senso di scientificità  alle parole del mito. Abbiamo cercato così di verificarne l’ attendibilità trovando, in un approccio alla questione di tipo multidisciplinare, perfino corrette analogie con le intuizioni di René Guenon e con la  cronologia del cosiddetto ‘ultimo Manvantarah’. Siamo partiti perciò, da alcune evidenze  non suscettibili di interpretazione.                           

                    Ciclo dell’Obliquità dell’eclittica: le intuizioni di Renè Guenon

   Anzitutto è bene chiarie che il piano dell’eclittica, cioè dell’orbita terrestre attorno al sole, non resta fisso nel tempo a causa di molte perturbazioni e influssi gravitazionali planetari: da qui le variazioni periodiche dell’obliquità  nell’ordine di un grado d’inclinazione per ogni 20.000 anni circa. Ciò ne determina una diminuzione progressiva di circa 0”,469 secondi all’anno che la porterà fra circa 9300 anni al suo minimo di 22° 38’. La precisione di queste rilevazioni era pressoché sconosciuta agli ‘astronomi’ di quelle epoche remote, benché il loro intuito si fosse spinto a certificare e registrare nozioni astronomiche estremamente avanzate. Se pure con arrotondamenti e approssimazioni, bisogna rendere merito alla loro superlativa perizia nel trattare, per così dire,  gli affari degli déi. Per gli antichi osservatori del cielo, ammesso che avessero effettuato i loro calcoli col necessario zelo, il ciclo completo  del fenomeno di variazione dell’inclinazione dell’asse terrestre, si sarebbe spalmato su ben quattro gradi: due di incremento (fino a raggiungere il valore massimo di 24° 30’), e due di decremento/ritorno, dopo i quali le stelle – in un tempo di circa ottantamila anni solari, avrebbero occupato ancora una volta le originarie sedi celesti (Nel linguaggio favolistico: ‘esse sarebbero tornate a casa’).                                                                                                                                                          Fig B

Nella Figura B, abbiamo provato a raffigurare il ciclo temporale di questo movimento assiale evidenziando col colore verde un balzo temporale all’indietro di diciannovemila anni , da a a b1, quel tempo cioè che i testi biblici nelle loro scritture apocalittiche hanno chiamato ‘grande tribolazione’  (in realtà la proiezione polare dell’asse terrestre  delinea nel cielo un linea curva piuttosto breve e irregolare). Nello spicchio di grafico in azzurro (da b1 a b2),  abbiamo segnato un  arco di settemila anni solari, ad indicare il periodo in cui avremmo trovato il pianeta prigioniero della morsa  impietosa della glaciazione di Wurm, al suo culmine massimo. Il punto b1 corrisponde infatti alla massima inclinazione assiale,  stimata oggi intorno al valore  di 24° 30’ (leggi 24 gradi e trenta primi). Anche per gli antichi questo dato doveva risultare abbastanza chiaro, benché l’approssimazione di allora non poteva essere migliore di quella rilevata al giorno d’oggi con strumenti tecnologicamente superiori. Nessuno nega l’utilità e l’efficacia dell’apporto tecnologico, ma fin da allora le idee sulla variazione assiale terrestre, dovevano avercele piuttosto chiare! 

                  L’inclinazione dell’ Axis Mundi cambia l’esposizione al calore 

   Per effetto dell’inclinazione assiale, la terra riceverebbe diverse quantità di calore solare, oltreché di luce. Secondo una diffusa opinione fra studiosi, roba peraltro abbastanza semplice da capire anche per non-specialisti del ramo, il fenomeno dell’inclinazione assiale, modificando l’equilibrio stagionale, andrebbe nei millenni a modificare la climatologia dell’intero pianeta. 

    Come può determinarsi un simile fenomeno di raffreddamento e  riscaldamento globale per effetto di poche ore di calore al giorno? 

E’ in realtà la differenza climatica fra estati  e inverni a determinare, e ad aver determinato 80.000 anni fa, un primo stadio di stasi climatica, al quale sono seguite, in concomitanza con un altro fenomeno planetario, fasi di progressivo raffreddamento fino alla grande, ultima glaciazione di Wurm, a circa 26000 anni dall’epoca attuale. Ma andiamo con ordine.  

    Pressappoco sessantamila ani fa  l’inclinazione dell’asse terrestre  era ben assestata a 22° 30’ (22 gradi e trenta primi circa. Ma si può trovare anche la definizione  22,5° , che è la stessa cosa), in una  posizione in cui i raggi solari determinavano giorni e notti piuttosto simili fra loro rispetto ad oggi. Il che non significa che fossero uguali! Non si trattava però, di un orientamento perfettamente perpendicolare fra asse terrestre ed eclittica, a causa della quale, come vorrebbero molti mitografi,  le giornate sarebbero state costantemente uguali alle notti con pari irradiazione di luce e ombra per ogni giorno e quindi con una forte corrispondenza delle fasi stagionali, che a questa inclinazione estrema dell’asse terrestre, non sarebbero esistite. A provocare lo sbalzo climatico capace di determinare nette discrepanze climatiche ai cicli stagionali, occorrono perciò variazioni di pochi gradi o – come vedremo in seguito -  di poche frazioni di grado di inclinazione assiale. Non è quindi assolutamente necessario che il pianeta si ribalti di ventitré gradi per provocare effetti rilevanti  sul clima. In realtà, e qui la scienza si pronuncia in un coro unanime, dopo circa 20.000 anni dal punto di minima inclinazione dell’ Obliquità dell’eclittica (22° 30’), avremmo trovato l’asse terrestre  inclinata di circa un grado (cioè  a  23° 30’). In cifra goniometrica, è’ pressappoco questa la posizione attuale dell’ asse terrestre che peraltro, differisce dalla precedente (40.000 anni prima aumentava) per il movimento in chiara diminuzione. 

Fig C


 
    Mentre nei 20.000 anni successivi all’inclinazione minima, i gradi presero ad aumentare (allora come oggi il giorno differiva da un minimo a un massimo stagionale di quattro ore) attualmente i gradi di inclinazione stanno diminuendo e l’asse terrestre risulta inclinata, come detto,  di  23° e  27’. Torniamo dunque  al tempo di  circa 40.000 anni fa, che nella Figura B abbiamo indicato col punto C, diametralmente opposto ad a. Man mano che i secoli trascorrevano, il divario fra ore diurne e ore notturne si incrementò fino al punto da noi indicato in b2. In sostanza, da C a b2  lo scarto fra giorno e notte si  proiettò sulle fasi stagionali ( estate-inverno ) dimodoché a inverni più rigidi corrisposero estati molto calde, in cui, senza l’apporto di altri fattori, l’esposizione solare sarebbe riuscita a sciogliere tutto il ghiaccio accumulato d’inverno. Ma, evidentemente, vi era nella posizione fra terra e sole, un elemento di disturbo che provocò un deciso aumento del freddo sull’intero globo terrestre.  Il punto b2, nella figura B, rappresenta per l’appunto il momento geologico di massima espansione della coltre di ghiaccio, noto come  glaciazione di Wurm, periodo durato stabilmente per settemila anni (nel grafico in figura B indicato con l’arco b1-  b2). Cosa è avvenuto, dunque, nell’intervallo temporale di circa 20.000 anni in cui l’inclinazione assiale si è portata da 23° 30’ a circa 24 gradi e mezzo (24° 30’)? Anzitutto è avvenuto che lo scarto fra durata del giorno e della notte si è incrementato fino a raggiungere livelli massimi. L’incremento della differenza di durata di giorno e notte, significa sostanzialmente che la notte era divenuta sensibilmente più lunga al solstizio d’inverno e così anche il giorno al solstizio d’estate. Erano nate le stagioni! Nonostante ciò l’accumulo di ghiacci raggiunse la sua espansione polare e  continentale massima, pertanto dobbiamo dedurre che nel frattempo fosse avvenuto qualche altro evento a modificare l’iniziale condizione di equilibrio. A questo punto, cioè dopo aver raggiunto l’apice (b1 e b2)  della scala relativa all’inclinazione assiale, cominciò il ciclo inverso: lo scarto/differenza fra notte e giorno prese a diminuire,  le notti nel nostro emisfero iniziarono ad accorciarsi così come le ore diurne, mentre l’asse terrestre, l’Axis Mundi, cominciava una lenta inclinazione dalla parte opposta, in un lentissimo movimento di ritorno che però bisogna relazionare ai tempi in cui la terra, seguendo la sua orbita,  passava a volte più vicino al sole (Perielio), a volte più lontano (afelio). In parole povere, dopo l’inclinazione massima di 24° 30’ incominciò il lento movimento di inversione dell’Obliquità dell’eclittica, per cui le estati divennero più calde e gli inverni meno freddi,  al punto di cominciare a consumare lo strato di ghiaccio formatosi precedentemente. I dettagli sono ben spiegati nei rapporti del giovane astronomo serbo Milutin Milankovitch, del quale scriveremo più dettagliatamente nelle prossime pagine.  

lunedì 1 novembre 2021

Il profeta Daniele alle prese con l'Axis Mundi (Quarta parte)

 La perpendicolarità dell'asse terrestre col piano dell'eclittica:                                               reale fenomeno planetario o abbaglio dei mitografi? 

                                                                                                                        Odilon Redon. La caduta di Fetonte

Introduzione

   Lo schema del grande fuoco, preceduto dall’equilibrio della fase aurea, secondo le analisi sviluppate nel sito Axis Mundi,  rappresenterebbe i grossi cambiamenti climatici conseguenti al  ciclo stagionale che a sua volta sarebbe stato provocato dallo spostamento dell’asse terrestre combinato ad altri minimi fenomeni orbitali, fenomeni tanto ridotti che gli esperti li hanno ignorati e ritenuto insignificanti per tanto tempo. Una  serie di fattori astronomici in stretta concomitanza fra loro,  avrebbe  provocato l’alternanza del caldo estivo (il fuoco del mito, per l’appunto) e del freddo invernale, fattori decisivi per lo sviluppo dell’agricoltura e della pastorizia. I ritmi delle attività umane si regoleranno e consolideranno successivamente intorno a questa importante caratteristica climatica: le stagioni, che forniranno all’uomo la possibilità di costruire, sull’accumulo delle risorse alimentari, le prerogative della propria sopravvivenza e del successivo incremento demografico.

Una catastrofe recente o un abbaglio collettivo?

   Ciò che però sembra sfuggire alla nostra perspicacia è il periodo effettivo durante il quale sarebbe realmente avvenuto questo importante stravolgimento climatico e si sarebbe verificato su tutto il pianeta il ben noto fenomeno dell’alternanza stagionale.  Andrea Casella e Marco Maculotti,   stabiliscono  come data di riferimento l’Era dei Gemelli (quando La vergine occupava il coluro soltiziale estivo), indicando pertanto la data (approssimativa) di 4500 anni a.C.  E qui i nostri conti, confermati dai  numeri riportati nel Libro di Daniele, non paiono in sintonia coi due Autori. Da tener presente, in questo caso, è il fatto che la fine dell’Età dell’Oro sarebbe astronomicamente determinata (secondo gli Autori citati) dallo spostamento della via ascendente che originariamente, cioè durante l’Età dell’Oro, era stata identificata con la Via Lattea. In sostanza, sempre secondo il parere degli Autori in questione, in questo periodo si sarebbe verificata l’inclinazione dell’asse terrestre, fenomeno  che l’astronomia ufficiale avrebbe anticipato di parecchio tempo. Secondo noi, invece, non si sarebbe trattato di un movimento rapido, ma casomai lento, corrispondente al fenomeno dell’obliquità dell’eclittica, la cui misura attuale, 23 gradi e 27 primi, si sarebbe potuta calcolare, con le dovute approssimazioni, già diversi secoli prima di Cristo (Enopide di Chio). A rafforzare questa nostra idea, sta il fatto incontestabile che a piccole variazioni dell’inclinazione dell’asse terrestre corrisponderebbero forti cambiamenti climatici.  Andiamo comunque, con ordine, andando a ripescare alcuni punti controversi del post su Axis Mundi dal titolo: ‘Il significato dell’Età dell’Oro. Astrea e la caduta di Fetonte’, a firma di Andrea Casella.

    L’Autore comincia la sua analisi ricordandoci che il mito dell’Età dell’Oro è stato menzionato nei testi sacri di molte tradizioni, per poi giungere alla nostra epoca per bocca e penna di poeti e antichi cantori.

PREMESSA.                                                                                                                                                                              Tutti i popoli del mondo – scrive il Casella – hanno raccontato come fosse una favola, il mitico Primo Tempo dell’umanità, un periodo di abbondanza  e armonia in cui gli déi camminavano sulla terra con gli uomini.” Ancor oggi, nel lessico popolare con questo appellativo si usa indicare un’epoca di fasti, glorie passate e di equilibrio sociale. Anche a nostro avviso, la celebre formula poetica nasconde ‘sotto il velame di versi strani’ ben più concreti contenuti astronomici. Così continua Andrea Casella: “La nostra era, quella dei Pesci, iniziata intorno all’anno zero (Zero Pesci), in precedenza era stata l’Era dell’Ariete e ancor prima, l’Era del Toro (4200 anni a.C.). Circa 6500 anni precedenti la venuta del Cristo, poco prima dell’alba dell’equinozio di primavera avremmo visto splendere nel cielo le stelle del segno dei Gemelli, mentre al solstizio d’estate avremmo potuto ammirare sorgere eliacamente il segno della Vergine (Astrea), all’equinozio autunnale la costellazione del Sagittario e al solstizio d’inverno quella dei Pesci. Erano dunque questi i quattro pilastri che reggevano il mondo quadrangolare degli antichi osservatori del cielo, alla fine dell’Età dell’Oro. Si dice infatti che la Vergine celeste, in quel tempo, camminasse fra gli uomini distribuendo pace e giustizia. Alla fine del penultimo Manvantarah, non a caso Vishnù appare sotto forma di pesce” e , aggiungo io , anche dalle catacombe romane e da scavi effettuati nei dintorni, ci giungono vari reperti  che raffigurano animali comuni dotati di coda di pesce.                                                                                                                                                                

   In genere, gli archeologi non hanno mostrato attenzione per queste lastre di pietra scolpite a mano, forse perché incapaci di fornire una qualche interpretazione. In questo senso, le successive parole del Casella paiono suggerire qualcosa di importante: “Vishnù-pesce annuncia a Satyavrata (Manu)  che presto il mondo sarebbe stato sommerso dalle acque (diluvio) e che, per salvarsi, egli avrebbe dovuto rifugiarsi in un’arca (legno di frassino per la mitologia nordica. E qui torna il motivo/simbolo del legno).                                                                                                                                                             


  Il dato davvero dirimente ce lo forniscono tuttavia De Santillana e la Dechend (paragrafo tratto da Il Mulino di Amleto): ‘Al tempo Zero (è la definizione indicante lo Zep Tepi egiziano) i due cardini equinoziali del mondo erano stati quelli dei Gemelli e del Saggitario, tra i quali si estendeva l’arco della Via Lattea’. L’immagine dell’arco sfavillante della Via Lattea teso fra i cardini equinoziali esprime chiaramente il concetto di via (ascendente e discendente) aperta: ecco perché uomini e dèi potevano incontrarsi! Viene dunque sottolineato come la virtù dell’Età dell’Oro fosse in senso cosmico la coincidenza del punto d’incrocio fra eclittica-equatore celeste e   eclittica-Galassia,  che raccordavano il nord e il sud del firmamento. “Come detto - prosegue il Casella – la Vergine celeste sorgeva eliacamente al solstizio d’estate portando in mano una spiga di grano (la stella detta Spica è infatti l’astro principale della costellazione) come nunzia della mietitura”. A suo giudizio, pertanto, questa epoca (circa 6000 a.C.) avrebbe visto nascere l’agricoltura; ma questa  datazione rimane per noi incerta, perché non risulta confermata da precisi studi di settore (Antropologia, Biologia), nei quali  si tende invece a collocare l’origine  di questa fondamentale tecnica di coltivazione, intorno a 10-12000 anni fa o , secondo studi più recenti, addirittura a 21000 anni prima di Cristo, e non perciò in corrispondenza dell’ultima Era dei Gemelli.                                                                                                 

                                               L'arco temporale dal segno del Leone (A) all'Acquario (B) si estende per quasi 39.000 anni    

Leggiamo ancora su Axis Mundi: “Scrive Robert Graves (nell’introduzione a I miti greci),  meno attento alla questione delle date: ‘In tutta l’Europa neolitica le credenze religiose erano piuttosto omogenee e tutte basate sul culto della dea madre dai molti appellativi: L’antichissima relazione fra la Vergine e il Sole, giunge attraverso i meandri del tempo fino a periodi relativamente recenti, riversandosi nella dottrina iniziatica dei Misteri Eleusini, con Demetra che partorisce Dioniso.  Ora, è fin troppo noto che l’Età dell’Oro vide come suo sovrano Kronos-Saturno (figlio di Gaia e di Urano stellato). I Saturnali potrebbero allora esser stati, più che una festa  antropaica in cui si sovvertivano i ruoli sociali, una commemorazione di quell’aureo tempo mitico in cui non c’erano distinzioni  tra dèi del firmamento,  uomini della terra e spiriti. Si potrebbe, a tal proposito, condurre uno studio comparato su tutte le festività arcaiche, il cui significato primordiale potrebbe essere soprattutto astronomico e astrologico; significato che in seguito si perse nell’apparenza di una ritualità dedicata alla vegetazione, all’agricoltura organizzata, al  grano e alla fertilità (Frazer). Risulta alquanto significativa anche la ritualità degli indiani (d’America)  Cherokee ( J. Frazer . Il ramo d’oro. Pag 585) i quali raccontano di un’antica disperazione umana per la perdita dei punti cardinali del ‘campo celeste’.  Andrea Casella commenta così : “Come si sa, quella condizione  aurea venne meno intorno al 4500 a.C. . Di questa tragedia è rimasto un pallido ricordo che narra di un incendio della terra.”  E di quello sconquasso parla anche la vicenda di Fetonte. Fetonte convinse un giorno suo padre, Helios, a lasciargli condurre il suo carro. Sfortunatamente, durante il tragitto i cavalli si imbizzarrirono, spaventati dagli animali dello zodiaco e Fetonte finì la sua corsa andando incontro alla morte, mentre il carro si rovesciava e incendiava tutta la terra.Così Manilio in Astronomica I° ( pg. 748-749): “ Il mondo prese fuoco e in nuove stelle accese chiaro ricordo di suo fato reca”. Che le peripezie di Fetonte non fossero solo il pretesto per una storiella moraleggiante lo dimostra anche Platone per bocca di un sacerdote egizio (Timeo 22c-d) che conversando con Solone rivela: “Ci sono state molte catastrofi per l’umanità e molte   ancora ve ne saranno, le più grandi dovute al fuoco e all’acqua, altre meno gravi provocate da infinite cause. Ciò che si racconta per esempio anche da voi  e che una volta Fetonte, figlio del Sole, dopo aver aggiogato il carro del padre  ed essendo incapace di guidarlo lungo il percorso stabilito dal genitore, fece bruciare tutto ciò che si trovava sulla terra e morì lui stesso fulminato”.     Giustamente Andrea Casella ricorda che la vicenda di Fetonte si tramanda  sotto forma di mito, mentre la verità è che si dà una deviazione dei corpi che si muovono nel cielo intorno alla terra e una distruzione di ciò che si trova sulla terra, per un eccesso di fuoco. Ma cos’è, più precisamente, questo fuoco ? Sembra qualcosa che abbia a che fare direttamente col cielo. “Questo fuoco , conclude il Casella, non è altro che il coluro equinoziale di cui abbiamo parlato, corrispondente al cerchio massimo passante per i poli celesti e i punti equinoziali, e che , nell’Età Dell’Oro, coincideva con la via Lattea, tenendo uniti saldamente l’Equatore celeste e l’eclittica. Gli Aztechi consideravano Castore e Polluce, le due stelle principali della costellazione dei Gemelli, i primi bastoncini da fuoco, quelli da cui l’umanità aveva imparato come produrre la combustione  per sfregamento”. Per Andrea Casella insomma,  tutto sembra abbastanza chiaro, a patto di considerare che nell’Età dell’Oro, il primo termine dell’arco equinoziale della via Lattea era posto nei Gemelli.   

Tornando al pezzo su Axis Mundi (Approfondimenti su Il fuoco celeste, Kronos, Fetonte e Prometeo   si è dunque visto che nell’Età dell’Oro  le tre grandi linee celesti erano unite a costituire l’armatura-asse del mondo. La via che collegava, la terra dei vivi, il cielo e il regno dei morti, era aperta e non vi era distinzione fra uomini in carne ed ossa e immortali. Il problema rimasto insoluto riguarda perciò l’esatta cronologia in cui questa epocale separazione cosmica sarebbe avvenuta, poiché il segno dei Gemelli, quello a noi più prossimo, al quale in tutta evidenza si riferisce il Casella, (cioè al tempo di circa 8000 anni fa o, 6000 anni prima di Cristo.) non sembra trovare conferme nelle soluzioni delle moderne discipline scientifiche.

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