domenica 23 giugno 2024

Il reset della scuola

 Il reset della scuola, articolo tratto dal sito Critica Scientifica (Il blog di Enzo Pennette). 

Parliamo di scuola è bene quindi definire l’oggetto;  scuola deriva dal greco scholè che significa ozio.  L’ozio  è  il   tempo  libero  dal  lavoro, è quindi  il  tempo  delle  occupazioni  degli                uomini liberi , (Il che è profondamente diverso dal concetto di tempo libero) sono le attività degli uomini liberi in contrapposizione a quelle servili proprie appunto dei servi o degli schiavi. Il tempo libero è nell’accezione attuale un tempo di svago e distrazione, divertimento, ed evidentemente la scuola non può essere questo, il tempo libero dalle occupazioni è nell’antichità l’ozio, è un tempo in cui gli uomini sono liberi e in quanto tali si occupano delle cose di cui si occupano gli uomini liberi e cioè la arti liberali che furono codificate nel medioevo in quelle del Trivio e del Quadrivio: 

Grammatica, retorica, dialettica    –  aritmetica, geometria, astronomia, musica.

    Le arti liberali sono quelle nelle quali l’uomo libero si realizza nel senso aristotelico del compimento di una potenzialità in atto, questo è anche lo scopo della scholè, questo è ancora oggi lo scopo di quell’istituzione che chiamiamo scuola. La scuola deve in definitiva essere il luogo della cultura che etimologicamente ha la stessa radice di coltivare, in questo senso nella scuola è l’uomo che viene coltivato e fatto crescere ancora una volta esprimendo il passaggio dalla potenza all’atto. Se invece l’oggetto di cui trattiamo è un’istituzione che prepara al mondo del lavoro, fosse pure di alto livello, non possiamo parlare di scholè ma di istituti di formazione al lavoro, rispettabilissimi ma etimologicamente non sono schola, si tratta di luoghi dove non è l’uomo ad essere coltivato ma il lavoratore, si passa dall’essere fine a se stesso ad essere finalizzato ad un uso. In perfetto stile da neolingua si lascia dunque il termine scuola per svuotarlo di significato e riempirlo con un altro, la confezione dall’ esterno è la stessa ma è cambiato il contenuto.    Si tratta dunque di decidere quale tipo di percorso vogliamo, l’uno vede la persona come centro intorno a cui ruota tutta l’attività ed è orientato allo sviluppo delle potenzialità umane, l’altro è orientato alla fornitura di personale al mondo del lavoro, in questo secondo sistema il centro è il mercato e lo studente è la merce grezza che la scuola deve valorizzare. In definitiva in questa seconda accezione la scuola diventa un’industria manifatturiera di trasformazione di materie prime grezze (i vostri figli) in semilavorati di maggiore o minore pregio. In questa ottica ha ad esempio senso la consuetudine in voga negli Stati Uniti di investire, eventualmente con denaro preso in prestito, nell’istruzione dei figli che poi diverranno fonte di reddito proporzionata, in caso contrario si dichiarerà il fallimento per disavanzo economico. Quella che è in gioco nelle due visioni è propriamente una diversa antropologia, nella scuola l’essere umano è il fine in quanto nulla esiste di più importante dell’uomo, nella seconda il fine è il mercato eletto a principio naturale fondamentale e l’uomo è solo uno dei tanti esseri viventi che si deve adeguare a tale principio. Si tratta di passare da essere un animale politico, zòon politikòn, per fare riferimento ad Aristotele, ad animale e basta, cioè zòon, si tratta quindi di passare dalla dimensione della politica a quella della zootecnica, questa è l’antropologia che fa da sfondo allo snaturamento della scuola  avvenuto negli ultimi decenni.

La visione antropologica mercatistica coincide con quella di una dinamica animale attraverso la darwiniana legge della competizione e selezione naturale posta a principio della biologia, una legge senza la quale nulla in biologia avrebbe più senso in accordo ad un celebre, tra i naturalisti, detto del genetista Theodosius Dobzhansky. L’animale politico è caratterizzato dalla parola, il linguaggio simbolico che è caratteristica della sola specie umana a che permette la comunicazione di ciò che è giusto e ciò che è ingiusto e quindi permette di decidere le leggi dello stato, chi non ha bisogno di comunicare, restando sempre ad Aristotele, o è un dio oppure un animale, l’alternativa allo zòon politikòn è dunque solamente lo zòon, cioè l’animale senza parola, ed ecco quindi che dall’istruzione tende a scomparire proprio la parola per far posto a modelli esteri celebrati come desiderabili che usano le crocette da apporre a frasi preconfezionate, ecco scomparire il tema di italiano per lasciare posto ad articoli giornalistici o saggi pre-orientati verso un determinato e conveniente giudizio, si pensa ma solo come si deve pensare prima di non pensare più affatto e diventare solo contenitori da riempire con idee preconfezionate e propaganda politicamente corretta. Viene così introdotta la nuova educazione civica che altro non è che la dichiarata “agenda” 2030, cioè un vero e proprio programma politico imposto ma spacciato come qualcosa di universalmente desiderabile e ovviamente non criticabile, un’agenda fumosa quanto basta per non far capire che si tratta di un rimodellato sociale o “reset” come è più corretto dire oggi. Il linguaggio del mercato si è impadronito del luogo della cultura introducendo dirigenti scolastici al posto dei presidi, i debiti e i crediti formativi e sopra ogni cosa l’alternanza scuola lavoro, gli esami sono via via svuotati divenendo delle pratiche burocratiche cavillose dove il timore di ricorsi determina il voto finale più della valutazione dei docenti, una istituzione didattica di questo tipo non ha più la funzione della scuola se non in maniera residuale  e progressivamente in diminuzione.

    Il movimento graduale di destrutturazione dell’istituzione scolastica ha infine subito un’accelerazione impressa sotto la spinta dell’emergenza Covid, lo stesso Klaus Schwabe, direttore del WEF, nel suo “The Great reset” indica nella crescita esponenziale la caratteristica di questi fenomeni, la Didattica a distanza ha aperto una finestra che mostra un mondo dove un insegnante può bastare per centinaia di studenti e che può essere anche sostituito da una registrazione video, le valutazioni potranno essere effettuate con test centralizzati sviluppati e messi a punto in anni di prove dall’INVALSI. Questa istituzione educativa che abbiamo visto non può più essere definita scuola non è evidentemente un incidente di percorso e niente lascia presagire un ripensamento e tantomeno un cambi di rotta, la residua possibilità di fare “scholè” è lasciata alla libera iniziativa di gruppi sempre più diradati di insegnanti. La scuola potrà essere ripristinata solo con una inversione a livello legislativo e di quello che si chiama “stato profondo” la quale non potrà verificarsi se non dopo profondo rivolgimenti sociali e geopolitici. Nel frattempo quello che resta da fare è la realizzazione di strutture autonome dal Ministero nelle quali venga preservata la “scuola”, si tratta di riproporre quello che avvenne al tempo delle invasioni barbariche con i monasteri in cui la civiltà veniva preservata in attesa di poterla nuovamente edificare su un terreno più favorevole. Questo sarà un terreno fondato su una diversa antropologia dove l’essere umano è tornato ad essere un animale politico il quale è a sua volta fondato sulla parola, il logos, e non un homo oeconomicus fondato sul mercato, uno zoòn senza parola destinato alla zootecnia

martedì 18 giugno 2024

Apocalisse meditata

 In questi ultimi giorni, prossimi al solstizio estivo, abbiamo deciso di concederci una pausa di riflessione. 

   Disponiamo di analisi pronte per la pubblicazione, ciononostante riteniamo fosse giunto il momento di soffermarci meglio su altri aspetti di questo lavoro, limitatosi principalmente, e fino ad ora, a una prospettiva strettamente numerica in riferimento diretto all'astronomia arcaica. Nella lettura dell'Apocalisse di Giovanni, crediamo viceversa sia molto importante considerare altre angolazioni della questione, riguardanti l'autore, il luogo in cui era stato esiliato o quella in cui ha intenzionalmente ambientato il racconto; in particolar modo abbiamo concentrato la nostra attenzione sull'ubicazione delle sette chiese e sul motivo che l'avrebbe portato a ritenere l'Asia minore un luogo in cui dipanare lo scenario della sua narrazione, ovvero, la terra in cui risiedevano popolazioni anticamente dedite ai culti  oracolari di Apollo. Ed infatti, un po' come Apollo, o forse nel tentativo di emularlo a favore dei suoi numerosi devoti,  Giovanni si 'avventura' in una rivelazione finale che sa di profezia , come fosse una finestra aperta su futuri e catastrofici eventi. Qui l'astrologia/astronomia, potrebbe ricoprire sicuramente un ruolo centrale laddove compaiono computi  e misteriosi numeri, lasciando però un vasto campo aperto all'interpretazione e ai simboli strettamente amalgamati alle credenze e alla cultura dei locali. Insomma, in questo intervallo cercheremo soprattutto di incoraggiare una riflessione collettiva sul tema, chiedendo a coloro che ci hanno così fedelmente seguito , di compiere un piccolo sforzo in un impegno volto a produrre materiale e domande che ci riserviamo di vagliare con scrupolo per poi poter presentare un lavoro di più ampio respiro. Sono accettati richiami a post e analisi precedenti e per favorire coloro che volessero rispondere all'appello, o confrontarsi personalmente, cercherò di mettere a   disposizione - in alternativa al commentario di questo post - un ulteriore recapito telematico:  atzorifabio64@gmail.com

grazie per l'attenzione 


fabio pb

lunedì 6 maggio 2024

Hi-Tech


  - E' inutile, non prende.

-  Ma come ' non prende'. Qui in alto? Non c'è niente attorno, se non prende qui . . . 

- Ti dico che non prende. E' un'ora che provo, e se ti dico che non prende , non prende.

- Ma come facciamo adesso? Come facciamo ad avvertire gli altri?

- E cosa ci posso fare? Poi guarda, se non prende non prende. Questo dannato fuoco proprio non ne vuole sapere di accendersi. Vabbè, niente segnali di fumo per stanotte.

- Mannaggia! La prossima volta che vai in paese a caricare  fattela dare asciutta la legna. Per Manitù! 


Da : Fisica quantistica della vita quotidiana. Giorgio Paterlini - 2013


giovedì 28 dicembre 2023

giovedì 14 dicembre 2023

Le palle di Natale

 A Natale non c’è abete che non mi stia sulle palle. (Omaggio a Walter Matthau)

il brano è stato scritto in omaggio all'attore americano Walter Matthau, ovvero, al genere di personaggio più volte da lui interpretato nella sua memorabile carriera. Ho immaginato che un tipo scontroso, cinico e misogino, sulla bozza  delle sue più riuscite macchiette cinematografiche, fosse proiettato nel nostro mondo angustiato dalle logiche del  politically correct. Ho provato a costruire una meditazione fredda e distaccata sulla società contemporanea, proprio come  il burbero allibratore  della pellicola di Bernstein, 'E io mi gioco la bambina'. L'idea mi è venuta dopo aver letto il post 'Io amo il cinema' sul blog di Gus. Scrivere in quello spazio delle mie preferenze cinematografiche sarebbe stato lungo e noioso, mentre l' omaggio a un bravo attore, lo trovo di gran lunga più leggibile. Approfitto dell'occasione per fare a tutti i miei più cordiali  auguri di buon Natale. 

Fabio Painnet Blade 

   "La gente mi sta sempre sulle palle, ma a Natale posso dire che mi sta sulle palle anche di più. Più che a Pasqua, più che a Ferragosto; ai compleanni poi…ci sarebbe da ammazzarli tutti, questi gioiosi, con le loro torte burrose incatramate di cacao. Odio i pacchetti infiocchettati che promettono e poi non mantengono, poiché tanto 'quel che conta dev’essere il pensiero'. Ma quando mai il solo pensiero ha  contato qualcosa? Mi tengo a distanza di sicurezza da ogni cerimoniale festoso, germoglio d’ipocrisia. Le lacrimucce di circostanza, i “proprio non li dimostri, cara”, o quei mielosi “sei sempre così bella...”, non li ho mai digeriti. Le badilate di stronzaggini che si dispensano in tali occasioni mi fanno sempre rivoltare lo stomaco. Non sono un tipo simpatico, lo so. Ma non perché soffra di una misantropia congenita, semmai perché non credo affatto alla gioia del momento. Non credo alla felicità in generale, quel che ne vien fuori, intendo; forse quel che rimane dentro è di gran lunga migliore…Non v'è nulla di più prezioso delle cose celate, disse qualcuno*.  Per me il tempo buono è quello del ‘dopo’, il ‘durante’ non mi dice niente di speciale. Il dì della festa? Non ha alcun senso. Punto. 

 Delle cose della vita mi interessa parecchio il ‘dopo’. Il concerto di Capodanno? M’ha sempre lasciato indifferente, mentre al mattino, quando gli operai cominciano a smontare l’impalcatura e gli spazzini a raccattare le montagne di immondizia, io assaporo la malinconia dell’epilogo. Per me in quel preciso istante comincia l’eccitazione e mi capita di pensare: meno male, anche per quest’anno è andata. Una buona pellicola comincia a prendermi quando il nastro con i nomi degli attori ha terminato di scorrere, dopo le citazioni, i costumisti, le musiche e i ringraziamenti agli enti locali. Ogni inizio è un potente narcotico, nella fine vi è altresì un' energia nuova. Avevano ragione i saggi del tempo che fu: il tempo è ciclico e quel che comincia è sempre meglio di ciò che finisce. Neppure in vacanza riesco a rilassarmi, meglio un giro di vodka al bar dell’aerostazione, quando le turbine hanno smesso di fischiare e i pericolosi marchingegni hanno depositato i nostri culi sulla terraferma.

 Ottenere una vittoria è sempre una bella sfacchinata, val forse la pena vincere se prima devi farti un mazzo così? No, no… Meglio il dopo, e poco importa che il successo non sia tuo e sugli allori si gongoli qualcun altro. Meglio il dopo, in ogni caso, come quando senti lo scroscio dello sciacquone portarsi via fatti e misfatti della giornata, solo allora ti senti in pace col mondo. Svuotarsi gli intestini è una questione liberatoria, posteriore, - in tutti i sensi - mai antecedente. Forse questo mio godere del momento appena trascorso e della solitudine che in esso trae giovamento, è la vera causa del rapporto di merda col mio prossimo. E a Natale la ripulsa si fa ossessione. L’aria della festa mi da l’orticaria, che posso farci? Per me il momento buono viene quando rimango solo. L’ho detto.

- Perché non prendi un cane? Ti farebbe bene. Mi si consiglia spesso, con una stoccata di bonaria premura borghese.                                                                                                                                    - Come no. L’ho fatto a suo tempo, ma ho cominciato ad interessarmi a lui solo quando è schiattato sotto il battistrada di un autoarticolato. Prima di allora m’aveva sempre dato ai nervi. Dannata cagnetta! Meritava qualcosa di più come padrone ed io qualcosa di più come compagnia: in pratica stavo molto meglio senza. Ma l’ho capito dopo…dopo che ho veduto il suo muso spelacchiato appiattirsi su un groviglio di interiora rosa, sul selciato. Insomma, non sono il tipo adatto a tenere fra i piedi un piccolo, per quanto tenero, sacco di pulci. Raccoglierne le deiezioni poi, un vero supplizio; il sottile piacere lo lascio volentieri al vedovo del pianerottolo a fianco: un tipo dai modi cortesi ed odiosi, molto preciso e attento ai formalismi di maniera, a cui piace far di conto fuori e dentro l’ufficio pidocchioso in cui trascorre le ore della giornata. Ma quella di far quadrare i conti è una mansione che si è portato fin dentro le mura domestiche, dove – si dice - non lasciasse passare lo spreco di un solo centesimo. Il vicinato maligna che la consorte sia spirata anzitempo per disperazione, non volendole lui concedere alcun lusso o sperpero e centellinandole persino i pochi nichelini che di solito si lasciano al mendicante, sul sagrato della chiesa. Mi é capitato molte volte di osservare questo vecchio contabile inforcare il suo buon guanto in lattice e ingobbarsi sugli escrementi del proprio cane, uno scagaccione tutto coda e mandibole che sembra farlo apposta a cacargli attorno, proprio mentre passano le signore ingioiellate, quasi conosca alla perfezione i suoi modi da incorreggibile dongiovanni. Questi di norma, segue l’animale, col quale sembra aver rimpiazzato la più dispendiosa moglie, gli sta appresso metro dopo metro e si piega fino a terra per adempiere al suo quotidiano esercizio di buona creanza. Al primo mattino tuttavia, è assai meno sollecito a raccattar escrementi, cosa che non manca mai di fare in pieno giorno, quando invece pare assai più attento a non rovinarsi la reputazione di persona a modo; solo per questo motivo alla luce del sole è assai più coscienzioso con la merda del suo cane: e dagli con le genuflessioni, col guantino e con la quotidiana esibizione di impareggiabile disinvoltura manipolatoria. Ogni tanto, nel vederlo carezzare le digestioni canine, alcuni non riescono a trattenere il disgusto e con la mano sulla bocca, a mo’ di tampone, tirano avanti senza degnarlo d’uno sguardo. E che altro può suscitare un tale, stomachevole contegno? Solo a guardarlo desta compassione: mai e poi mai potrei tenere, ed ancor meno accudire, un tale impiccio sotto il mio tetto. 

   Stasera, il 24 dicembre, ho deciso di farmi una bella passeggiata in centro, a distanza di sicurezza dai luoghi dove le persone si addensano come afidi. I centri commerciali sfavillano di luci e sembrano invogliarti a scucire i tuoi ultimi risparmi. A me pare che questa folla sciami intorno ai mercati proprio nei momenti meno felici dell’economia, quando i telegiornali sfornano le peggiori previsioni e il portafoglio ti fa marameo dalla tasca lisa. Se non ci si può permettere nulla, la sola idea di spendere provoca una sottile frenesia masochistica a cui nessuno vuol rinunciare; così, a Natale, tutti si riversano per le strade a godere di questa strana vocazione. E come puoi fermarti a comprare qualcosa?: le facce di fuori ricordano il cipiglio sconsolato dei mocciosi anni Venti: berretto largo di due taglie calcato su riccioli aurei, occhi supplicanti e bava alla bocca davanti alle leccornie della pasticceria. Perché non portano i loro musi imploranti altrove questi infelici? Che ci posso fare se non sono un sadico? Non tutti amano gioire delle sfighe altrui. Acquistare qualsiasi cosa, in questo periodo dell’anno, mi innervosisce, provo quasi vergogna e allora, anche per questo Natale mi guarderò bene dall’idea di sperperare quattrini. Mi farò due passi solo per prendere una boccata d’aria, ci sarà pure un buon diavolo che del Natale se ne frega.

 Per le vie del centro mi imbatto invece nel solito via vai di faccioni inebetiti davanti alle vetrine sfavillanti: dentro i locali le commesse fanno i cruciverba. Quei pochi che osano interrompere i loro svogliati passatempi sono trafitti da sguardi d’invidia feroce. I fanciulli vengono strattonati come somari davanti ai multicolori arredi dei negozi di giocattolame, le scene si ripetono sotto i miei occhi e il biasimo per questa umanità corrotta mi lievita dentro.

 Neppure gli abeti riscuotono successo, giacciono accatastati col cartellino del prezzo appiccicato a rami che mai vedranno addobbi colorati. Il prossimo Natale la loro strage         – o una parte di essa - potrà essere evitata, una buona percentuale si salverà in attesa di tempi migliori. Guardo le palle che stanno sugli abeti e scopro che gli abeti mi stanno sulle palle più delle persone… a Natale. Mi sovviene un vecchio motto che invitava a piantare un albero per ogni nascituro. Se l’equazione fosse corretta, ad ogni Natale si dovrebbe registrare un preciso decremento demografico, dato il numero di piante destinate alle discariche. Mi si ricorda che non sempre la matematica c’azzecca. Mah! Non ne sono troppo convinto: il calo delle nascite nei paesi più opulenti è una scudisciata di pessimismo spalmata su tutti i mesi dell'anno. E hai voglia di seminare alberelli sull'intero pianeta! L'equazione non torna.  Mi fermo davanti al grosso schermo di una piazza cittadina, al momento trasmette il telegiornale dell’emittente che fa capo alla redazione di un quotidiano. Persino la piazza porta il nome della testata, manco fosse un caduto dell’ultima guerra. Il notiziario trasmette immagini da terzo mondo, in diretta televisiva dai teatri di violenza più gettonati. Spuntano volti emaciati, cornee giallastre infestate d’insetti, o ventri gonfi come bocce da bowling, ma solo nei luoghi caldi, mentre a settentrione il sangue è lo stesso, stessi drammi e stessa disperazione con  densi fumi neri sullo sfondo, come tetri sipari sullo spettacolo della Nera Signora, in replica perenne,  giunta dal cielo sul suo metallico destriero gravido di esplosivi . E poi roghi di morte, calcinacci imbiancati di polvere dove un tempo svettavano edifici, quartieri, città. Cazzo! Quanto ci azzecca la matematica a Natale. 



* Oscar Wilde

mercoledì 6 dicembre 2023

Controcorrente: Il re della foresta o no?

 Fra il serio e il (poi mica tanto) faceto.                                                                                                                                                                             
   Abbiamo visto nel precedente post  , che Aristotele non prendeva in considerazione descrizioni di fenomeni e leggi fisiche che fondassero il loro significato su condizioni ideali e completamente astratte, il che vuol dire anche : estrapolate da una realtà che si presentava con caratteristiche peculiari  e perfettamente osservabili (Ad esempio il movimento di un corpo privato dall'attrito naturale dell'aria, non si può osservare nella realtà, quindi il concetto è astratto). Ciò che intendeva chiaramente affermare il filosofo di Stagira, oggi tutt'altro che recepito a livello accademico, e che determinate astrazioni fossero del tutto improponibili nel contesto fisico reale. La nostra cultura tecnologica è invece fondata su leggi che propongono condizioni puramente astratte, condizioni cioè meno che improbabili sul nostro pianeta e ciò, quando non intervengono verifiche di carattere sperimentale, rende tali criteri talvolta indistinguibili dalle macchinazioni dell'ideologia di potere. Anch'essa, infatti, costruisce i suoi 'postulati'  su condizioni immaginate che non trovano riscontro nel mondo fisico. Il mito del 're della foresta', rappresenta una fra le tante astrazioni del pensiero ideologico, dove un modello (extra-biologico, quindi metafisico) non-reale viene imposto sulla base di una correlazione fittizia col dato empirico, che tuttavia fa comodo a una certa logica opportunistica . Pensiamo al modello di potere monarchico, al suo carattere essenzialmente verticistico che poggia sull'autorità indiscussa del sovrano. Per conferire attendibilità assoluta a questa astrazione, farla cioè apparire come determinazione naturale, ecco allora che occorre ideare un analogo modello, sostenuto da leggi naturali (in realtà si tratta di leggi non-empiriche perché, come vedremo più avanti, l'osservazione diretta propone altri e più significativi dati), fino ad un certo periodo considerate di esclusiva pertinenza divina. Allora è possibile che la natura venisse descritta con specifiche caratteristiche di comodo, affinché valesse un principio valido tanto nelle società degli uomini che in quelle degli animali .  Almeno gli antichi eruditi, cercavano questa analogia (Il:  'così sopra, così sotto) attraverso l'osservazione, quella sì meticolosa e scientifica, delle sempiterne dinamiche astrali. Chi dunque avrebbe mai dubitato dell'autorità del tiranno se il suo governo fosse posto sullo stesso piano dell'ordine naturale voluto da Dio (In tempi moderni voluto dalla scienza) ? Quale miglior modello si poteva dunque scegliere se non quello biologico predefinito dall'imperscrutabile autorità divina? 

 
Nullius in verba, ovvero, la scienza prima di tutto

    Prendiamo in considerazione  il mito del 're della foresta'. Questo concetto è dovuto soprattutto alla interpretazione ideologica promossa dalla  Royal Scientific Society, un' istituzione fondata  e sovvenzionata dalla corona britannica nel 1660 , proprio col fine di sostenere l’idea di una regalità, (quella del sovrano) perfettamente contemplata dalla natura e , ufficialmente proposta sulla traccia della filosofia baconiana. Proveremo a dimostrare che certe analogie appaiono fuorvianti ed oltretutto, alquanto superate. Per farlo cercheremo di capire se davvero il leone, re indiscusso della brughiera africana, goda degli stessi diritti e privilegi di un monarca.  Osserveremo quindi in chiave umoristica, ma non per questo meno attendibile, a quale destino andrebbe incontro il povero tiranno del bush africano se, anziché dare per scontata la prospettiva dominante, provassimo ad osservare nel tempo quanto durano i suoi 'privilegi di corte' e a quale carissimo prezzo esso deve guadagnarseli assieme all'agognato scettro del potere. Il quadro, ben chiaro agli etologi moderni, mette in evidenza la transitorietà del suo ipotetico dominio, le inaudite difficoltà a cui deve far fronte una povera bestia per garantirsi il primato per la discendenza e il sostentamento alimentare; cosa ben diversa dall'agevole regalità degli umani che poco ha da spartire – ribadiamolo - con quella decisa dalla natura. (La natura infatti, non prevede l'abdicazione, o la tranquilla uscita di scena per limiti d'età, del sovrano. La natura definisce l'alternanza di potere  in modo esclusivamente cruento. )


Il re della Foresta, figura ideologica costruita a tavolino, o rappresentazione  di un modello d'ordine naturale? (Di Fabio Painnet Blade)

 Il mito del Re della foresta? Ah ah. Frottole, datemi retta! Solo fandonie messe in giro per convenienza!

 A badarci bene questo altisonante titolo, al leone, glielo dovrebbe aver appioppato un biologo al servizio della corona britannica, spacciandolo com'è ovvio,  per insindacabile tesi scientifica. A conti fatti, però, l’equazione non torna. L’idea di fondo della supposta regalità leonina sarebbe dunque una costruzione immaginaria (Un'astrazione direbbe Aristotele) edificata su uno zoccolo di inaudite falsità. Non occorre grande arguzia per capire il vero ruolo del povero leone, sottomesso ai doveri di una nobiltà imposta dalla scienza degli uomini. Insomma, dopo averci convinto che la società degli umani sia simile, e talvolta perfino sovrapponibile, a quella delle bestie, tesi già dimostratasi poco attendibile, questo turpe inganno ha edificato la sua propaganda su congetture infondate, ammantandole a posteriori di spuria solennità accademica: s’è sempre detto con inaudita malafede che l’uomo, come il suo alter-ego della savana africana, avesse da soddisfare brame di virilità e potere sulla moltitudine diversificata delle femmine del branco, attraverso una promiscuità sessuale legata ad ineludibili finalità riproduttive. Ma ciò non si è rivelato corretto, in quanto s’è omesso di ricordare che la femmina della specie sfrutta meglio e a fondo tale opportunità, infatti essa può profittare di numerose occasioni da accoppiamento molto comodamente e per un tempo ben più lungo di quello del maschio, il quale oltretutto se lo deve guadagnare a suon di artigliate, o rinunciarvi del tutto.

 Per la femmina, il privilegio della promiscuità sessuale è una condizione conseguente ad ogni cambio di scettro che comporta delle buone opportunità,  come quella di accaparrarsi le attenzioni dell’esemplare più in forma del clan, e di farlo nel rispetto di quella legge dell’alternanza a cui son soggetti con troppa frequenza i capobranco di ogni specie; in realtà, dunque, la posizione di favore di una o più femmine durerebbe per tutta la vita e non solo per il breve periodo di una stagione che ad ogni anno solare correrebbe il rischio di concludersi violentemente e definitivamente. In sostanza, la parentesi riproduttiva nella vita di un singolo maschio (quella della dominanza e dei sollazzi) una volta espletati gli impegni più immediati (conflitti, alimentazione, malattie e quant’altro) si ridurrebbe ad un intervallo estremamente limitato nell’arco della propria esistenza. Pertanto sembra scontato che nel mondo delle bestie a  spassarsela  fino  in fondo   non  sia affatto il  maschio  adulto, bensì la femmina. In seno ad una comunità di mammiferi evoluti, come di uomini, la dominanza sarebbe dunque da intendersi come la peggiore delle fregature! Sono pronto a scommettere che le cose non vadano poi tanto bene neppure nell’habitat di specie meno nobili ... Per due o tre accoppiamenti  di un maschio, le femmine stanno in fregola per tutto il resto della vita: questo è il punto! E non c’è legge darwiniana che possa negarlo: esser ‘capo’, in sostanza, si riduce ad un gran brutto impiccio! Tornando al nocciolo della questione direi allora che i grattacapi annessi ad una tale, misera condizione, li dobbiamo essenzialmente al vezzo di voler servire contemporaneamente due padroni che si gongolano  nei guai che il povero uomo trae dai suoi romanticismi sentimentali. Ma per farlo, l’ho detto e ridetto, tali despoti debbono servirsi della donna! Entrambi i tiranni, possessori della nostra anima carnale, sembrano ben attaccati al loro scettro, irrinunciabile appendice di un’indole portata al comando ed al capriccio per il quale l' XY biologico è indotto a soddisfare contemporaneamente le brame della propria indomabile voluttà o i dettami dei più immediati istinti riproduttivi. Essi vivono un antagonismo latente e si affannano allo spasmo per prevalere sulla corruttibile volontà umana.                                                                          
Nelle figure  sopra e sotto:  ecco come il concetto si insinua nella cultura: libri illustrati per bambini, giocattoli e gioielli. 

              

 
















 

  


giovedì 30 novembre 2023

Cambiamento antropologico: una svolta di civiltà.

Transumanesimo  

"Il liberismo è una visione della società, e quindi una prospettiva antropologica, basato su un modello di essere umano  nella realtà  inesistente :  l’homo oeconomicus , che coinciderebbe con l’Homo sapiens della classificazione biologica, un essere  governato esclusivamente dalla ricerca del proprio vantaggio e capare di operare scelte razionali. Ma l’essere umano non è questo, o comunque, è molto, molto altro. "

"  Quello che l’ideologia transumanista propone è quindi un andare oltre il modello di uomo che conosciamo,  ma se facciamo riferimento ad Aristotele l’essere umano è un animale politico, uno zoòn politikòn, un essere che si distingue proprio per progettare e costruire relazioni sociali. L’esatto contrario che assecondare un modello naturale, e solo in due casi non c’è bisogno di essere animali politici: o ci si proclama dei o si diventa animali."         Il pensiero di Enzo Pennetta (Biologo e ricercatore)

dipinto  olio su tela (90x68 cm) in corso d'opera

 I l transumanesimo viene da molti intuito come prodotto del pensiero moderno, tuttavia sfuggono le sue motivazioni profonde e a maggior ragione i legami con l’ideologia nascosta. E' quindi importante illuminare queste connessioni. 

  Il liberismo è una visione della società, e quindi antropologica, che si basa su un modello di essere umano che nella realtà non esiste, l’Homo oeconomicus, il quale  coinciderebbe con l’Homo sapiens della classificazione biologica, un essere cioè, governato esclusivamente dalla ricerca del proprio vantaggio e capace di esprimere scelte razionali. Ma l’essere umano non è questo o, comunque, è molto altro! L’antropologia liberista, per attuarsi, si trova quindi nella necessità di cambiare la natura umana per adattarla all’ideologia di riferimento che punta ad istituire una società basata sulla riduzione dell’essere umano alla sola componente animale, passaggio necessario per poter istituire una sociobiologia.   

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Caricatura di Georg Wilhelm Friedrich Hegel 

     Parafrasando Hegel ‘se i fatti non si adattano alla teoria tanto peggio per i fatti’, emerge allora che dietro la promessa di realizzare un ‘superuomo’ ( Da non confondere con l'accezione usata da Friedrich  Nietzsche), termine che fa pensare ad un’elevazione verso un livello superiore, si nasconde un potenziamento di sole facoltà fisiche che fanno di lui, non propriamente un superuomo ma una super macchina sociobiologia che ha il principale scopo di eliminare o ridurre l’importanza delle componenti non materiali. Il termine transumanesimo  fu coniato da Julian Huxley (Padre di Aldous) e si riferisce all’uomo che trascende se stesso realizzando le sue potenzialità pur restando umano; si tratta però di una definizione ingannevole, infatti etimologicamente “transumano” significa che va oltre l’umano,  quindi, non più umano. 

   Il transumanesimo in senso moderno non vuol dire  aumentare le capacità fisiche dell’individuo, così come può fare la tecnologia, a meno di non intendere che l’invenzione della ruota, della lancia o dei vestiti fossero già transumanesimo; si tratta allora di modificare il corpo stesso dell’essere umano in quanto ritenuto difettoso, o incompleto. Quel che può sfuggire è il fatto che tra le caratteristiche ritenute difettose dell’essere umano  vi è la capacità di pensare e di progettare modelli sociali attraverso il linguaggio. Per il liberismo, viceversa, non esistono sistemi sociali da progettare, ma solo un modello naturale da assecondare , esattamente come avviene per le società biologiche.  Quello che l’ideologia transumanista propone è quindi un andare oltre il modello di uomo che conosciamo. Facendo invece riferimento ad Aristotele, vediamo che l’essere umano è di fatto un animale politico, uno zoòn politikòn, un essere cioè che si distingue proprio per progettare e costruire relazioni sociali, l’esatto contrario che assecondare un modello naturale, e solo in due casi non c’è bisogno di essere animali politici: o ci si proclama dei o si diventa animali. Nella società del transumanesimo in realtà avvengono entrambe le cose, una élite si autoproclama dio e il resto dell’umanità viene ridotta ad animale, tecnologico quanto si vuole, ma sempre animale.

    Un aspetto fondamentale del riduzionismo liberista è che tutto deve essere quantificabile e misurabile per mezzo di un’unità di misura unificante. La nuova unità di misura del tutto deve essere pertanto,  il denaro. Solo quando tutto avrà un prezzo la società basata sulla competizione e sulla selezione di tipo darwinista, potrà essere completata; deve così avere un prezzo la vita umana nascente e la vita da curare e salvare, tutto deve essere quantificato, anche quel che non è quantificabile, come la giustizia, il bene e il male, la bellezza.  A questo punto  ecco intervenire l’invenzione dell’Intelligenza Artificiale, i cui algoritmi forniscono risposte su tutti questi argomenti. L’AI non è altro che uno strumento per rendere computabile quello che non lo è, fornire risposte a questioni umane in base a criteri statistici e ottimizzazioni. In pratica con l’AI anche la giustizia, la bellezza, i gusti personali e le questioni etiche vengono ridotte a puro calcolo.
L’ultimo passaggio è quello in cui deliranti quanto costosi programmi di ricerca promettono l’immortalità inserendo la ‘coscienza’ entro supporti informatici, l’impresa è palesemente impossibile, ma il vero risultato è quello di far pensare che sia possibile, che quella cosa indefinibile che chiamiamo 'autocoscienza' sia trattabile con supporti materiali informatici e quindi anche essa in definitiva computabile.
   Con il transumanesimo la riduzione dell’essere umano a pura materia viene compiuto, l’ uomo viene adeguato all’antropologia liberista rendendo quest’ultima vera. La battaglia finale contro il liberismo è una battaglia per l’essere umano come esso è sempre stato finora, con il suo irrisolvibile mistero, tra il cyborg e quello che descriveva Chesterton: “Il signor Shaw non riesce a capire che ciò che è prezioso e degno d’amore ai nostri occhi è l’uomo, il vecchio bevitore di birra, creatore di fedi, combattivo, fallace, sensuale e rispettabile. E le cose fondate su questa creatura restano in perpetuo; le cose fon­date sulla fantasia del Superuomo sono morte con le civiltà morenti che sole le hanno partorite”.
   Questi i termini della questione, il primo punto da acquisire è che abbiamo di fronte un’ideologia disumana e disumanizzante, quella descritta da Pasolini in Salò e le 120 giornate di Sodoma, che ha come componente non casuale e non accessoria, la violenza e l’abbrutimento.
È un’ideologia e come tale va affrontata, il che significa contrapporre un’altra visione ideologica che deve essere forte, supportata scientificamente come l’altra lo è in modo fallace, e condivisibile da tutte le culture e tradizioni.

continua in un prossimo post dal titolo : Il re della Foresta, figura ideologica costruita a tavolino, o rappresentazione  di un modello d'ordine naturale? 


venerdì 20 ottobre 2023

Aforisma 2

 

" La Ragione ha i suoi validi motivi che la ragion di stato non ha motivo di (ri)conoscere

tratto da 'Anima(L) sindacalista'  

 

George Grosz: I PILASTRI DELLA SOCIETÁ, 1926


sabato 23 settembre 2023

"E i capi fecero l'offerta di dedicazione all'altare. . . " , Numeri 7: 10-12

 

    Offerte all'altare del Signore, o pretesto per registrare misure astronomiche ?


   I due post caratterizzati da un inconsueto taglio sperimentale nella formula di work in progress, ci hanno permesso di mettere in chiaro alcuni aspetti vincolanti rispetto alle capacità e conoscenze astronomiche del popolo ebraico. In virtù di questo antico sapere, cioè di quanto gli antichi eruditi erano in grado di conoscere sul cosmo,  abbiamo cercato di fornire un senso preciso ad alcune cifre, escludendo alcuni significati e avallandone altri, a seconda dell'epoca e di quanto, in relazione al periodo, gli autori dei testi avrebbero potuto sapere e saputo tramandare.  Nel nostro lavoro ci siamo più volte soffermati sulla valenza temporale di specifiche cifre, talvolta rinvenute direttamente fra le righe del testo, talvolta celate da costrutti favolistici, da formule in apparenza di carattere letterario, anziché scientifico. Nelle nostre discussioni, fra congetture poco meditate ed errori palesi, sono tuttavia emersi alcuni elementi di indubbio interesse, subordinati a loro volta a scoperte relative a specifiche fasi storiche, come - ad esempio - la scoperta dell'esatta misura della circonferenza terrestre, avvenuta ufficialmente circa un secolo e mezzo prima della nascita di Cristo, grazie agli studi di Eratostene di Cirene, in virtù dei quali abbiamo potuto datare ed attribuire un tempo, se pur con un margine di approssimazione,  a determinati scritti contenuti nella Bibbia, dove i numeri menzionati potevano essere ricondotti  a rilevazioni che non si sarebbero potute eseguire senza la padronanza di determinate conoscenze.  E' possibile che, successivamente al calcolo della circonferenza terrestre, pervenutaci dal mondo greco , gli astronomi israeliti abbiano raggiunto di proprio conto, ulteriori conoscenze su dimensioni e moto di alcuni corpi del nostro sistema solare, o almeno della porzione a noi più prossima. Sulla traccia di questa possibilità abbiamo portato avanti una serie di indagini. 

 Proveremo così a spiegare come, partendo dalla misura della circonferenza terrestre (257142 stadi alessandrini), si possano calcolare con un ridotto margine d'errore, le dimensioni fisiche della luna, la lunghezza della sua orbita, benché ritenuta circolare e, di conseguenza, la sua distanza dal globo terrestre (che è il raggio di tale orbita circolare). A questo punto le nostre idee sulle competenze degli antichi astronomi israeliti si sono scontrate con l'opinione secca del noto matematico e astrofisico, Piergiorgio Odifreddi , il quale - come ben sappiamo -  sostiene l'incapacità di questi antichi osservatori del cielo, la loro assoluta incompetenza in fatto di matematica e astronomia. Eppure, nonostante questo duro monito alla diffidenza, determinate cifre non possono essere negate a priori, perché a prescindere da chi ce le ha messe, esse sono sempre state nello stesso luogo, cioè ben mescolate fra le parole utilizzate nei testi sacri del popolo ebraico. Nel nostro lavoro abbiamo dimostrato come, pur senza aver alcuna cognizione del modello planetario copernicano, di nozioni trigonometriche e perfino ignorando il famoso pi-greco, certe misure si potessero comunque calcolare con precisione sorprendente.

   Le dimensioni di alcuni corpi del sistema solare, la loro velocità e le traiettorie delle loro orbite, specie per quanto riguarda la luna, sono dunque state trascritte apparentemente alla rinfusa;  le nostre indagini  ci consentiranno così di fornire alcune nette risposte sulla loro presenza nei testi biblici  comprovando che in realtà, possono essere state ottenute con cognizione di causa. Quel che crediamo di poter chiarire una volta per tutte, è la possibilità che attraverso semplici ragionamenti, l'applicazione di elementari regole geometriche e corrette osservazioni,  gli antichi osservatori del cielo avessero potuto concepire forme e volumi di una piccola porzione del cosmo che li circondava, per poi sigillarle entro uno scrigno fatto di parole e narrazioni, secondo i canoni dell'arcaico codice del mito. Cominceremo questo nostro lavoro andando ad indagare determinate procedure che avrebbero potuto permettere agli astronomi del passato, l'esecuzione di calcoli precisi rispetto la luna e la sua orbita intorno alla terra e rispetto la sua velocità di spostamento nel cielo. In pratica, vorremmo sostenere con la dovuta prudenza, che essi l'avrebbero potuto fare, non che l'abbiano fatto! rimandando l'eventuale possibilità all'individuazione dei riscontri numerici veri e propri, ovvero, ai numeri nascosti (nella Bibbia). Sostenere, ad esempio, che gli antichi astronomi giudei conoscessero la velocità di sole e luna, rimane un'idea confinata nel periplo del probabile, non della certezza,  ma che essi stimassero la velocità di questi corpi celesti, nella misura  di 10.800° ogni 30 giorni e 10.080° ogni trenta giorni, è una possibilità avallata dal ritrovamento di queste cifre nei loro sacri testi, e quindi fra le pagine di una letteratura nata e raffinata nei secoli proprio con tale scopo.

      In merito a quanto accennato precedentemente, un caso piuttosto rappresentativo di riscontro numerico che rimanda alla presenza della misura di moto del sole e della luna, riteniamo di averlo individuato nel cap 7 del Libro dei Numeri. La narrazione presenta lunghe file di cifre sotto forma di elenchi e liste che vengono ripetuti molte volte, ciascuna per ogni capotribù del popolo d'Israele. Esse  enumerano diligentemente quantità di  bestiame, arredi sacri e suppellettili come piatti metallici, vasi e coppe, raccolti per offrire le necessarie oblazioni all'altare del dio unico. Stiamo parlando di un corpo di testi al quale abbiamo dedicato parecchio tempo nel corso delle nostre indagini, analizzando nel dettaglio i censimenti del popolo d'Israele. 

" I capi fecero l'offerta per la dedicazione dell'altare , nel giorno in cui fu consacrato essi offrirono i loro doni..." Num 7: 10-12.

Il racconto che comprende in tutto una novantina di versetti, suscita curiosità, specialmente per la meticolosa attenzione con cui viene annotata l'offerta da parte dei capitribù, di numerosi capi di bestiame, coppe, piatti e vasellame. Dopo essermi immerso con zelo nella pagine di questi fitti rapporti, mi è capitato di notare come determinate cifre, in qualità di multipli e sottomultipli, riconducessero alla misura di distanze fisiche che avrebbero avuto un senso solo se espresse in chilometri. Tuttavia, per quei tempi, il nostro sistema metrico, sarebbe stato ampiamente in anticipo, allora infatti si valutavano le distanze in stadi, o cubiti. Un numero frequente in quei passi, il 2520, un volta quadruplicato ci presenta il risultato 10.080, quantità simile al 10800 (Chilometri percorsi dalla terra sulla sua orbita in 6 minuti primi), ma non si tratta di 'svista', non crediamo alla possibilità di errore nella trascrizione. Che significa allora quel numero?

Fra le tante sommatorie menzionate nel Libro dei Numeri, i 2520 sicli raccolti con l'oblazione dei 12 piatti d'argento, dei 12 vasi (sempre d'argento) e delle 12 coppe d'oro (1560 sicli + 840 sicli + 120 sicli), richiamano i 252 capi di bestiame. Le quantità sembrano collegate, se non altro da un evidente rapporto di 10 a 1. Come già detto, il multiplo principale di riferimento è il 10080 (quattro volte 2520), però prima di andare avanti vorrei ribadire la necessità di metterci, come osservatori del XX° secolo, nei panni degli antichi scrutatori del cielo, e di far riferimento, come probabilmente fecero loro, alla struttura del cosmo conosciuto, che ritroviamo in Cicerone     (106 a.C.):

" . . . Ora erano quelle stelle, quali mai vedemmo da questa terra, e di tale grandezza quale mai immaginammo, e fra esse la più piccola era quella che è l'ultima vista dal cielo, e la più vicina alla terra e  splendeva di luce non sua. Ma le sfere delle stelle di certo superavano la grandezza della terra. Già la stessa terra mi parve così piccola da non sapermi più appagare del nostro impero, che ne tocca appena un punto. . . Tutto il sistema si presenta composto di nove circoli o, piuttosto, sfere, delle quali l'ultima è celeste , l'ultima che abbraccia tutte le altre, cioè lo stesso Sommo Dio che tiene insieme e racchiude le altre; in essa sono fissi quegli eterni corpi delle stelle che ne sono messe in movimento; ad essa sono soggetti i sette globi che si muovono in senso contrario a quello del cielo delle stelle fisse. Fra essi quella che in terra chiamano Saturno occupa il II° cielo*. Quindi [viene] quella splendida stella che si chiama Giove [IIi° cielo ] , è favorevole e salutare al genere umano;   Poi quella stella che chiamate Marte [IV° cielo], è rosseggiante e terribile alla terra; poi sotto di essa il Sole [V° cielo], guida, capo e moderatore delle altre stelle, occupa press' a poco la parte di mezzo. Esso che è anima e principio regolatore del mondo, con tanta grandezza da illuminare e riempire tutto col suo splendore. Lo seguono come satelliti l'orbita di Venere [VI° cielo] e quella di Mercurio [VII° cielo], e nell'ultimo cerchio si gira la luna [VIII° cielo] illuminata dai raggi del sole. Sotto di essa poi già non vi è nulla se non mortale e caduco, salvo le anime date per dono degli dèi  al genre umano . Sopra la luna tutto è eterno, Infatti la terra che è nel mezzo occupa il nono posto [IX° posto] non si muove ed è l'ultima ed in essa si traggono tutti i pesi in forza della naturale gravità. "

                                                           Il sogno di Scipione - Marco Tullio Cicerone 

* Cielo o 'sfera''

                                                     

                                                                                             Dimensioni della luna .                                 

 Partiremo dunque da questo schema figurato, per dimostrare che dalla sola misura della circonferenza terrestre (Ufficialmente introdotta da Eratostene di Cirene), si può giungere a calcolare con un ottima approssimazione le dimensioni della luna e della sua orbita attorno alla terra. Per comprendere bene quanto potesse essere intuito e quanto misurato dagli antichi osservatori del cielo, abbiamo dovuto immaginare la struttura di un cosmo regolare, secondo quanto potesse essere percepito attraverso la sola vista, dacché il telescopio fosse ancora da inventare. A parte gli occhi dunque, essi non disponevano di altro, e men che meno di tecnologia ottica, pertanto dobbiamo pensare che fecero principiare ogni stima dello spazio dalle nozioni goniometriche. Il sole allora, si sarebbe spostato sulla superficie della terra irraggiandola di luce e calore nel tempo di 24 ore. La luna, invece, per quel che potevano vedere, si muoveva più lentamente. Nell'arco di un mese, allora, il sole avrebbe percorso 10.800° gradi, mentre la luna, soltanto 10.080° gradi poiché, nello stesso tempo impiegato dal sole essa avrebbe percorso solo 28 giri (una lunazione completa). Questo scarto spaziale avrebbe consentito perciò di attribuire ai due corpi celesti due distinte velocità, nella rispettiva misura di 15°/h (10800° : 30x24; e 14° / h (10080° : 30x24). Se il ragionamento fosse stato davvero quello da noi ipotizzato, una volta conosciuta la lunghezza della circonferenza terrestre ne avrebbero tratto le seguenti stime: 15° (360:15= 24) e quindi  257142 : 24 =  10.714,25 st; 14° (360: 14= 25,7) e quindi 257142 : 25,7 = 10.005,5 st.                                                                                                                                                                                            Già da queste prime osservazioni possiamo notare come 10080 sia multiplo di 2520 (Num 7) e che, pertanto, 2520 possa essere l'ampiezza goniometrica dello spazio percorso dalla luna in un settimana (quarta parte di una lunazione completa di 28 giorni).    

Avendo a disposizione la misura della circonferenza terrestre, attraverso un procedimento basato sulla osservazione di un particolare tipo di eclissi solare (anulare) e lunare, riteniamo sia stato possibile, già parecchi secoli fa, formulare un calcolo abbastanza preciso per ottenere le dimensioni della luna e della sua  orbita intorno alla terra che per gli antichi astronomi era la circonferenza dell'ottava sfera

                                        Osservazione e valutazione comparata dell'eclissi lunare

L'eclissi di luna si presenta spesso in svariati modi sebbene in genere, il profilo dell'ombra terrestre appare nitido sulla superficie diafana della luna. 

                          
Quel che si vede chiaramente è la maggior dimensione del disco d'ombra proiettato sulla luna. Con un po' di buona volontà non sarà difficile riprodurre i due cerchi su un foglio. Oggi, grazie alla qualità delle  fotografie analogiche e digitali, quest'operazione risulta alquanto facile, ma anticamente, per garantire una certa fedeltà dei rapporti si sarebbe reso necessario l'utilizzo di un foglio traslucido o un papiro particolarmente sottile (in mancanza di un vetro vero e proprio) su cui riprodurre in proporzione l' immagine suggestiva stagliata in un cielo notturno privo di  nubi. Non so se gli antichi osservatori del cielo fossero riuscitiad eseguire questa operazione con facilità, ma di sicuro a prescindere dalla loro abilità, anch'essi dovettero aver notato l'evidenze discrepanza fra i diametri dei due corpi celesti, cioè il maggior diametro, fino al doppio, dell'ombra terrestre in rapporto a quello della luna (che era circa la metà.) Altrettanto  certamente potrebbero aver notato come, certe volte, l'ombra della terra apparisse più grande, altre volte più piccola, fatto noto ai nostri giorni grazie alla conoscenza della forma ellittica dell'orbita lunare, ma non altrettanto scontato in passato, visto che le orbite erano immaginate circolari. Facciamo finta, perciò, che essi avessero stimato il diametro dell'ombra terrestre , doppio di quello del disco lunare. Se quest'ultimo era considerato circa 0,5° gradi, l'ombra della terra sarebbe stata considerata di ampiezza pari a un grado. Conoscendo quindi la lunghezza del diametro terrestre (circa un terzo della sua circonferenza 257142: 3 = 82000 stadi) avrebbero potuto calcolare che, alla distanza terra-luna, gli 82000 stadi reali avrebbero proiettato la loro dimensione su un grado esatto (dimensione angolare dell'ombra terrestre), e che quindi ogni primo di grado (un sessantesimo) corrispondeva a circa 1366,6 stadi (82000:60).

                   Osservazione e valutazione dell'ombra lunare durante un'eclissi anulare di sole.      

Nell'osservazione di un' eclissi solare di tipo anulare è la luna invece, ad essere proiettata sulla superficie terrestre, per un tempo massimo di 12 minuti (Wikipedia). Poiché la distanza terra-luna, nelle convinzioni più radicate degli antichi osservatori del cielo, era sempre la stessa sia nelle eclissi solari che in quelle lunari, essi avrebbero dedotto che, anche stavolta, ogni 'stadio' (unità di misura corrente)

 sarebbe stato proiettato in un'ombra con lo stesso rapporto dimensionale, cosicché ad ogni primo d'arco sarebbe corrisposta una lunghezza di 1366,6 stadi. Secondo questo ragionamento la velocità di spostamento della luna (primi d'arco/minuto) avrebbe fornito il fattore da moltiplicare per 1366,6 in modo da ottenere il diametro reale del corpo proiettato (in questo caso la luna). Tuttavia occorreva ancora soffermarsi sulla velocità di movimento del bianco satellite, o meglio sulla velocità di spostamento della sua ombra, a sua volta determinata anche dal moto del sole che dietro di essa si spostava come un faretto illuminante. Il calcolo quindi della velocità sarebbe stato determinato dalla risultante delle due velocità combinate, quella del sole, di 15° / h e quella della luna 14° / h. Questa risultante, rispetto ai due corpi che viaggiavano nello stesso senso, sarebbe stato quindi di 1° grado orario. La misura ottenuta, dopo aver stimato il tempo di attraversamento della luna davanti al disco solare, sarebbe risultato, allora come oggi, di 12 minuti primi, cosicché considerando un primo al minuto di velocità, cioè 1366,6 x 12, il diametro reale della luna avrebbe avuto dimensione 16400 stadi. A ben vedere siamo nei margini di quasi 3000 chilometri, quindi un valore abbastanza preciso, nonostante tutto. 

Questi calcoli approssimativi, possono essere però migliorati. Dalle fotografie moderne -  attraverso il sistema dell'immagine decalcata su carta trasparente -  non è stato difficile riprodurre un disegno in scala dell'eclisse di luna piena. 

per poi, con un compasso tracciare la circonferenza completa dell'ombra terrestre. Allo stesso modo, proprio come abbiamo fatto noi,  la stessa immagine sarebbe potuta esser stata riprodotta manualmente anche dagli astronomi di duemila anni fa. Ed allora, è possibile che anch'essi siano potuti pervenire alle nostre conclusioni. Dal disegnino grezzo decalcato dal monitor di un personal computer, si vede chiaramente che quell'ombra avrebbe avuto un diametro leggermente minore del doppio di quello lunare, che nella nostra immagine abbiamo cerchiato col colore arancione. Abbiamo così  calcolato che l'ombra terrestre fosse stata di un decimo inferiore del doppio diametro lunare, a esser precisi 6' primi d'arco, per cui essa avrebbe coperto un'ampiezza di 54' primi. Riprendiamo i nostri calcoli dalla lunghezza del diametro terrestre, evitando di ricorrere al pi-greco e quindi calcolandolo come un terzo secco della circonferenza terrestre:
257142:3 = 85714 stadi. 'Spalmiamo' adesso questo valore sui 54' primi dell'ombra proiettata, otterremo 85714: 54 =  1587,29 stadi per ogni primo d'arco (cioè per ogni sessantesimo di grado) e quindi, moltiplicando per la durata dell'eclissi (12 minuti) otterremo 19047 stadi, che possiamo considerare la lunghezza reale del diametro lunare (stimando ogni stadio 180 metri, in chilometri farebbe esattamente 3428 ( Mica male come approssimazione!).                                                                                 Facciamo conto che gli antichi astronomi giudaici avessero voluto successivamente calcolare le dimensioni dell'orbita lunare dalle quali poter poi pervenire facilmente alla distanza terra-luna. Sapendo che il diametro della luna era 0,5° dell'arco celeste, per ottenere la lunghezza della sua orbita circolare avrebbero certamente moltiplicato quel numero per 720. 
19047 stadi x 720 = 13.713.840 stadi. Applicando la formula geometrica col tre al posto del pi-greco otterremo così un valore di diametro dell'orbita lunare di 4.571.280 stadi, da cui ne consegue un raggio (Quindi la distanza terra-luna) di 2.285.640 stadi alessandrini.  Il risultato non ci è sembrato poi così male, in rapporto ai dati reali (Vedere orbita lunare su Wikipedia). 



 

giovedì 14 settembre 2023

Adrenalina

 Udì uno sparo. Era in piena vista. D'istinto si buttò in avanti. Una frazione di secondo, poi...più nulla. Non un suono, niente negli occhi, buio nel cervello. Sul traguardo il cronometro segnò  9" 86'

Piergiorgio Paterlini - Fisica quantistica della vita quotidiana.