lunedì 4 aprile 2022

Le settanta settimane lunghe più di 35.000 anni (Decima parte)

                   

                                          Profezia delle settanta settimane

E’ con la profezia delle settanta settimane che l’Autore del Libro di Daniele esalta  le sue migliori qualità di sapiente. E qui entriamo dritti dritti nel contesto cifrato dei testi, ovvero nel merito di una serie di numeri che si ripetono con grande frequenza in altri libri della tradizione giudaica, e non solo. 



              " L’accumulo di parole e testi non significa distanziarsi dalla

                     Verità  ma  dipanarla,  aggiungere  significato,  arricchirla. 

                    Le  fonti  originarie  servono  allora come punto di partenza 

                    per una ri-narrazione. Ma proprio questa ri-narrazione deve

                    esser vista come un  atto  di fedeltà  ai modi della tradizione , 

                   un’operazione quasi filologica  di innesto in una trasmissione 

                   testuale in continuo divenire "


                                                                                Elena Loewenthal


 Vorrei cominciare quest’ultimo capitolo - il decimo oramai, sui contenuti cifrati della/e profezia/e di Daniele –  sollecitando l’interesse dei più su alcune riflessioni di Elena Loewenthal rispetto all’uso che la tradizione ebraica ha fatto del materiale raccolto intorno ai testi sacri; tale considerevole bagaglio narrativo non è sempre approdato alla versione ufficiale della Bibbia ebraica,  è invece spesso stato rielaborato in chiave apocrifa rimanendo nei secoli a completa disposizione di una ristretta cerchia di iniziati. Vorrei ricordare che la Bibbia cattolica ha selezionato nel tempo una serie di libri rifiutati dalla Bibbia ebraica, o in contrasto coi suoi principali dogmatismi. Se pertanto prestassimo fede alle ponderate parole della Loewenthal e cominciassimo a comprendere che il patrimonio letterario proveniente dal passato fosse stato conservato e preservato senza censure come un continuo arricchimento nozionistico, potremmo forse , in conformità alla tradizione cabalistica,  attribuire  un senso compiuto al corpo di testi giunto fino a noi  senza amputazioni di sorta. Ci piace pensare che la progressiva stratificazione dei racconti e dei miti si sia accumulata nella memoria scritta ed ancor più in quella orale, come viva roccia magmatica e che, con un mantello sopra l’altro, abbia strutturato un disegno d'insieme molto simile alle fasi dell’evoluzione geologica del nostro pianeta, il quale per essere ben compreso  dagli studiosi, non deve trascurare nulla. In questa precisa ottica abbiamo così analizzato i numerosi testi del  Libro di Daniele, ricavandone nozioni astronomiche e conoscenze di assoluto rilievo. O così almeno ci è parso di fare ogniqualvolta ci siamo trovati di fronte a precise corrispondenze numeriche contemplate – si badi bene -  entro differenti ambiti letterari. Valutando con attenzione quanto appena premesso, ecco allora che il libro di Daniele ha cominciato ad apparirci come un coacervo di racconti in veste mitica, concepiti in periodi probabilmente diversi e redatti autonomamente da Autori (spesso?) sconosciuti. Ciò vale anche per il vasto apporto numerico inserito nel testo. Abbiamo difatti più volte visto ripetute le stesse cifre, qualche volta con valenza di anni solari, qualche altra volta con valenza di ore; in entrambi i casi, tuttavia, le grandezze temporali sembravano riferite allo stesso oggetto, cioè al moto assiale della terra denominato Obliquità dell’eclittica, o tutt'al più al ciclo precessionale ( Sembrerà strano, ma in alcuni casi, certe cifre apparentemente campate per aria, riportavano nella quantità di ore solari, l'esatta durata dell'anno platonico, nella stessa misura rilevata al giorno d'oggi e perciò ottenuta attraverso una misurazione assai precisa.) Non deve perciò sorprendere la mancata precisione di determinate misure riferite alla durata di medesimi fenomeni e moti planetari; frequentemente, rispetto alle cifre,  si sono osservati risultati molto simili fra loro, piuttosto che uguali, ma non per questo diversamente interpretabili in rapporto alle dinamiche astronomiche. A noi è sembrato perfino scontato che i 575 gradi delle 2300 ‘sere e mattine ’, raccontassero in realtà lo stesso fenomeno di cui parlava la Genesi, nella vicenda di Lamech con i suoi ‘77’ volte sette, cioè con i suoi 539 gradi precessionali. I 36 gradi di scarto (575-539) fra una misura e l’altra indicano, in tutta probabilità, una discrepanza fra calcoli eseguiti in epoche diverse. I 539 delle ’77 volte 7’ ci forniscono ad esempio l’entità di un intervallo che andava, quasi sicuramente, a suggellare la stessa ‘fine dei tempi’ dell’epoca conclusiva dell’Acquario, ma che forse anticipavano di 36 gradi la data dell’inizio che nel Libro di Daniele (con riferimento ai 575 gradi) sarebbe stata quella della Vergine, ovvero prima dell’età del Leone/Lamech citato in Genesi. Essendo il Libro di Daniele , quasi certamente successivo al corpo di testi del Pentateuco (dal quale è stato tratto l’episodio di Lamech), e dunque più recente, lo riteniamo a ragion veduta, più preciso. Ed infatti, dal punto 19 gradi Acquario a ritroso andrebbero contati 41.400 anni solari, quantità, come si è visto, assai vicina alla scadenza astronomica corrispondente al ciclo dell’Obliquità dell’eclittica. Né crediamo di aver fornito differenti scenari nel rilevare che in fondo, i 490 gradi citati  nella profezia delle Settanta settimane, fossero gli stessi di cui parla il Vangelo di Matteo riguardo al tema del perdono cristiano (70 volte sette). Punizione e perdono venivano così ingegnosamente equiparati  a quantità temporali molto simili fra loro. Ciò che pertanto appare degno di essere valutato è che i diversi amanuensi e curatori dell’opera (o delle opere), abbiano registrato i risultati dei loro studi senza stabilire un criterio di attendibilità che  discriminasse ed escludesse  il bagaglio dei resoconti antecedenti. La tradizione, insomma, ha preferito operare in senso inclusivo, mantenendo dignità e merito anche per i racconti, e i numeri, elaborati in precedenza, e dunque, se tutto ciò che abbiamo scritto fino a questo punto corrisponde a una corretta interpretazione del metodo, dovremmo alfine accettare senza riserve la parziale difformità fra una soluzione e l’altra.                                                                                                                                        

    In pratica,  quando nel libro di Daniele viene riportata per l’ennesima volta, la durata del momento in cui ‘cesserà il sacrificio quotidiano (che abbiamo detto essere, astronomicamente parlando, il fatidico momento in cui l’idolo della devastazione verrà innalzato, in quella porzione di tempo amputata dall’Età dell’Acquario), il testo pone come marker la fine dei tempi, definendo la durata totale di tutte le epoche in cui l’umanità ha vissuto ed è proliferata (Età dell’Oro, dell’Argento, del Bronzo, più l’epoca moderna); implicitamente, usando il verbo coniugato al futuro, l’Autore ha lasciato intendere che l’ultimo periodo apocalittico, rispetto a Daniele profeta, sarebbe dovuto ancora arrivare. Ciò può voler dire che il tempo complessivo di 1290 giorni/gradi potrebbe esser stato conteggiato all’indietro. Se prendessimo come marker futuro il primo periodo della Nuova Era, il periodo cioè della convivenza travagliata fra idolo dell’abominio e forze del bene, potremmo valutare meglio il tempo finale posto a chiusura del precedente ciclo. Affermare che quel periodo futuro  rappresenta la scadenza di un’ epoca lunga 1290 giorni è come dire, ad esempio, che dal prossimo capodanno (futuro) dovremmo calcolare un  tempo (precedente) di 365 giorni. Da quel punto all’indietro, quindi prima del capodanno, saranno contati 365 intervalli di 24 ore. Rifacendoci  pertanto alle parole del 12° capitolo del libro di Daniele, possiamo anche dire che  dal punto in cui sarà eretto il simbolo dell’abominio passeranno (= saranno trascorsi) 1290 giorni/gradi, estendibili a 1335 (Dan 12: 11-12). 

  Per la prima volta in questo testo si introduce – a nostro avviso -  il criterio del computo a ritroso, che vedremo replicato più avanti nelle famosa profezia delle Settanta settimane. Ancora una volta, crediamo che attraverso i numeri non sia stato fatto altro che trascrivere il risultato di una ulteriore ‘misurazione’ del  ciclo dell’Obliquità dell’eclittica e del lentissimo movimento oscillatorio dell’asse terrestre che ha determinato la fine dell’Età dell’Oro e il successivo periodo di ‘squilibrio’ cosmico che ha dato origine all’alternanza stagionale.  
    In  merito ai numeri menzionati nell’ultimo capitolo ( Il dodicesimo) del  libro di Daniele, bisogna però spiegare che l’ipotesi riguardo la possibilità che l’Autore biblico si riferisse all’Obliquità dell’eclittica, è dovuto principalmente al risultato ottenuto con la scomposizione degli addendi della  somma dei ‘giorni’:1290. I giorni complessivi riportati dall’Autore, 1335, possono dunque riguardare la somma aritmetica di tre quantità distinte da un importante significato cosmico: 1080 giorni + 210 giorni +45 giorni, in valenza di gradi precessionali. I  210 potrebbero essere allora, la durata esatta degli ultimi sette tempi di cui abbiamo scritto  in precedenza (link), con i restanti 45 gradi (quelli necessari a giustificare la cifra 1335) che, a questo punto, sembrerebbero proprio quelli riguardante l’Età dell’Acquario e dei Pesci, ovvero 30 gradi/giorni + 15gradi/giorni.       
   Per coloro che non sono riusciti  a riconoscere il numero 1080, riportiamo uno schema pubblicato nelle pagine precedenti, dal quale appare evidente che 540 gradi rappresentano mezzo ciclo dell’Obliquità dell’eclittica, che - nella sua escursione completa - risulterebbe, a ragion di logica matematica, uguale a 1080 gradi, o anche, 77760 anni (77.760+15.120+ 3.240= 96120).   
   L’escursione completa del ciclo dell’Obliquità dell’eclittica include tutte le età e pare cominciare, in virtù di questo computo, nel punto di inclinazione massima dell’asse terrestre, quindi a circa     22, 5° . 
Pare a questo punto evidente, a meno di non dover esprimere una confutazione per partito preso,  che i milleduecentonovanta giorni/gradi precessionali facciano riferimento diretto, ancora una volta, allo stesso ed ampio ciclo cosmico dopo il quale le stelle sarebbero tornate al punto di partenza delle prime origini.

                                         Invocazione del perdono

     Nel capitolo delle ‘’ sere e mattine con l'oro in bocca , il nono, oltre venti versetti - dall’ottavo al decimo -  sono dedicati alla richiesta di perdono del Profeta. Le sue parole, cariche di rammarico e sconforto, mettono in chiaro una questione spinosa: il popolo d’Israele ha commesso gravi colpe di cui dovrà farsi carico. “… a noi il disonore sul volto, come pure ai nostri re e ai nostri padri che hanno peccato contro di te. Al Signore nostro Dio [chiediamo] il perdono e la misericordia, perché ci siamo ribellati a lui.” [ Dan 9: 8-10]

      Ho riportato il precedente passo del Libro di Daniele per sottolineare la richiesta del perdono come prima presa di consapevolezza del futuro riscatto. In senso astronomico – sembrerà questa una ulteriore esasperazione di significati – il peccato commesso dall’umanità altro non è che la perdita della divina armonia dell’Età dell’Oro. L’Autore allude pertanto, e sempre in maniera celata, alla fase in cui il clima invernale ed estivo si differenziarono provocando prima il grande freddo dell’Età argentea, poi il grande calore secondo lo schema di cui abbiamo già scritto qui.   Con l’inizio delle variazioni stagionali, sconosciute nel periodo aureo, l’uomo trova il modo di alimentarsi e procacciarsi i mezzi di sostentamento, benché a costo di enormi fatiche. In Genesi, infatti, dopo la cacciata dal Paradiso terrestre, l’uomo/Adamo viene condannato alla sofferenza e a dover dipendere nei millenni a venire da duro lavoro di braccia. Intanto, mentre il Profeta in preghiera riflette e medita intensamente, appare l’Arcangelo Gabriele che si premura di spiegare, istruire e far comprendere alcune cose al devoto profeta. Egli espone una serie di numeri che Daniele dovrà, dal quel gran saggio che è, cercare di intendere. In sostanza gli dice: caro Daniele per porre fine all’empietà del tuo popolo e mettere i sigilli ai suoi peccati, ci vorranno settanta settimane! In Dan 9:24, le parole di Gabriele introducono una nota di originalità rispetto le precedenti modalità narrative, nel senso che presentano una cronologia non-sequenziale, al posto della classificazione ordinaria che tutti si aspettano. Possiamo dedurre queste conclusioni dalla lettura della prima parte del testo in cui compare una particolare suddivisione delle settanta settimane: “Settanta settimane sono fissate per porre fine al delitto.” Il delitto non è altro che la definitiva perdita del tempo dell’armonia e della natura aurea delle cose, cioè degli affari celesti. L’uscita dal periodo paradisiaco è ritenuto il delitto vero e proprio in chiave tanto spirituale quanto astronomica e , come ogni crimine che si rispetti, anch’esso rimanda a un giusto castigo espiatorio.  Il buon Profeta magari avrebbe preferito gli fosse stata garantita una via d’uscita per evitare il castigo. Invece niente! Non c’è un modo per filarla liscia, l’unica cosa che dovrà comprendere non è il modo di evitare la sofferenza, ma la maniera di conoscere il tempo in cui finirà.

.     -    Accipicchia! - Avrà esclamato il Santo, Qua non se ne esce più -.

Per fortuna i tempi dell’Altissimo non sono eterni come la Sua immortale presenza. In fondo si tratta sì, di una punizione impegnativa, ma con un inizio e una fine. La parola dunque al divino emissario:

 “Settanta settimane sono fissate per il tuo popolo e per la tua santa città,per metter fine all’empietà, mettere i sigilli ai peccati, espiare l’iniquità portare una giustizia eterna, suggellare visione e profeziae ungere il Santo dei santi.

Sappi e intendi bene:

da quando uscì la parola sul ritorno e la ricostruzione di Gerusalemme fino a un principe consacrato vi saranno sette settimane. Durante sessantadue settimane saranno restaurati, riedificati piazze e fossati, e ciò in tempi angosciosi. Dopo sessantadue settimane un consacrato sarà soppresso senza colpa in lui”; [ Dan 9: 24-27]  

 I precedenti passaggi che abbiamo sottoposto all’attenzione del lettore sono fra i più complicati e dibattuti della letteratura biblica e non mi stupirei se sorgessero giuste perplessità. Ciononostante, proprio perché lo scetticismo è lecito e tutti i dubbi godono di pari dignità, vorrei ricordare che le eventuali soluzioni qui suggerite, per garantire la necessaria attendibilità, dovrebbero presentare ai detrattori più severi, una precisa certificazione numerica. Ed è ciò che, infatti, proveremo a fare nelle prossime righe. Nel seguente passo, “ Da quando uscì la parola per far ritorno e per ricostruire Gerusalemme, fino a un consacrato, a un principe, passeranno sette settimane” [Dan 9. 25], la Gerusalemme chiamata in causa simboleggia l’ordine cosmico. Ricostruirlo significa perciò ridare agli astri una nuova collocazione spazio-temporale. Il tempo indicato nei precedenti versetti è quindi, un tempo cosmico e conta sette settimane di giorni, ovvero, 49 gradi precessionali. Questi 49 giorni/gradi non saranno tuttavia, i primi della serie, come vorrebbero gli storicisti,; riteniamo bensì che possa trattarsi degli ultimi. La convinzione che si tratti di un conteggio all’indietro nel tempo ce lo fornisce l’analoga cifra citata nel Vangelo di Matteo, nel quale Gesù suggerisce di perdonare ‘non sette volte, ma settanta volte sette. Questo numero privo di seme è il 490, e quindi, in coerenza col ‘nostro’ criterio, considereremo da qui in avanti le 490 volte del perdono evangelico, come gradi precessionali. Se viceversa, facessimo partire i 490 gradi precessionali dalla fine del segno dei Gemelli  incontrato alla fine dell’Età dell’Argento (e quindi non da quello a noi più prossimo), dopo quindici case zodiacali (450 gradi precessionali) giungeremmo dritti dritti al punto Zero Pesci per poi proseguire aggiungendo i trenta gradi del segno dei Pesci (attuale) , e ritrovarci alla scadenza  di 490, circa dieci gradi dentro in segno dell’Acquario. A ben valutare le cose, tuttavia, l’episodio evangelico del ‘perdono’ di Cristo, indica la durata del perdono e non la data del suo inizio, lasciando aperto il dubbio da dove debba cominciare questo lungo intervallo temporale. Se pertanto volessimo porre come punto terminale quello alla fine del periodo di grande tribolazione, o del delitto commesso contro il Signore, e cioè se ponessimo come scadenza l’anno esatto della Nascita del Cristo, ecco che i 490 gradi letti a ritroso ci indirizzerebbero senza alcun margine d’errore, a 16, 333333 case zodiacali indietro che in questo caso vorrebbe dire: dieci gradi esatti dentro l’Era del Leone di 35.280 anni fa. Per dar corpo a questa tesi occorrerebbe inoltre associare la figura biblica di Lamech (quello delle 77 volte sette) al segno del Leone. Il testo canonico della Genesi, in realtà , non aiuta , però andando a rispolverare l’Haggadah, un libro apocrifo molto in voga  nell’ebraismo arcaico, potremmo sorprendentemente scoprire che, “…al sopraggiungere della settima generazione dell’umanità  (così come era stato scongiurato da Dio in persona  nel suo celebre: nessuno tocchi Caino), la morte colse Caino per mano di un suo discendente. Se qualcuno smania per leggere questo racconto, sempre che non intenda sciropparsi il testo integrale dell’Haggadah, può consultare il bel libro di Enrica Perucchietti e Paolo Battistel, Il sangue di Caino (Uno Editori). Per gli altri, non resta che affidarsi alle nostre acrobazie esegetiche

                              Le sette generazioni dell’umanità (Haggadah) 


     Adamo e Caino rappresentano  le prime due generazioni del ceppo primigenio dell’umanità. Con i due fratelli il ramo principale cominciato con Adamo si divarica, anche se per poco: in seguito al fratricidio infatti la biforcazione si interromperà per lasciar spazio alla discendenza cainita affiancata successivamente da quella di Set (e con lui il  ramo parallelo della discendenza adamitica si dividerà definitivamente).  Il ramo cainita pertanto, prosegue con Enoch, primogenito di Caino-padre. Enoch è conosciuto come il fondatore di città, mentre suo padre è colui che per primo fornisce ai discendenti, e quindi all’umanità intera, il sistema di misure. Il suo nome rimanda per l’appunto, al significato di  canna (=cubito). La terza generazione dell’umanità ( Le prime due corrispondono ad Adamo e Caino)   su questo versante, comincia con  Enoch, dopo il quale (Quarta generazione) nasce Irad  e da lui  Mecuiael padre di Matusael e nonno di Lamech, quinto esponente del casato cainita e settimo di quello adamitico. Dall’altra parte, ovvero nel primo ramo del ceppo adamitico vi è Set. Dopo la morte cruenta di Abele, Set rappresenta il capofila della generazione nata fuori dal giardino dell’Eden, il quale viene concepito al   130° anno di vita di Adamo. E siamo perciò al termine del periodo aureo. Queste sono probabilmente le sette generazioni menzionate nell’Haggadah, fra le cui righe è anche scritto che, dopo l’uccisione accidentale di Caino da parte del figlio di Lamech “ …la terra si spalancò e inghiottì quattro generazioni di cainiti”.   Ciò suggerisce  che il successivo corso comincerà proprio da Leone/Lamech e ci fa capire che i 490 gradi precessionali contati a ritroso dal punto Zero Pesci, corrispondono a 35.280 prima di Cristo e 37302 anni ad oggi.  Sul piano precessionale le quattro generazioni inghiottite dalla terra sono le quattro che precedono il Leone/Lamech, quindi, prima di lui rimangono soltanto Adamo e Caino, tecnicamente parlando, rispettivamente Acquario e Capricorno. Ma anche se si tenesse in conto del solo Adamo la somma ci porterebbe a ridosso dei 38.000 anni ritenuti l’inizio dell’Età dell’Argento, nonché la fine di quella dell’Oro, come dimostra la cacciata di Adamo dall’Eden, mitico luogo di pace, equilibrio ed   armonia. Vien da chiedersi perché le 70 volte sette del ‘perdono cristiano’ ci portino ben venti gradi nel  segno del Leone. In parole povere, il tempo del perdono indicato dal Cristo nel celebre episodio del Vangelo di Matteo ci sta offrendo su un piatto d’argento (mai attributo è stato così azzeccato) una scadenza precisa del periodo noto come ‘della grande desolazione’, che adesso possiamo affermare senza remore, esser cominciato pressappoco 37.000 anni fa, nei primi venti gradi dell’Era del Leone. Il Cristo, con la sua venuta, e soprattutto col suo gesto sacrificale, offre all’umanità e in modo definitivo, il super-pass per la Nuova Era, e lo fa caricandosi tutto il peso dell’espiazione della colpa. Possiamo tuttavia supporre che il mondo ebraico più ortodosso non accetti la versione evangelica della venuta del Salvatore e, men che meno,  la scadenza contemplata nel Vangelo di Matteo. Sarà quindi Daniele, come ci apprestiamo a valutare in questo lavoro, a restituire la dignità divina al Cristo nazareno, attribuendo al periodo di 49 giorni/gradi la stessa collocazione contemplata in Genesi (Lamech). Ecco forse perché, la tradizione cattolica dà tanta importanza al Libro di Daniele, difatti, con la definizione di ‘consacrato ucciso senza colpa ’, il collegamento con la Sua immortale Figura sembra esplicito.  Questa definizione tanto particolare, può voler dire che il tempo dell’espiazione della colpa termina con Lui, tracciando una linea di compromesso con la prospettiva messianica della tradizione guidaica. Siamo convinti che ciò sia dovuto alla necessità, fattasi pressante, di fornire qualche risposta alle attese di un fronte mistico dissidente che già molti anni prima di Cristo, stava separandosi dall’ebraismo più intransigente. Il profeta Daniele, o chi per lui, si fa carico di questa dicotomia teologica.  Secondo il testo biblico, allora, è Lamech a sancire, senza se e senza ma, il periodo esatto  da cui far partire l’arco completo dei 490 gradi nel quale si dipana il lungo periodo della grande desolazione dell’umanità fino a quello messianico della fine di tutti i tempi. La nascita del Cristo non viene certo menzionata nel testo della Genesi , e dunque la versione masoretica ( le cui cifre corrispondono in tutte le traduzioni) indica inconfutabilmente che la pena da espiare per l’assassinio di Caino dovrà durare 539 gradi precessionali e quindi settantasette volte sette. Se la nostra ‘lettura’ del tempo evangelico corrispondesse a una corretta valutazione e se perciò la durata dell’espiazione fosse correttamente calcolata nel tempo di 539 gradi, dovremmo matematicamente concludere che il suo termine andrebbe a  sistemarsi, con una certa precisione, nei primi19 gradi dell’Età dell’Acquario (vedi schema riportato nella precedente figura).

                                              Cronologia non-sequenziale

   E’ questo un concetto che coniamo per primi,  riteniamo perciò sia necessario spendere qualche riga in più  di utile chiarimento. Ripartiamo dalle sette settimane di cui si scrive nella profezia delle ‘Settanta settimane’; esse non indicano il punto da cui far partire il conteggio, ma i 49 gradi precessionali successivi al punto Zero Pesci in direzione sequenziale verso la nostra epoca. Non tutti gli esperti, gli storici e nemmeno i teologi si troverebbero in linea con un siffatto criterio, ad ogni buon conto, teniamo a specificare che sono state le parole del testo ad indirizzarci sulla collocazione dell’intervallo di 49 gradi cioè di 3528 anni, che abbiamo ritenuto far cominciare , come dice l’Arcangelo Gabriele in Dan 9:25, ‘da quando uscì la parola per ricostruire Gerusalemme ; per terminare con l’unzione di ‘un consacrato’ , o anche, di un ‘principe’. Il nodo da districare ci sembra allora quello legato al termine ‘consacrato’ , col quale non è detto si faccia riferimento a Gesù di Nazareth. In questo senso pensiamo sia utile riproporre un concetto espresso dal filologo P.Winandy, che scrive: ‘Abbiamo notato che la letteratura qumraniana dà generalmente una prospettiva escatologica ad entrambi i termini di ‘unto’ e ‘capo’. Essi non sono mai applicati a un personaggio storico contemporaneo. Nell’Apocalisse di Daniele, facendo parte di questa categoria di letteratura, siamo portati di conseguenzaa dare a questi due termini un significato messianico.’ (P.Winandy- Etude philosogique de Daniel 9:24-27; 1977. Pag 279). In parole povere: è solo Gesù l’unico personaggio dell’Antico Testamento ad essere sacerdote e re.

Anche noi, come il Winandy, abbiamo fatto affidamento sull’impostazione qumraniana, ma crediamo che col termine ‘consacrato’ si debba designare altra persona piuttosto che il Cristo, per nominare il quale, poco più avanti e in tutte le versioni, è stata usata la proposizione: ‘Consacrato ucciso senza colpa’.  Il Consacrato, in valenza astronomica, dovrà  dunque essere un vero capo, un’entità riferita a un nuovo inizio, l’ultimo della lunga serie ritrovati nel Vecchio Testamento. In sostanza, crediamo sia alluda in via quasi ovvia, all’Agnello della versione apocalittica giovannea. Per quanto riguarda invece l’espressione ‘la parola per la ricostruzione di Gerusalemme’, non vediamo come la Gerusalemme in questione possa intendersi altro che l’Ordine del CIelo. : la Gerusalemme Celeste, per la precisione. Benché non condivisa da tutti , la lettura andrebbe quindi interpretata in un solo modo, cioè come parola data agli ebrei di Babilonia e come permesso speciale del sovrano per la ricostruzione del Tempio. Secondo questo punto di vista , gli storici hanno inteso le sette settimane come settimane, non di giorni, ma di anni incuranti di quella coerenza parametrale da noi invece regolarmente e interamente rispettata. Per questi esegeti, in tutta evidenza, sono più importanti  le scadenza storiche, o pseudo tali, piuttosto che la coerenza del criterio usato per i numeri, infatti da buoni umanisti essi di solito ignorano le cifre, quando non preferiscono addirittura trasformarle nelle quantità che più si adattano alle loro costruzioni. Nel nostro caso, all’opposto, il numero con la sua valenza temporale detta il significato. Abbiamo sempre sostenuto che le cifre sono sempre in rapporto diretto col tempo cosmico, e quindi non riteniamo corretto, a questo punto, offrire al lettore un diverso significato. Abbiamo inoltre visto quale accezione può nascondere l’espressione ‘da quando uscì la parola per far ritorno e per ricostruire Gerusalemme’ , avendo specificato che la Gerusalemme Celeste rappresenta un ordine nuovo e non un complesso fisico urbano e, d’altra parte, gli abitanti della quale, dopo tanti anni, è presumibile non avessero aspettato il permesso del sovrano babilonese per cominciare i lavori di ricostruzione.  La ‘parola per ricostruire Gerusalemme, fu pronunciata per la prima volta dal Cristo e da coloro (gli evangelisti) che la trascrissero. Da qui in avanti l’unico principe, capo, o consacrato, che si incontra nelle scritture, dovrebbe essere l’Agnello col suo trono e i suoi 144.000 (Apocalisse di Giovanni) , ovvero, la Nuova Età di pace ed armonia. L’Agnello è un principe, sta alla destra del Padre ed è, in senso temporale, un inizio a tutti gli effetti.  Andando avanti nella lettura del testo (verosimilmente pseudo-epigrafo), l’Autore scrive che in 62 settimane ‘saranno riedificati piazze e fossati, ma in tempi difficili’. Nelle 62 settimane, corrispondenti ai 434 gradi precessionali che precedono il punto Zero Pesci, saranno quindi riedificati, cioè ri-collocati, gli astri, secondo nuove coordinate. Ed infine, la frase ‘in tempi difficili’ dovrebbe risolvere ogni querelle sul tema. In seguito il distruttore terminerà l’epoca in corso di mala maniera, e il suo regno verrà inondato dalle acque: quali parole migliori di queste potevano esser scritte per indicare l’avvento dell’Acquario? E con ciò credo sia stata fornita una risposta coerente alla questione dell’Età dei Gemelli, sollevata da vari analisti. Si tratta dunque dell’Età dei Gemelli all’inizio dei delle 62 settimane, a circa 33.000 anni di distanza, e non dell’Età dei Gemelli più prossimi alla nostra epoca che sta a quasi novemila anni dal Ventesimo secolo. 

     Le 69 settimane contano 483 giorni/gradi [precessionali]  che con la settimana in cui il distruttore ‘stringerà alleanza con molti’, diventano 490 tondi. Nell’ultima mezza settimana , 3,5 gradi precessionali, le offerte e i sacrifici avranno fine. In conto a questo punto è giunto a 493,5 giorni / gradi. L’espressione di arrotondamento di settanta settimane sembra quindi la più esplicita rispetto al significato astronomico. Se invece volessimo far quadrare i conti in modo esatto, non potremmo esimerci da considerare un altro significato della proposizione ‘durante mezza settimana farà cessare offerte e sacrifici’. Nulla infatti si oppone all’idea che questa mezza settimana finale faccia parte integrante delle settimana in cui il distruttore aveva stretto ‘alleanza con molti’. Se così non fosse e veramente il redattore del testo avesse voluto aggiungere alla somma precedente altri 3,5 giorni/gradi,  sarebbe infatti sembrata molto più precisa l’espressione: ‘nella successiva mezza settimana’… etc.etc.  Resta dunque aperta l’ipotesi che gli ultimi 10,5 gradi appartenuti sia al nuovo corso che al vecchio, siano in realtà sette (3,5+3,5) e che quindi, come parte integrante della Nuova Era, sanciscono la fine del periodo del castigo (conseguente al ‘delitto’ cosmico della privazione della primigenia armonia divina); ne potremmo così dedurre felicemente che il tempo delle offerte e dei sacrifici espiatori non avrebbe più ragione di essere prolungato. C’è una certa logica, quindi, in tutte le parole usate nel Libro di Daniele.

Per giungere alle battute finali anche di queste nostre lunghe dissertazioni vorrei prendere in esame  i versetti sulla alleanza del principe distruttore : ‘stringerà alleanza con molti’ (santi) – Recita il testo. In questi molti santi è facile intravedere le costellazioni delle dodici case zodiacali, essendo queste più volte transitate nel cielo ultimi anni del tempo in che il principe del male ha regnato con l’Agnello. Il bene e il male, in un’alleanza transitoria e rapida, conviveranno dunque nella porzione di anni amputati all’Acquario. Tutto, se così inteso, sembra avere un senso rotondo.

Fine dell'articolo    




 


mercoledì 16 marzo 2022

 

                                                  Riepilogo dei post precedenti


Profezia di Daniele. Prima parte      La profezia di Daniele

Profezia di Daniele. Seconda parte  Nabuccodonosor's nightmares

Profezia di Daniele.Terza parte        I sette tempi

Profezia di Daniele. Quarta parte     Il profeta Daniele alle prese con l'Axis Mundi

Profezia di Daniele. Quinta parte     Diluvi, cataclismi ed altre leggende   

Profezia di Daniele. Sesta parte       L'obliquità dell'eclittica e gli effetti sul clima

Profezia di Daniele. Settima parte    Le tre bestie...E la quarta vien da sè

Profezia di Daniele. Ottava parte      Il capro rompe le corna al montone, la visione che riguarda il                                                                                                          tempo della fine

Profezia di Daniele. Nona parte        Le sere e le mattine con l'oro in bocca

Profezia di Daniele- Decima parte    Le settanta settimane più lunghe di 35000 anni


lunedì 28 febbraio 2022

Le sere e le mattine con l'oro in bocca (Nona parte)

          Le corna del montone vengono dunque spezzate, nel senso che non rispondono più al tempo dominato dal suo segno, poiché appartengono a un passato trascorso e radicalmente mutato.  Nella conversazione fra i due santi, a fine capitolo (Dan 8: 14-15 ), si afferma che il tempo del sacrificio, e della desolazione durerà ‘2300 sere e mattine’. E qui sorge spontanea la domanda: quanto tempo corrisponde alla durata di duemilatrecento sere e mattine’?  L’enigma è reso perfino più intricato dalla traduzione che più frequentemente abbiamo avuto occasione di consultare nelle versioni Cei riservate al grande pubblico. Ed in effetti, in molte di queste si è ventilata l’ipotesi che il conteggio dovesse riguardare il tempo in cui venne abolito il sacrificio quotidiano, mentre – si è constatato su un maggior numero di versioni – la parola ‘abolito’ pare non essere quella più consona alla comprensione dell’oggetto in questione, cioè il calcolo dei tempi della grande tribolazione.


  Riproporremo più avanti l’intera questione che, secondo noi, riguarda il solito vizietto dei traduttori ‘ispirati’ dalla Fede o dalla traccia che ne hanno disegnato gli storicisti, sovente interessati a far quadrare i conti delle ‘cronaca’ ufficiale, per la gioia degli insegnanti e dei catechisti, mossi dall’affanno di comprovare la reale esistenza del Salvatore, quindi la sua valenza storica.

E fin qui, crediamo di non dover aggiungere nulla a quanto già scritto,  né di confutare l’evidenza di importanti ricerche, il cui valore e l’attendibilità ci sembrano del tutto ammissibili quando le soluzioni sono animate dalla coerenza di un metodo. Ad ogni modo, in questa sede, ci è sembrato doveroso sottolineare come l’utilizzo di un solo termine abbia potuto conferire un orientamento di significato entro l’ ampio contesto narrativo.

     Le poche righe alla fine dell’ottavo capitolo sono dedicate all’interpretazione del sogno del montone e del capro. L’Autore usa la forma del dialogo fra due santi che in pratica, contestualizzano il tempo in senso storico, secondo una cronologia dibattuta vivacemente e amata dai cerchiobottisti di ogni risma. Da parte nostra possiamo ripetere che, ancora una volta, ci terremo fuori da eventuali speculazioni, soffermandoci invece sulla valenza quantitativa, indiscutibilmente di ordine temporale, che l’Autore voleva intendere col termine ‘sere e mattine’. 

   Cominceremo ad esaminare questo difficile passaggio rammentando  al lettore i contenuti del post che abbiamo dedicato al Salmo 90, più specificamente al suo risultato finale. Nell’equazione svelata infatti, il seme è ben determinato e viene espresso in ore solari. Il seguente criterio (cioè la risoluzione espressa in ore solari) è stato seguito, per quanto abbiamo potuto notare, anche in relazione alle cifre del capitolo sui censimenti (Libro dei Numeri), del quale però al momento non possiamo pubblicare nulla. Un altro versetto  biblico tratto dalla Genesi (Gen 7,4), che i più non tarderanno a riconoscere, recita così: “...perché di qui a sette giorni farò piovere sulla terra” ; anche in questo caso viene  chiaramente indicata l’equivalenza fra giorni e gradi precessionali. Ci è parso allora che quei sette giorni indicati nella Genesi fossero indubitabilmente gradi precessionali di 72 anni proprio perché, sommandoli agli anni compresi fra Adamo e Noè, che sono 1656, si ottiene una misura molto significativa: 2160; infatti 1656 + 504 (72 x 7 ‘giorni’) = 2160. Ecco un classico esempio in cui i ‘giorni’ indicati nel testo non possono essere tradotti altrimenti che gradi precessionali. Ma è il risultato numerico a fornirci un indizio verosimile! Null’altro! In molti oramai concordano con questo criterio, e se questi molti avessero ragione, e noi con loro, dovremmo cominciare dubitare che nel libro di Daniele le mattine e sere volessero indicare giorni . Se l’intenzione dell’Autore  fosse stata questa, egli non avrebbe utilizzato la locuzione ‘sere e mattine’; crediamo pertanto di  avere molte buone ragioni per sostenere che con quelle precise parole egli volesse suggerire l’ unità di misura temporale delle ore solari. Siamo nell’ordine della scala precessionale, ed allora anche le semplici ore, una volta addizionate, potrebbero suggerire qualcosa di interessante.

                                                              Breve preambolo al calcolo delle ore .

    Nel 1° secolo a.C. gli ebrei dividevano il giorno (inteso come intervallo di luce solare) nel dì che, dall’alba fino al tramonto,  durava dodici ore. Questo significa che nel nostro semplice calcolo ci atterremo alla rilevazione del tempo diurno all’equinozio primaverile                                          

 

 Ora solare nel 1° secolo e nel ventesimo secolo d.C.

1ª ora

6-7

5ª ora

10-11

9ª ora

14-15

2ª ora

7-8

6ª ora

11-12

10ª ora

15-16

3ª ora

8-9

7ª ora

12-13

11ª ora

16-17

4ª ora

9-10

8ª ora

13-14

12ª ora

17-18

  La sera nella Bibbia può indicare il pomeriggio oppure il tramonto oppure la prima parte della notte. È sempre il contesto che ci dice in quale momento della giornata collocare la “sera” biblica.

 https://www.biblistica.it/?page_id=1094

              Secondo il nostro punto di vista, il mattino sarebbe compreso fra le 6 e le 9, mentre la sera propriamente detta fra le 15 e le 18. Di conseguenza le ore del  mattino, dalle 6 alle 9, sono dette rispettivamente: prima, seconda , terza ora; quelle dalle 15 alle 18 : decima, undicesima e dodicesima ora. Abbiamo trovato conferma pressoché unanime presso fonti ebraiche facilmente reperibili sulla Rete, le quali , in pratica ribadiscono che il sacrificio quotidiano si  praticava nelle comunità ebraiche nell’arco di queste sei ore. La cosa ricopre un certo valore se si considerano le parole usate in Dan 8, 10-14:          “Da uno di essi uscì un piccolo corno, che si ingrandì enormemente in direzione del mezzogiorno, dell'oriente e del paese splendido. 10 Crebbe fino a raggiungere l'esercito del cielo; fece cadere a terra una parte di quell'esercito e delle stelle, e le calpestò. 11 Si innalzò fino al capo di quell'esercito, gli tolse il sacrificio quotidiano e sconvolse il luogo del suo santuario. 12 In luogo del sacrificio quotidiano fu posto il peccato e fu gettata a terra la verità; ciò esso fece e vi riuscì.. 13 Poi udii un santo che parlava. E un altro santo chiese a quello che parlava: “Fino a quando [durerà] la visione del sacrificio quotidiano, dell'iniquità devastatrice, del luogo santo e dell'esercito abbandonati per essere calpestati? - 14  Egli mi rispose: Fino a duemilatrecento sere e mattine; poi il santuario sarà purificato.” A noi, tali parole sono sembrate una precisa indicazione cronologica che lasciava intendere non si parlasse di ‘giorni’ e nemmeno di ‘anni’. Forse, l’Autore del libro intendeva parlare di ore solari.    Poniamo adesso questa ipotesi al vaglio dei numeri e valutiamo la quantità 2300 x 6 h.  Occorre tuttavia riprendere preventivamente, a rigor di logica e precisione, alcuni termini del brano, dal momento che la traduzione, non essendo stata unanimemente confezionata  in un’unica versione, ha dato luogo a una serie di fraintendimenti. Fra le numerose pagine redatte dagli esegeti che hanno voluto privilegiare il significato storico a discapito di quello allegorico-cosmico, espressioni quali, ‘fece cadere una parte di stelle e le calpestò’, sono state poste a margine. Ma quando, nel versetto 12, si dice che ‘in luogo del sacrificio quotidiano fu posto il peccato’, si sta fornendo un quadro d’insieme piuttosto preciso. A questo enigma è rivolto infatti il quesito che troviamo al versetto 13.  Infatti ciò che si domanda Daniele, e il lettore con lui,  è la durata del periodo in cui il peccato aveva sostituito il sacrificio quotidiano. Aldilà del rituale dei  sacrifici praticati nel Tempio e di quelli contemplati nelle leggi del popolo ebraico fin dai tempi mosaici, dobbiamo dire che,  in senso più ampio e quindi cosmico, col termine sacrificio quotidiano potrebbe intendersi quello andato perduto con l’Età dell’Oro. Sarebbero dunque, l’equilibrio di una condizione divina, quello  fra la luce e la tenebra (infatti le ore di differenza fra giorno e notte sono aumentate, fino a contarne ben quattro) , o l’armonia dell’ordine sociale e spirituale ad esser stati perduti e, come una colpa, questo crimine verso l’aurea pace degli dèi,  reclamerà  nei secoli dei secoli il giusto tributo espiatorio. Il peccato, rappresentato nell’episodio dell’uccisione di Caino in Genesi, (perpetrata da parte del nipote di Lamech, che dà luogo al castigo di ‘settantasette volte sette’), così come le settanta volte sette del perdono cristiano, fino alla profezia delle Settanta settimane, aldilà dei raffinati teologismi, riportano astronomicamente a una medesima soluzione, con pochissimo margine di approssimazione fra l’una e l’altra quantificazione cifrata che ci presentano i testi biblici. In tutti questi casi, proprio come nel versetto 13 dell’ottavo capitolo del Libro di Daniele, si è dunque voluto affermare che il peccato e la desolazione si sono sostituiti al sacrificio (dolorosa perdita) del principio armonico in cui è nato il  mondo. Ancora una volta, fissato un inizio (alla fine dell’Epoca Aurea), si chiede fino a quando durerà questo peccato da noi inequivocabilmente inteso in valenza astronomica come il periodo in cui si sono originate le ‘stagioni’(aumento della discrepanza giornaliera fra luce e tenebra) e, in ultima istanza,  della sofferenza per la fine dell’armonia, essendo stato il bene più alto ad esser stato sacrificato (Fatto sacro). Qui il traduttore Cei aggiusta un po’ il testo, perché il verbo “durerà”, non presente nel testo originale, è stato sostituito con 'sarà" (meglio sarebbe stato porlo tra parentesi quadre per segnalare la sostituzione) “sarà”. L’espressione interrogativa ebraica ‘ad-matày?’ significa, tuttavia, “fino a quando?”. Sbagliano quindi quei traduttori che riportano la locuzione  “per quanto tempo?”. Troviamo un esempio calzante in Es 10:3: “Fino a quando (ad-matày) rifiuterai di piegarti davanti a me?” (CEI). Ciò che si sta domandando non è per quanto tempo, ma il limite di tempo, ovvero, quando finirà l’azione oltraggiosa.

 Riporto per amor di precisione altre due versioni della traduzione del versetto Dan 8:13 della Nuova riveduta (Nr) e della Nuova Diodati (ND).                                                                                                          

                                                                      §     §     § 

      ND: “Fino a quando durerà la visione del sacrificio continuo e la trasgressione della desolazione che abbandona il luogo santo e l'esercito ad essere calpestati?». 14 Egli mi disse: «Fino a duemilatrecento giorni; poi il santuario sarà purificato”.

   Nelle versioni Cei più diffuse, specie in quella del 1974, si può invece trovare: “Fino a quando durerà questa visione: il sacrificio quotidiano abolito, la desolazione dell'iniquità, il santuario e la milizia calpestati? 14 Gli rispose: Fino a duemilatrecento sere e mattine: poi il santuario sarà rivendicato”. Detto così, supponendo cioè  che la domanda sia riferita al tempo in cui durerà il ‘sacrificio quotidiano abolito’, sembra che l’Autore voglia specificare il tempo in cui è stata abolita la norma che sanciva la pratica sacrificale, e dunque questa traduzione renderebbe necessaria  una nuova querelle, se il libro, cioè,  parlasse dell’abolizione delle pratiche liturgiche e sacrificali ordinata del sovrano babilonese, oppure a quella determinata in seguito alla seconda distruzione del tempio di Gerusalemme, compiuta dalle legioni di Tito. La traduzione che perciò accettiamo come definitiva è quella della Nuova riveduta. Detto ciò, lasciamo volentieri ai dotti di professione queste interessanti controversie, a noi basta quanto dedotto dall’analisi e dalla stima dei tempi astronomici, fermi nella convinzione di poter approdare a una maggior coerenza di significati. 


                                             Ed ora, la parola ai numeri

    L’operazione elementare 2300 x 6 h, fornisce in senso temporale un preciso risultato: 13.800 ore solari. Ciononostante non vogliamo limitarci ad imporre un semplice parere, quindi, andando avanti nel ragionamento e applicando il criterio principale da noi rispettato fino ad ora, non ci resta che rapportare la quantità trovata  alla scala precessionale: i giorni saranno quindi convertiti in gradi, che diventano, per l’appunto 575  (Inutile dire che si tratta di gradi precessionali di 72 anni solari ciascuno).  In definitiva, con le sue enigmatiche parole, l’Autore del testo intendeva forse riferirsi a un tempo precessionale di 575 gradi, pari a 41400 anni solari. Se facessimo partire questi 575 gradi a ritroso, dalla fine dei tempi (cioè dai 19 gradi dell’Acquario all’ indietro) andremmo a  valutare l’inizio della grande tribolazione nel punto corrispondente a 15 gradi della Vergine. I 526 gradi precessionali (dalla Vergine al punto zero Pesci) sono esattamente 37872 anni solari, una scadenza assai vicina al termine dell’Età dell’Oro e all’inizio dell’Età dell’Argento, contemplata nella scala guenoniana. In questo caso, tenuto conto che non tutti i testi raccolti entro un libro biblico (in questa circostanza quello di Daniele profeta) debbono per forza appartenere ad una singola fonte di provenienza, ma che invece - come affermano parecchi studiosi - tali testi raccolgono un assortimento di contributi selezionati da varie fonti della tradizione, possiamo perfino appoggiare l’idea che il Libro di Daniele abbia voluto censire una raccolta delle più autorevoli ricerche  giunte alla sua epoca, mantenendone il solco narrativo originale. Se così fosse stato, e se così dobbiamo intendere la raccolta di fonti diverse che - come fosse un’opera unica – oggi chiamiamo  Libro di Daniele, potremmo apprezzare la precisione a cui sono giunti i redattori dei capitoli in cui si divide l’intero testo. Da una parte vi è l’episodio di Lamech, in Genesi, che ci aveva portato alla scadenza di 539 gradi precessionali (77 volte 7: ricordate?), dall’altra il capitolo ottavo del Libro di Daniele calcola 575 gradi, che in fondo spostano di pochi millenni indietro l’inizio dell’Età dell’Argento o, in alternativa, posticipano, l’inizio dell’Ultima Era, cosiddetta ‘della Salvezza’ (o della Rivelazione). Con la profezia delle Settanta settimane si traccia, in quest’ottica, un ulteriore intervallo temporale che, a posteriori, verrà ripreso dagli evangelisti. 

    Per il momento non vogliamo appesantire troppo il contenuto di questo articolo e ci limiteremo a richiamare l’attenzione del lettore su questa particolare cifra che, dalla prospettiva astronomica, sembra allinearsi a importanti movimenti astrali  e collimare con analoghe scadenze. Quando affronteremo la questione delle settanta settimane, siamo sicuri però che gli ultimi nodi finiranno per venire al pettine. 

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mercoledì 9 febbraio 2022

Romanzo




                                                Prologo



Gentile Dott.  F,

    vi scrivo in un momento drammatico. Il mio capezzale è distante dal vostro studio, troppo distante nello spazio e ancor più nel tempo per sperare di potervi ricevere prima di esser morta. Vi chiedo solo di ascoltare la mia storia, portarmi conforto e garantire che la mia versione dei fatti possa raggiungere un’epoca della cui esistenza non posso che nutrire speranze. Tengo in particolare che mi  parliate un po’ di  questo vostro mondo, delle usanze e dei suoi costumi, ma soprattutto delle  genti e della civiltà che in esso hanno convissuto nel corso dei secoli. E’ un luogo felice o vi prosperano odio e rivalità?  Perché ve lo chiedo?  Vi starete domandando. -  Già:  perché?

   Se vi rispondessi che le mie son naturali premure di madre, non capireste. Pensereste di  aver a che fare con una pazza, perlopiù malata e moribonda.  Ed allora non ve lo dirò! Non ora. Non adesso. Forse in seguito comprenderete, ma per farlo dovrete disporvi all’ascolto, o alla lettura delle parole dell’ unico testimone  vivente  di una grande storia.

 

     Ohxen’im bat Asherah 


      §  §  §

  

    Di solito non ricevo grandi quantità di corrispondenza e quindi non ho l’abitudine di consultare la casella di posta elettronica. Da almeno quattro giorni ristagnava infatti una comunicazione solitaria, il cui mittente non pareva appartenere alla ristretta cerchia delle frequentazioni abituali e nemmeno a quella, altrettanto limitata, dei miei pazienti. Diviso a metà fra la consueta indolenza da fine settimana e la curiosità sbrigativa del mio temperamento impiccione, mi decisi a leggere e, in poche battute, a rispondere con garbo a quella missiva. 

    Come primo approccio inviai al mittente alcune semplici domande,  tanto per sapere se si trattasse di una vecchia conoscenza o di una persona che, solo dopo aver conferito con un mio paziente, si fosse decisa  a scrivermi. Di una cosa ero arcisicuro: un nome del genere non l’avevo mai sentito e neppure avrei avuto la necessaria fantasia per immaginarlo di sana pianta. Il contenuto della lettera mi trasmise ovvie curiosità. Incerto sul da farsi invitai la misteriosa donna a spiegarsi meglio, così da consentirmi di acquisire informazioni più precise sul suo conto. 



Gentile Sig.ra Ohxen’im bat Asherah, mi chiedevo 

come avesse avuto il mio recapito telematico, 

dato che non credo di averla mai conosciuta; tuttavia 

ciò non cambia di una virgola la mia disponibilità.

Potrei combinare un incontro con lei e riceverla

 nel mio studio domani stesso, ma suppongo non 

 sia nelle condizioni migliori per affrontare un

    viaggio. Le chiederei quindi di procedere con 

calma e di riprendere la sua storia dall’inizio.

 Non trascuri particolari e non si ponga

 limiti di spazio, proceda pertanto incominciando il                                                                                                                  racconto dall’inizio, dal suo primo ricordo e proceda pure speditamente.”


     

   Scrissi poche righe, intuendo che una simile vicenda avesse un principio lontano e che la donna che si era presentata col nome di Ohxen’im, soffrisse da tempo di disturbi dovuti a visioni notturne molto simili a sogni o, forse, di natura alquanto diversa. Dall’altra parte l’invito venne raccolto senza alcuna titubanza. Da quel momento in poi mi qualificai come dottor Effe. 

   Ricevetti la risposta appena un paio d’ore più tardi e già, fin dalle prime righe, avvertii nelle sue parole un repentino cambio di personalità: quella che all'inizio mi era sembrata una donna matura, si era calata nei panni di una giovane, forse un’adolescente. Mi ritrovai confuso, sebbene non di rado i miei pazienti saltano da una situazione all’altra senza curarsi di seguire un ordine cronologico, o un eloquio regolare. Rammentai però che fui proprio io a chiederle di riprendere il filo della storia dall’inizio e fui persino molto magnanimo nel concederle la possibilità di dilungarsi, senza imporre limiti di sorta, secondo una prassi clinica volta a garantire tranquillità. Lei non fece altro che attenersi alle mie indicazioni, senza alcun preambolo, senza ulteriori chiarimenti.


   

                                                    §  §  §

e-mail  n° 2

 

   La ringrazio per l’invito. Apprezzo la premura e la delicatezza mostrata nei miei confronti, vale a dire nei confronti di una perfetta sconosciuta. Dovrei presentarmi, lo so, e fornire i miei dati anagrafici, però al momento avrei soltanto bisogno di parlare un poco con qualcuno che sappia rispettare la mia esigenza di riservatezza. Perdoni, dottore, la mia pretesa. 

    Posso dirle che da qualche tempo ho cominciato a sognare in maniera assai realistica e che queste visioni mi hanno trasmesso forti turbamenti. Non chiedo che  essere aiutata a vivere serenamente gli ultimi giorni della mia esistenza terrena. Conosco la sua professionalità, per questo motivo ritengo che potrebbe concedermi un insperato  sostegno psicologico.

  Queste visioni insolite, insomma, sono iniziate pochi mesi fa e da allora non si sono più interrotte. Nel sonno  vedo immagini  che non appartengono a ricordi recenti e nemmeno lontani: forse non appartengono neppure al mio vissuto;  ciononostante tutto intorno a me scorre in maniera tanto chiara da  farmi smarrire gli appigli  con la realtà. Con la realtà di  questa parte, che è la nostra.

  Le prime volte che mi capitava di fare tali sogni non riuscivo a mantenerne la memoria, finché  i paesaggi presero forme familiari, i volti delle persone che ero certa di non aver mai veduto prima, cominciarono a trasmettermi sensazioni rassicuranti e poi, un giorno, al primo risveglio dopo periodi di totale confusione, mi parve tutto estremamente più preciso, più logico. 

   In uno dei primi sogni procedevo spedita su una strada polverosa, ero forse in un bosco e davanti a me ruscellavano  le acque allegre di un torrente posto a confine di una regione vibrante di mistero. Mani esperte sembravano aver ritratto la natura col rigoglio dei grandi arbusti ghiandiferi o con la monumentale autorità dei fitotitani dal fusto largo fino a dieci cubiti. Non so perché  continuo a chiamare tali alberi con quel nome assurdo. So solo che, dall’altra parte (nell’immaginazione onirica) mi sembra tutto perfettamente inserito in un contesto riconoscibile benché, strano a dirsi,  avulso  da riscontri reali. 

   Superai così quel  fiumiciattolo, con l'acqua alla vita,  facendo attenzione a non bagnare lo zaino. Quante volte, da bambina, un  luogo simile era stato teatro dei miei giochi. Però in quell’attimo preciso provavo sgomento e  dicevo a me stessa:

 – tieni gli occhi aperti, Ohxen! il bosco può riservare brutte sorprese. 

   Una volta giunta sulla riva opposta mi scrollai l’umidità di dosso con energici calcioni al suolo per poi alzare gli occhi verso l’orizzonte: le rassicuranti architetture delle grandi torri della luce mi avrebbero aiutata a ritrovare la strada di casa, al sopraggiungere  della sera. La notte mi ha sempre trasmesso le peggiori paure e sentivo che  quel luogo, al calar del regno delle ombre, avrebbe nascosto presenze minacciose; meno male mi  portavo sempre dietro un armamento leggero. Non erano i quadrupedi dai lunghi denti ad impensierirmi, difficilmente dopo la colonizzazione mihole e le invasioni latranidi ne avrei potuto incontrare qualcuno, perché nel tempo avevano mutato le migrazioni, andando ad insediarsi nelle regioni dove la luce nasceva e da dove i bagliori delle dodici lune di Tarhar A’Ru non si sarebbero potute scorgere. Una volta raggiunte le steppe del nord est, alle pendici dei freddi altipiani, non tornarono più nelle terre d’origine, dove rivali efferati  avrebbero reso precaria la loro sopravvivenza. 

   Ecco un’altra anomalia: le immagini del sogno si accompagnano sempre ad informazioni precise, nomi, situazioni che conoscevo e ripetevo perfettamente. Nel riprendere coscienza, rammento sempre i nomi delle cose e delle persone, in seguito la sensazione di familiarità svanisce. 

   Il ‘Medio Amadah’, che negli spazi onirici era la terra degli avi e  patria dei popoli amadahntini, era una località priva di coordinate geografiche: non esisteva perciò da nessuna parte del mondo reale.  In quel luogo sorgeva una città chiamata Tarhar A’Ru, e come ogni agglomerato urbano, anch'esso produceva enormi masse di rifiuti che venivano ammassati entro apposite aree per lo smaltimento, ubicate a debita distanza; queste avevano la funzione di garantire scorte  alimentari pressoché illimitate ad ogni genere di predatore, la cui presenza avrebbe altrimenti minacciato la popolazione residente. Per costoro difatti, era molto importante conoscere la posizione di tali luoghi maleodoranti, di solito confinati entro aree vistosamente segnalate sul territorio. Non v’erano dunque motivi per coltivare timori seppure, di tanto in tanto, capitava che qualche esemplare in fregola si portasse nei pressi dell’area edificata, o trovasse dimora in mezzo alla vegetazione. Paura e diffidenza lo potevano rendere pericoloso, dacché l’aggressività delle belve è ravvivata più dal timore di ciò che non conoscono che dalla fame. Sapevo perciò di dover girare alla larga da certi tipetti dai modi scontrosi e meglio avrei fatto se mi fossi tenuta lontano dalle discariche. Tempo addietro avevo veduto una di queste pericolose creature – la cui immagine mi tornava chiara anche in stato di veglia. - che grattava il terreno fresco del sottobosco in cerca di radici o grassi insetti commestibili. Avevo quindi atteso che si allontanasse facendomi scrupolo di non tradire la mia presenza. Quando però la bestia si era arrestata a pochi passi e aveva cominciato  ad annusare l’aria, avevo percepito un brivido lungo la schiena, una di quelle sensazioni che portano gli intestini a liquefarsi nelle brache in men che non  si dica.  Non ne avevo fatto un dramma, perché nelle mie perlustrazioni portavo sempre a tracolla un folgoratore elettrico. Di questo mostriciattolo ricordavo caratteristiche precise: era un prototipo maschio di vecchia generazione, un ibrido che aveva potenziato alcune facoltà e perduto altre, in una mescola di caratteri difficilmente prevedibile. Era stato un primo tentativo sperimentale  al quale ne sarebbero seguiti di nuovi. Il modello        ‘Zero punto Zero’, meglio conosciuto come mostro squartatore, era stato rimesso in libertà poiché le leggi amadahntine impedivano la soppressione di un individuo con un innesto genico primario, (della specie mihole) maggiore del quindici per cento. Il tasso ben più alto innestato su Zero punto Zero era servito così a salvargli la vita. In seguito si era velocemente e imprevedibilmente  riprodotto, mescolando i propri caratteri a quelli di altre specie compatibili, col risultato di sparpagliare nel bosco una considerevole quantità di materiale genico pronto a scattare su arti rapidi e  zanne letali con cui straziare le carni di chiunque avesse avuto la sorte talmente avversa di capitargli davanti. La pelle mi si accapponava all’idea di venir colta da un fortunale nel bel mezzo della notte (unica condizione che avrebbe reso i circuiti  della mia arma da passeggio,  nulla più di un ingombrante ammasso di ferraglia). La foresta tuttavia, più che di insidie, risuonava di vita. Nell’ attraversarla provavo sempre una piacevole fatica, i sensi si acuivano e muscoli sotto la pelle guizzavano come anguille. Sgusciavo così nel reticolo cespuglioso, finendo occasionalmente nel fango. L’unica minaccia di questi luoghi era data dall’acqua che poteva risalire in superficie dai bacini sotterranei, formare pozze invisibili e ingoiare uno sprovveduto in pochi istanti. La terra umida poteva insomma diventare molto pericolosa e, come nell’animo di ogni mihole, anche a me  procurava un terrore illogico e ancestrale: nessuno d'altronde aveva mai lasciato le penne in queste fosse melmose, perché mai sarebbe dovuto capitare proprio a me ? Temevo troppo l’acqua per farmi sorprendere. Ero disorientata dalla pioggia, atterrita dalla nebbia, detestavo il vapore delle fornaci e perfino un piccolo addensamento nuvoloso poteva destare in me oscuri presagi. Al contrario era la folgore a restituirmi coraggio. La cosa poteva apparire del tutto insensata perché la pioggia non aveva mai provocato vittime, mentre i fulmini del cielo scaricavano a terra un tal potenziale di energia  da lesionare edifici o carbonizzare come uno stecco il più robusto fra i più poderosi lottatori mihole. Il timore dell’umidità, l’avevo appreso da bambina, era un ingrediente imprescindibile nei racconti dei vecchi, nelle favole o nelle tragedie mitiche del mondo antico, un mondo che aveva maturato questi archetipi in un tempo lontanissimo e che, in un assurdo contro-meccanismo di difesa, pareva adesso minare la fiducia infantile verso la natura, luogo dell’imprevedibile, tana degli istinti e delle crudeltà; qui l’acqua rappresentava il fluido malefico, il demone da combattere e sconfiggere.   Eppure, era in essa custodita anche l’essenza vitale di tutte le creature dell’universo e, se non di quello, dell’intero pianeta. I luoghi selvaggi, insomma, mi attraevano da morire; avevo imparato come coglierne l’armonia, i colori  e soprattutto i profumi con quella loro proprietà indecifrabile e meravigliosa di saper suscitare memorie lontane; ritrovavo nella Natura la gioiosa vocazione alla maternità, non alla prevaricazione e all’abominio. Nel suo utero smisurato erano state partorite tutte le genti; tuttavia la mia civiltà millenaria, per voce dei saggi, ne coltivava l’insensato timore. Al diavolo i saggi! - Pensai. Avrebbero avuto bisogno di una bella svecchiata,  pure loro. 

   Come tutte le femmine mihole, anch’io abbeveravo i miei buoni conflitti interiori nelle esitazioni di un pessimismo latente che si faceva vincere solo dalla forza del ‘mito della sopravvivenza’, unica forma di speranza collettiva nata dalla fiducia sul progresso e sul lavoro degli scienziati. I giovani maschi all’opposto, non vivevano le stesse paure (mitiche) come debolezze, ma come sfide e, in età matura, i più capaci avrebbero intrapreso carriere di alto livello nei laboratori della ‘Salvezza’, per ricoprire incarichi di gran prestigio coi titoli altisonanti di Garanti della Conoscenza, di Custodi Sapienziali, di eruditi e specialisti del ramo tecnico. Io intendevo diventare esattamente come loro e fornire un valido contributo all’attuazione dei Grandi Piani della Rinascita, i programmi scientifici più ambiziosi che fossero mai stati concepiti da una civiltà. Ed allora, quando mi capitava di immergermi nella vegetazione di quei paradisiaci spazi, gli ammonimenti dei vecchi si scioglievano come rugiada al primo tepore mattutino, la natura pareva sorridermi amica e solleticarmi l’animo coi suoi segreti, le  fragranze cremose pennellate nell’ atmosfera. La menta selvatica aveva il potere di darmi una leggera vertigine. Amavo la menta selvatica e chissà - mi chiedevo - se erano riusciti a trapiantarla anche nell’ area del laboratorio, se le creature ne conoscessero il profumo, se anche loro venissero prese da quella dolcissima fitta dietro le orbite che si andava poi ad irradiare negli interstizi più intimi della Dura Madre e da lì in tutto l’organismo, come un anfetaminico sparato nelle vene. Inalai a pieni polmoni e accelerai il passo dove le conifere si infittivano a tal punto da negarmi la possibilità di osservare il cielo e in esso le fluttuanti traiettorie dei folletti vaporosi: quattro nuvolacce malevole non sarebbero riuscite a rovinarmi la giornata.

   La pianura cominciò intanto a degradare in un pendio leggero che pareva adoperarsi a fondo per fiaccare la mia tenacia. Ad ogni piè sospinto respiravo felicità purissima; mi sembrava di aver camminato a lungo mentre Uspà sul suo carro irraggiato di fuoco, aveva già percorso almeno un terzo del suo perenne tragitto segnato al mattino da petali d'oro purissimo che alla sera andavano diradandosi in un velo leggero ricamato di stelle. Nonostante la fiacca, le mie forze non davano segni di cedimento. Ancora poche centinaia di passi e avrei avvistato il lato sud della grande recinzione metallica. Percepii il dolce ondeggiare delle felci giganti, il canto mite delle fronde e tante altre melodie che si conciliavano con gli echi di piccole bestiole laboriose. Quel posto mi pizzicava il cuore di emozioni e aveva il potere di farmi sentire bella, formicolante di desideri e curiosità. Nel bosco avevo tutto ciò che mi occorreva, nel suo grembo mi sembrava di tenere i sogni in una mano e i peggiori crucci si piegavano al cospetto di un ottimismo leggero. Nulla mi avrebbe portato a fondo, nell’abisso, dove le cose semplici si fanno oscure e impenetrabili: tutto insomma era a portata di mano e non v’era altro da fare che cogliere la vita e gioirne come un dono.

         Mi abbandonai alla dolce spinta del vento, contemplai la danza aggraziata delle foglie secche, le sentivo frusciare sulla pelle Un soffice tappeto  di colori inerti mi mostrava la strada. E finalmente raggiunsi il giardino proibito. Mi soffermai a perlustrare ogni particolare potesse tornare utile, un grosso masso muschiato, un albero o un rovo amico che  mi avrebbe fornito la copertura giusta per  osservare senza esser osservata; poi mi decisi consumare un pasto frugale, mentre cesellavo nella memoria tutti i dettagli del paesaggio e dell’ostile barriera metallica. Pianificavo di  tornare al più presto, oltrepassarla e avere finalmente accesso ai luoghi interdetti della riserva.  


 


      

 

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